Memoria

 

Leone Sinigaglia

 di Marco Cavallarin

 

Leone Sinigaglia, compositore
1868 - 1944

 

Il 16 maggio 2014 è stato il 70° anniversario della morte di un grande musicista: Leone Sinigaglia. Quel 16 maggio del 1944 i fascisti lo scovarono, insieme a sua sorella Alina, nel rifugio che aveva trovato all'Ospedale Mauriziano di Torino, dove il dottor Domenico Coggiola aveva istituito una «sezione infettiva» per ospitarvi gli ebrei ricercati. Leone e Alina Sinigaglia dovevano essere portati alla caserma "Lamarmora" di via Asti, o al famigerato albergo Nazionale, per essere avviati da lì alla deportazione. Non andò così: Leone, settantaseienne, sfuggì all'arresto tirando ai fascisti il brutto scherzo di morire di crepacuore sotto i loro occhi; di certo quei figuri non si aspettavano una reazione del genere e lasciarono al Mauriziano il suo cadavere. Quindi non si curarono neppure di Alina che, trovato un altro rifugio presso amici a San Giorgio Canavese, morì affranta il 5 giugno, poche settimane dopo.

Leone Sinigaglia fu di quei compositori molto raffinati che appartengono alla storia della musica. I suoi pezzi erano eseguiti da Toscanini, Furtwängler, Barbirolli e Mahler, - giusto per citarne alcuni tra i maggiori - nei più importanti teatri del mondo. Era nato a Torino il 14 agosto del 1868 in una famiglia agiata e colta. Vivevano tra via Maria Vittoria e la villa di campagna di Cavoretto, ridente paesino sulle colline torinesi, almeno fino a quando le leggi razziste glielo permisero. Dopo la requisizione delle case (nella villa di Cavoretto, dopo il saccheggio fascista del febbraio 1944, si insediò un comando tedesco), Leone e Alina si trasferirono nel piccolo alloggio di Lungo Po Diaz 18 che Leone descrive, con l'ironia che non perse mai, come lo scompartimento di un wagon-restaurant dal quale si godeva lo splendido panorama del Po, senza nemmeno bisogno di prenotazione.

Amici della famiglia di Abramo Alberto Sinigaglia e Emilia Romanelli erano Antonio Fogazzaro, Galileo Ferraris, Cesare Lombroso, lo scultore Leonardo Bistolfi, l'editore Luigi Roux, la scrittrice Amalia Pincherle Rosselli, madre di Nello e Carlo,che erano suoi cugini. Leone crebbe tra queste frequentazioni e le escursioni sui monti, dove esercitava il suo esperto alpinismo, fino ad aprire nuove vie sul Cervino o sulla dolomitica Croda da Lago. Il padre era cultore d'arte e collezionista, di miniature soprattutto, che costituiscono la "Raccolta Sinigaglia", ora esposta alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano a cui l’avevano, con generosa previdenza, donata nel 1939, mettendola così al riparo dalla rapacità dei predatori fascisti.

Leone viaggiò molto in Europa: Vienna fu per anni la meta preferita, capace di soddisfare la sua sete di esperienze musicali. Fu lì che conobbe, tra gli altri, Brahms, Mahler e Dvoràk, dal quale prese lezioni di composizione e apprese l'amore per la musica popolare. Con costoro stabilì legami di profonda e duratura di amicizia. Otakar Dvoràk, figlio di Antonin, andò a trovare Leone e Alina nella villa di Cavoretto, stando ad alcune foto scattate al giovane Dvoràk. Perché anche di fotografia, come di entomologia, di mineralogia e di erboristeria Leone si occupava.

Leone e Alina non si nascosero alla persecuzione, non cambiarono nome, né ricorsero a documenti falsi. Fu un suora che stava facendo pulizia in un corridoio del Mauriziano che, ignara, indicò la camera del maestro Sinigaglia ai due miliziani fascisti venuti ad arrestarlo.

Rifugiato al Mauriziano, Leone continuava a occuparsi di musica colta e popolare, alla cui raccolta si era dedicato dal 1902 a Cavoretto. Leone Sinigaglia aveva scritto: "Un giorno d’estate, sui colli di Cavoretto, udii da una contadina cantare una così bella canzone che ne rimasi colpito ... Limitando le mie ricerche alla collina di Torino non mi sarebbe bastata la vita. Decisi allora di circoscriverle alla piccola Cavoretto, ove in dieci anni di indefesso lavoro trovai una grandissima quantità di canzoni e numerose varianti ... Più mi addentravo nel lavoro, più mi sorprendeva e insieme mi sgomentava la crescente e inattesa ricchezza che venivo scoprendo ... Le melodie delle vecchie canzoni popolari piemontesi sono bellissime: molte ve n’hanno, che potrebbero portar la firma di qualche grande maestro ... Noi raccogliamo il dolce usignolo dall'ala ferita, che abbandonato a sé troverebbe in breve, nell’oblio, la morte ... Bisogna affrettarsi a compiere questo lavoro. Molte delle canzoni che ho raccolte erano note a una donna sola, che morendo avrebbe portato con sé il segreto ... ”. Si svela un altro aspetto del grande musicista: quello dell'etnomusicologo, che riprende e completa il lavoro fatto dal D'Ancona e da Nigra, trascrivendo studiando non i soli testi ma anche le musiche delle canzoni popolari piemontesi.

La figura di Leone Sinigaglia appartiene alla tradizione ebraica piemontese per la fedeltà alla patria savoiarda e l'amore per il paesaggio e per le tradizioni popolari. L’ebraismo piemontese è stato fortemente patriottico, ha dato molto a casa Savoia e all’italianità e “ha pagato un prezzo molto alto, se si calcola il modo in cui questo patriottismo finì: con le leggi razziali e con la firma del re sotto di esse. Il patriottismo è soprattutto fedeltà al paesaggio, alla terra, alla tradizione popolare e alla stessa città. E fu largamente impolitico. Subì la politica quando la politica si occupò degli ebrei per perseguitarli." Così mi diceva Alberto Cavaglion nell’intervista che mi rilasciò per il documentario che sto completando su Sinigaglia.

Le leggi razziste hanno perseguitato anche la musica. Dal 1938 furono vietate le esecuzioni delle musiche di compositori ebrei, quindi anche quelle di Leone Sinigaglia; i suoi spartiti, conservati nelle biblioteche, furono messi al rogo, fu messa a tacere la sua fama e il suo lavoro. Tutto fu cancellato, bruciato, disperso. Il 18 giugno del 1940 il Ministro dell'Interno Buffarini aveva scritto ai prefetti: ". È stato fatto divieto agli appartenenti alla razza ebraica, anche se discriminati, di esplicare qualsiasi attività nel settore dello spettacolo. Si fa presente che tale divieto deve intendersi esteso a tutte le categorie interessate allo spettacolo e quindi debbono ritenersi in esso compresi gli autori, i librettisti, i traduttori, i soggettisti, gli scenografi, gli attori di qualunque rango, i registi, le comparse, i componenti i cori, i direttori ed i componenti di orchestra, il corpo di ballo e chiunque altro eserciti comunque la sua attività nel campo teatrale come tecnici, operai, personale di sala, di pulizia e di custodia. Si prega di provvedere per l'esatto adempimento di quanto sopra favorendo un cenno di rassicurazione." Nel suo testamento Sinigaglia si augurava la fine della discriminazione imposta dalle leggi razziali.

Relativamente scarsa è stata la fortuna di Sinigaglia nel dopoguerra. Non sono più tornati i tempi in cui le sue composizioni venivano pubblicate dai più grandi editori musicali del mondo, come Ricordi di Milano e Breitkopf & Hartel di Lipsia ed eseguite e dirette dai più grandi esecutori del tempo. Dopo la guerra qualcuno ci ha provato a ridargli lustro, più per passione e amore che per interessi di mercato, ma quei concerti di musica da camera e di canti popolari e i pochi dischi che furono incisi li potremmo definire "commemorazioni". Fu poi il folk-revival degli anni Settanta, tra gli altri con Roberto Leydi e Michele Straniero, a ricuperare il lavoro di Sinigaglia, sul canto polare piemontese, ad apprezzarlo, a eseguirlo, a inciderlo nei dischi e a ridare visibilità e sonorità al suo imponente patrimonio etnomusicologico.

 I piemontesi e più in generale gli appassionati di musica devono conservare un senso vivo di gratitudine verso Leone Sinigaglia, anche per la sua diligente e intelligente fatica diretta a salvare nella sua integrità di parola e musica, il prezioso patrimonio dei canti popolari del Piemonte. Mi diceva ancora Alberto Cavaglion: "Quello che soprattutto colpisce è la violenza che fu esercitata dal regime contro la forza della bellezza. E tanto più è violento il messaggio del razzismo quando si applica contro personalità di questo tipo. E la sua musica suona come una minaccia per chi oggi ancora con violenza cerca di praticare quello che Montale definì il veleno di una fede feroce, e cioè il razzismo."

Marco Cavallarin

 

 

     

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