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Brevi considerazioni a margine degli Scritti ebraici di Alfredo Caro

 di Sergio Franzese

 

Il volume, suddiviso in tre capitoli (Scritti storico-critici, Scritti d'occasione e Scritti ebraici ...ebraici? Sì, ebraici!), raccoglie oltre una trentina di pezzi che Alfredo Caro ha redatto tra il 2010 ed il 2012, in parte pubblicati su varie testate ebraiche, tra cui anche il nostro giornale, ed altri inediti. Va detto che per il loro contenuto essi sono destinati in primo luogo al pubblico ebraico nei cui confronti si pongono come un forte richiamo, dai toni quasi profetici. Le numerose riflessioni che Alfredo Caro ci propone vertono sulla precarietà della condizione ebraica nella galut ed in particolare insistono sulla progressiva perdita di identità dovuta ad un processo assimilatorio sempre più marcato, a partire dall'emancipazione. Oltre a questo egli non manca di esprimere i propri timori di fronte ad un risorgente antisemitismo in Europa, prefigurando uno scenario in cui la condizione attuale di relativa tranquillità e di sicurezza potrebbe bruscamente interrompersi.

In diverse occasioni l'autore pone l'accento sulla differenza tra giudaismo ed ebraismo, il primo inteso come pensiero religioso che va da Ezra al 1789 (anno della Rivoluzione Francese, che segna l'inizio dell'emancipazione per gli ebrei in Europa), il secondo come la condizione che si è determinata da quel momento in poi. Ed è su questo doppio binario che si gioca il presente ed il futuro dell'identità ebraica, un futuro che l'autore ritiene possibile solamente con la fuoriuscita dall'esilio attraverso un ricongiungimento con la propria storia, in primis attraverso il ritorno nella terra ancestrale.

I due capisaldi dell'ebraismo diasporico, la Tradizione (religiosa/culturale) e la Memoria finiscono con il collocare l'ebreo esclusivamente in relazione al passato, estraniandolo però dalla propria storia presente, storia a cui solo il ricostituito Stato di Israele può garantire continuità. Alfredo Caro giustamente ci fa notare che questi due aspetti metastorici senza la continuità storica prodotta dal Sionismo, novella linfa vitale per l'ebraismo, non potranno sopravvivere ancora a lungo. Ogni suo "dire", per usare le sue stesse espressioni, consiste quindi in un'esortazione ripetuta che egli rivolge agli ebrei delle comunità italiane a ricollegarsi alla propria storia abbandonando la condizione esilica, un abbandono inteso come processo mentale ancor prima che fisico. La presenza ebraica al di fuori di Israele, qui con particolare riferimento alla realtà italiana, sembra dunque, secondo l'autore, inesorabilmente destinata ad un lento declino se la gioventù non sarà orientata a compiere l'alyah e se da parte degli ebrei diasporici non si guarderà a Erez Israel come al solo riferimento spazio-temporale in grado di garantirne la sopravvivenza collettiva.

Parallelamente, sul versante della società europea, l’autore non manca di esprimere i propri timori di fronte ad un risorgente antisemitismo.

L'assimilazione a cui si fa ampio riferimento in queste pagine è soprattutto intesa come adesione/appiattimento alla mentalità borghese che dall'emancipazione in poi ha generato la trasformazione da "ebreo italiano" a "italiano ebreo", permeandone la natura come una prima pelle e mortificando il senso di un'appartenenza collettiva, quasi fino a farla scomparire. Essa si è infatti compiuta come emancipazione individuale e non come il riconoscimento di un’intera minoranza già presente all'interno del tessuto sociale italiano (o di ogni altro paese europeo) con caratteri distintivi. Le dinamiche attraverso le quali è avvenuta, cioè l'uscita dai ghetti, hanno successivamente favorito la frammentazione delle comunità anche su basi di appartenenza di classe, con conseguenti manifestazioni di antagonismi e processi di disgregazione interni; la Libertà conquistata è stata erroneamente reputata come qualcosa che precede la Giustizia, sovvertendo in questo modo ciò che per un ebreo dovrebbe essere in accordo con la propria ebraicità, ovvero Giustizia come fonte di Libertà.

L'esaltazione dello Stato di Israele, come unica meta possibile per l'ebraismo, non impedisce tuttavia ad Alfredo Caro di sottolinearne aspetti critici, sia per quanto riguarda le scelte politiche appiattite su quelle dell'Occidente, nella fattispecie degli USA, sia per l'urgenza di raggiungere la pace con i Palestinesi. Uno stato ebraico governato dalle stesse regole del mondo capitalizzato e senza una reale prospettiva di pace nell’immediato rischia di allontanarsi sempre più dai valori fondanti del Sionismo, la cui matrice è socialista e collettivistica. Altrettanto pericolosa potrebbe essere, per altro verso, una deriva confessionale qualora Israele dovesse orientarsi verso un modello di stato “giudaizzante”, come auspicato dalle componenti religiose ultra-ortodosse in rapida espansione demografica.

Non mancano fra gli scritti di Alfredo Caro anche dissertazioni di natura speculativa, ampi riferimenti alla Shoah, interventi su tematiche attuali interne all’ebraismo italiano, e richiami ad altri autori ebrei classici e contemporanei come André Neher, Walter Benjamin, Emmanuel Lévinas, Marc-Alain Ouaknin, Stefano Levi Della Torre, Georges Bensoussan, interventi sui quali lo spazio a mia disposizione mi impedisce di soffermarmi.

Il titolo scelto per il libro, Scritti ebraici senza risonanze, denota tuttavia una certa delusione dell'autore per una generale mancanza di riscontro ai suoi interventi sparsi qua e là sulla stampa ebraica italiana (purtroppo manca la citazione delle testate su cui la pubblicazione è avvenuta). Non sta a me dire a che cosa questa supposta "indifferenza" sia dovuta. Mi si consenta però di azzardare un paio di ipotesi, al netto del principio in base a cui nemo propheta in patria. La prima sta forse nella difficoltà ad affrontare concetti complessi che ad una lettura superficiale sfuggono alla comprensione immediata, ragionamenti ricchi di sfumature simili a pilpul, volute ridondanze, digressioni che talora rischiano di far smarrire il filo del discorso ed intimorire così anche il lettore ebreo medio, non più avvezzo alle disquisizioni talmudiche, considerando che anch'egli come quasi tutti possiede la sua dose di frenesia e di pigrizia mentale a cui la vita moderna ci ha abituati.

La seconda ragione conseguente e/o collaterale alla prima può essere un sentimento di lontananza dalle problematiche affrontate, da molti considerate non impellenti, sebbene invece le puntigliose analisi proposte ne mettano in evidenza il carattere di urgenza. Io credo tuttavia che, anche in assenza di dibattito, gli articoli con i quali Alfredo Caro ci ha richiamati all'attenzione in questi anni, riuniti nel libro della Giuntina uscito nel 2013, non siano passati inosservati ma abbiano stimolato e continueranno a stimolare le riflessioni di molte persone all'interno delle comunità ebraiche italiane e potranno, forse, contribuire in taluni casi a correggerne la rotta e, di conseguenza, a mostrare loro la strada verso un destino più promettente. Per questa ragione ritengo che essi meritino una più vasta diffusione ed una maggiore attenzione di quanta ne sia stata loro finora riservata.

Sergio Franzese

 

Alfredo Caro - Scritti ebraici senza risonanze - Giuntina, 2013 - 15

 

Dani Karavan, Monumento alla Brigata Neghev

 

   

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