Cinema

 

Viviane

di Anna Maria Fubini

 

Non siamo nuovi ai film israeliani che con coraggio descrivono la condizione femminile in Israele. Si proietta in questi giorni “Viviane” di Romit e Shlomi Elkabetz.

Nel numero precedente di Ha Keillah compare un lungo articolo di Ruth Mussi sul ruolo della donna nella cultura ebraica. Qui assistiamo alla condizione della donna sposata in Israele, sottoposta unicamente alla legge religiosa in quanto non esiste il matrimonio civile e quindi anche il divorzio è regolato dai Tribunali rabbinici. Inoltre solo il marito può concederlo attraverso la procedura di ripudio della moglie, il get. Il film si svolge per tutta la sua durata in un’aula di Tribunale. È lento e ripetitivo, udienze in cui la moglie, assistita da un combattivo avvocato laico, si batte per vedere sancita legalmente la sua libertà e in cui il marito per lo più non compare e se compare tace o si limita a dire no. Si alternano i testimoni, pochi a favore della moglie, più numerosi quelli a favore del marito, in fondo un brav’uomo che dà alla moglie tutto quello che può desiderare, non è violento, dunque perché la donna l’ha lasciato ormai da tempo? I rabbini applicano freddamente la norma: se il marito si rifiuta di concedere il get la moglie non ha scampo. La causa dura cinque anni, udienza dopo udienza, in un’atmosfera sempre più oppressiva e claustrofobica. Alla fine i rabbini concederanno il benedetto divorzio ma sarà ancora il marito a avere il potere decisionale: se non deposita l’atto di ripudio nelle mani della moglie ripetendo le parole pronunciate dal Presidente del Tribunale una dopo l’altra, cinque anni di battaglie procedurali saranno stati vani.

Non si può non sentirsi a disagio scrutando le reazioni del pubblico in sala. Com’è possibile tutto questo in un Paese moderno e democratico come Israele? Per fortuna, l’unico commento udito all’uscita è stato quello di una signora: “Bello il film ma che fortuna non essere nata in Israele!”

Anna Maria Fubini

   

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