Memoria

 

 

La legalità del male
La persecuzione antiebraica in Italia 1938/1943 - guida alla lettura

di Guido Neppi Modona

 

Il lungo oblio della legislazione razzista

Il volume di Saverio Gentile è frutto di una ricerca sorretta da una eccezionale mole di documenti in buona parte inediti sulle complesse strutture burocratico-amministrative della persecuzione razzista antiebraica e sui continui adattamenti, soprattutto mediante circolari e istruzioni, per renderla più efficace e pervasiva.

I testi delle principali leggi sono sovente accompagnati da interventi di gerarchi fascisti, di alti magistrati, di gruppi di privati, volti a sollecitare una più rigorosa applicazione della legislazione antiebraica. È ad esempio emblematica dei più bassi sentimenti eccitati dalle leggi razziste un’istanza del settembre 1938 di un gruppo di “candidati ai prossimi concorsi universitari, coniugati e di pura razza italiana”, che richiamano l’attenzione “su quei concorrenti non coniugati e di razza ebraica da ambo o da un solo genitore”, e quindi semiti almeno al 50%, perché nei loro confronti vengano applicati i provvedimenti contro il celibato e le recenti norme contro gli ebrei.

Il filo conduttore che lega i vari capitoli del volume è il superamento di quel lungo processo di rimozione e negazione che per oltre un quarantennio dopo la caduta del fascismo ha steso un velo di oblio sul razzismo antiebraico in Italia tra il 1938 e il 1943, grazie alla leggenda degli “italiani brava gente” contrapposti ai nazisti feroci e spietati, per cui tutto il male era proiettato sul periodo della repubblica sociale italiana, sull’occupazione tedesca e sulla deportazione nei campi di sterminio.

Al faticoso processo che negli ultimi 25 anni ha cercato di mettere in luce il profondo e pervasivo coinvolgimento della società italiana nella persecuzione antiebraica nel quinquennio 1938-1943 è appunto dedicato il prologo con cui si apre il volume.

Un centinaio di pagine è poi riservato alle responsabilità e connivenze della scienza giuridica italiana - professori universitari, magistrati, avvocati - definiti come “figure silenti”, ma lo stesso Autore documenta che non tutti rimasero chiusi in un ambiguo silenzio: furono numerosi i magistrati di cassazione, presidenti e procuratori generali di corte di appello, consiglieri di stato, rettori e professori universitari che collaborarono o aderirono a Il diritto razzista o scrissero in favore delle leggi razziste su riviste giuridiche. Troviamo nomi di “maestri” del diritto ancora in auge nel periodo repubblicano, e di maestri dei nostri maestri che mai avremmo pensato di leggere.

 

Le strutture amministrative della persecuzione antiebraica: la Demorazza.

Una documentazione in gran parte inedita permette di ricostruire il fondamentale ruolo della Direzione generale per la demografia e la razza (c.d. Demorazza, istituita presso il Ministero dell’interno) nella preparazione, redazione e attuazione degli interventi legislativi e amministrativi della persecuzione antiebraica. Si tratta di una decina di fittissime pagine che illustrano dall'interno il funzionamento di questa “quasi” perfetta macchina persecutoria. Apprendiamo così dell’esistenza (e della relativa composizione) di varie commissioni e sottocommissioni che si occupavano delle discriminazioni razziali, tra le quali particolare rilievo assunse il c.d. Tribunale della razza, a cui era attribuita la facoltà “di dichiarare la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze dello stato civile”. Ne facevano parte anche tre magistrati, tra cui in qualità di presidente l’illustre giurista Gaetano Azzariti.

Troviamo anche il “prontuario” contenente le massime delle decisioni assunte dalla Demorazza in tema di discriminazioni, accertamenti di razza, matrimoni: si consideravano ad esempio di razza ebraica i figli aventi più del 50% di sangue ebraico, così interpretando in termini percentuali la definizione giuridica di appartenenza alla razza ebraica.

Questa enorme massa di lavoro riguardava una percentuale pari all’uno per mille della popolazione italiana metropolitana, e cioè circa 48.000 ebrei italiani e 10.000 stranieri, quali risultavano dallo speciale censimento dell’agosto del 1938. 10.125 erano iscritti al Partito nazionale fascista, all’inizio del 1942 gli ebrei “discriminati” erano 6253, ma neppure la qualità di discriminato li salvò dalla deportazione durante la repubblica di Salò.

 

L’Unione delle Comunità Israelitiche e la Santa Sede di fronte al regime

Frutto di documenti inediti è anche il capitolo relativo ai rapporti dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane con il regime per tentare di circoscrivere la portata e alleviare gli aspetti più dolorosi e umilianti della persecuzione contro gli ebrei. È una pagina dolente, ove le dichiarazioni di patriottismo, di ossequio, di lealtà verso il regime e la persona di Mussolini si scontrano contro un muro di fastidio e di indifferenza. Il tema è trattato con grande comprensione e condivisione della difficilissima situazione in cui vennero a trovarsi i dirigenti dell’Unione delle Comunità Israelitiche, privi di qualsiasi mezzo per contestare i provvedimenti antiebraici che si susseguivano a catena, costretti in un ruolo di meri spettatori passivi della progressiva privazione di ogni diritto e di qualsiasi possibilità di lavoro.

Con lodevole obbiettività e rigoroso scrupolo documentale è affrontato anche il tema delle trattative della Santa Sede con il governo fascista, dalla posizione di netta condanna delle leggi antiebraiche di Pio XI alla opposizione “meno frontale” di Pio XII.

 

La svolta della RSI.

In gran parte inedita è anche la documentazione relativa ad alcune “imperfezioni” della legislazione razzista e ai tentativi della Demorazza di porvi rimedio, sollecitata da zelanti segnalazioni provenienti anche da magistrati. Le contromisure della Demorazza innescano una attività frenetica, sul terreno sia dei progetti di legge che delle istruzioni ai prefetti e alle altre autorità periferiche.

Il capitolo si chiude con il tragico periodo della RSI: dalla persecuzione dei diritti si passa alla persecuzione delle vite e non vi sono più spazi per interventi giudiziari o per circolari o istruzioni ministeriali. Tra i due periodi vi è comunque un’evidente continuità: la fase della persecuzione delle vite fu grandemente agevolata dallo speciale censimento della popolazione ebraica del 18 agosto 1938 e dai successivi periodici aggiornamenti delle condizioni personali, famigliari, professionali. Questa documentazione fu utilissima, direi essenziale, per le razzie dei nazisti e dei fascisti di Salò dopo l’8 settembre e l’avvio di interi nuclei famigliari nei campi di sterminio.

La continuità e la complementarietà tra i due periodi, così tenacemente e a lungo negata nel periodo repubblicano, è dimostrata anche dai ruoli di Guido Buffarini Guidi, prima capo della Demorazza dal 1938 e poi ministro dell’interno della RSI, e di Giovanni Preziosi, il più accreditato antisemita degli anni Trenta, poi direttore dell’Ispettorato generale per la razza della RSI.

 

Le circolari della Demorazza.

L’ultimo capitolo è dedicato alle circolari della Demorazza prodotte sino al luglio 1943, puntualmente definite da Saverio Gentile come l’aspetto dinamico della persecuzione. In effetti le circolari esprimono nello stesso tempo l’efficienza e il sadismo della macchina organizzativa volta a precludere qualsiasi possibilità di lavoro. Tra il 1938 e il 1943 agli ebrei fu vietato, tra l’altro, di essere amministratori o portieri in case abitate da ariani, di esercitare il commercio ambulante, di essere titolari di attività quali il commercio di preziosi, di oggetti antichi o d’arte, di libri, di oggetti usati, di articoli per bambini, di carte da gioco, di lana da materassi, di oggetti sacri, di oggetti di cartoleria, di indumenti militari fuori uso, di gestire scuole da ballo, agenzie di viaggio e di turismo, di allevare colombi viaggiatori, ecc. ecc.

La progressiva estensione dei divieti è un indicatore della disperata ricerca di nuove attività lavorative e delle zelanti segnalazioni delle autorità periferiche, di associazioni professionali, di gruppi di commercianti. Centinaia di funzionari ministeriali e locali erano coinvolti in questo frenetico lavoro di aggiornamento persecutorio e vi dedicavano “sapienza” giuridica e zelo antisemita.

 

Un epilogo dedicato a magistratura e razza.

Non è un caso che il volume inizi documentando il plauso dei rettori per l’allontanamento dei professori ebrei dalle università e si concluda con un epilogo dedicato ai rapporti tra magistratura e razza. Viene cioè sottolineata l’adesione di numerosi esponenti delle due categorie di giuristi - professori universitari e alti magistrati - che per la loro rispettiva qualità di promotori della cultura e di paladini dei diritti civili avrebbero dovuto opporsi all’ignominia delle leggi razziali, o quantomeno esimersi da manifestazioni di adesione e plauso.

Bene ha quindi fatto l’Autore a seguire da vicino la strabiliante carriera, già in gran parte nota, di un alto magistrato e illustre giurista quale Gaetano Azzariti, salvo brevi interruzioni capo dell’ufficio legislativo del ministero della giustizia dal 1927 al 1949, contemporaneamente presidente del Tribunale della razza dal 1939 al 1943, infine presidente della Corte costituzionale dal 1957 sino al 1961, anno della sua morte.

La ricerca di Saverio Gentile consente di valutare in tutta la loro ignominia le dirette responsabilità del regime fascista e la comoda e pressoché totale indifferenza della stragrande maggioranza della società italiana che nel quinquennio 1938-1943 fu incapace di esprimere, salvo poche eccezioni fedelmente documentate nel volume, qualsiasi resistenza ai veleni della propaganda e della persecuzione antiebraica.

                         Guido Neppi Modona

 

Saverio Gentile, La legalità del male. L’offensiva mussoliniana contro gli ebrei nella prospettiva storico-giuridica (1938-1945), Torino, Giappichelli, 2013, pp. 614

    

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