Israele

 

Riconoscere la Palestina?

Sappiamo bene che la pace in Medio Oriente non può che passare attraverso la nascita di uno stato palestinese; ma sappiamo anche che ogni atto ufficiale in favore dei palestinesi in assenza di negoziati viene percepito da molti come un atto ostile a Israele. È dunque utile e opportuno un riconoscimento della Palestina mentre gli israeliani si preparano al voto? Mentre molti parlamenti europei discutono e si pronunciano su questo tema, pubblichiamo la presa di posizione ufficiale, a favore del riconoscimento, del direttivo europeo di JCall (formato dai cinque presidenti nazionali) che è stata inviata a Le Monde e Liberation e pubblicata sul giornale Le Temps di Ginevra.

Pubblichiamo inoltre l’opinione contraria espressa dal nostro ex redattore Gilberto Bosco.

 

 

Cinque motivi per non riconoscere lo Stato di Palestina

 di Gilberto Bosco

 

Mi pare si possano trovare molti argomenti contro l’ipotesi di riconoscere lo Stato di Palestina. Io mi sono fermato a cinque, chi legge può trovarne meno, o più. Allora.

1 - La pace si fa con i nemici. Quando si vuole finire una guerra, quando si vuol firmare una pace, terminare le ostilità, smettere di uccidere e di uccidersi, in quel caso si avvia una trattativa, ci si siede attorno a un tavolo, si parla, si litiga, si discute. Può essere complicato anche solo decidere a quale tavolo incontrarsi: qualcuno ricorderà le difficoltà tra USA e Vietnam; il punto è che ci si incontra senza troppe precondizioni (quante ne ha poste, in questi anni, l’ANP!) in una qualche sede. Rivolgersi invece a entità statali “terze” rispetto al conflitto sembra sottintendere che una parte (qui la Palestina) ha o avrebbe realizzato tutti i passi necessari alla pace, mentre l’altra (in questo caso Israele) non ha fatto nulla se non errori. Gli errori di Israele ci sono certo stati; ma in questa visione manichea non si capisce chi abbia sparato i razzi e i missili contro Israele questa estate, chi abbia plaudito per gli attacchi mortali fatti con automobili e con armi varie a Gerusalemme nelle ultime settimane, chi abbia incoraggiato le manifestazioni di giubilo dopo l’assassinio di ebrei che pregavano in sinagoga, chi sostenga gli atti di terrorismo con discorsi e aiuti economici e militari. Tutti questi fatti rischiano di essere cancellati: paesi che hanno spesso minoranze arabe imponenti e problemi crescenti di violenza antisemita si accingono a riconoscere la Palestina; ed è poi curioso che governi che non fanno nulla per altre entità nazionali (tanto per ricordare: chiedono l’indipendenza la Catalogna e la Scozia, forse anche i valloni in Belgio, e chiede l’autonomia il Tibet, per non parlare del Kurdistan o di nazioni nell’orbita dell’ex Stato Sovietico), ebbene governi che di solito tacciono intervengano con straordinaria sollecitudine solo per il Medio Oriente.

2 - La pace si fa con i nemici. E per sedersi a un tavolo con dei nemici, da parte di Israele è necessaria una volontà politica e la capacità di una iniziativa politica che in questi anni spesso è mancata. Ma non temete, il 17 marzo si vota e forse (forse!) il centro sinistra e la sinistra metteranno in campo un ticket, un accordo o qualcosa di simile, sperando di rovesciare sul filo di pochi voti una alleanza avversa, sempre più di destra. E cosa fa una parte dell’Europa? Vuole riconoscere la Palestina, con un gesto che spingerà molti israeliani indecisi a votare a destra.. Perché, si domanderanno questi, governi che non hanno mai manifestato grande sostegno a Israele si muovono adesso? Hanno mai in passato sostenuto Israele nella lotta contro il terrorismo? Cosa hanno detto quando i nostri bambini scappavano nei rifugi per sfuggire agli attacchi? Mai momento fu più inopportuno di questo per riconoscere la Palestina.

3 - La pace si fa con i nemici. Ma la controparte palestinese in questo momento è divisa in due. Hamas domina a Gaza (ha impedito recentemente a Abu Mazen di entrare nella striscia per ricordare Arafat!), Hamas ha tuttora uno statuto che invita a uccidere tutti gli ebrei in quanto tali, Hamas dice da sempre che non riconoscerà mai una “entità sionista”, è al massimo disponibile a un cessate il fuoco provvisorio che finirà quando Hamas lo deciderà. Riconoscere la Palestina non è dare una patente di legittimità a Hamas e contemporaneamente azzoppare le già scarse possibilità di Abu Mazen di tornare a essere l’unico e vero presidente? Riconoscere la Palestina non è un poco come dire che l’attuale statuto di Hamas va bene così com’è?

4 - La pace si fa con i nemici. Supponiamo che un grande numero di Stati riconoscano la Palestina; che incentivo avranno i palestinesi a riprendere le trattative, verso cui hanno già più volte dimostrato assai scarso entusiasmo? Potrebbero dire: “Adesso siamo uno Stato, facciamo uno Stato insieme, palestinesi ed ebrei”. Due popoli, due stati, bandiera della sinistra ebraica in tutto il mondo? Fine. Israele stato democratico ma con una maggioranza di cittadini ebrei? Fine. Se una soluzione del genere fosse stata proposta all’Irlanda, vi lascio immaginare le risposte. Se fosse stata proposta a un paese della ex Jugoslavia, idem. Ma molti, a sinistra (e mi dispiace, perché io milito lì) per Israele non si scandalizzerebbero. È questo che vogliamo?

5 - La pace si fa con i nemici. “Forse un giorno una maggioranza di israeliani riterrà che il modo meno inefficace di proteggersi… sia una separazione netta. Ma sarà una loro decisione, non quella di un Parlamento spagnolo, inglese, svedese o francese, che improvvisa una risoluzione raffazzonata, mal impostata e, oltretutto, incoerente.” Così Bernard-Henry Levi sul Corriere della Sera, pochi giorni fa. E chi spera nella pace e nella soluzione dei due stati può augurarsi di riuscire ad accompagnare i palestinesi e gli israeliani verso il tavolo della trattativa, ma dovrebbe, io credo, astenersi dal suggerire scorciatoie inedite e forse anche pericolose. Abbiamo bisogno di pace, non di inutili forzature.

Gilberto Bosco

 

Dani Karavan, Monumento alla Brigata Neghev

   

 

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