Libri

 

La scena interiore

 di Giorgio Gomel

 

Nella letteratura di memoria della persecuzione e deportazione degli ebrei d'Europa, questo libro così agile e originale edito appena un anno fa in Francia occupa un posto insolito. Quella di Cohen è una famiglia di ebrei sefarditi, originari di Istanbul ed immigrati in Francia negli anni '20. Artigiani e dediti al piccolo commercio, educati nel cosmopolitismo dell'impero ottomano e nel suo pluralismo linguistico (turco, judeo-espanol, francese, greco, armeno).

Nella Parigi occupata dell'estate 1943 la polizia di Vichy irrompe nella loro casa, cattura la madre, il padre, la sorellina di appena tre mesi, i nonni paterni, alcuni zii. Li interna a Drancy; da lì i convogli li deporteranno ad Auschwitz dove saranno assassinati.

Marcel, bambino di cinque anni, tornato dal parco in compagnia della domestica dei nonni, assiste alla razzia protetto da alcuni vicini. Sopravviverà nascosto dalla famiglia della domestica fuggiasca in Bretagna sino alla liberazione.

Il libro e un insieme di ricordi, minuti frammenti di ricordi e lunghi intervalli di silenzi ed oblio, di quel mondo familiare annientato con metodica, efferata brutalità. Sono i ricordi di un bambino, trasfigurati dal dolore immane della perdita. Li accompagnano, oltre a qualche fotografia e alcuni oggetti ritrovati nelle cantine della casa (una borsa, una cuffia, un pupazzo, un bracciale), le testimonianze di un fratello del padre sopravvissuto alla razzia raccolte in fugaci confidenze dalle figlie dopo anni di mutismo dolente. Il tentativo di Marcel è di ricostruire da piccoli indizi, cenni di esistenza, un ritratto di vita vissuta dei suoi cari. Aleggia in queste pagine un amore profondo per la famiglia perduta, un amore intessuto di ricordi labili, affidati - come recita il titolo del libro - alla scena interiore.

Basti un esempio: il ricordo di Jacques, il padre di Marcel. "Quando Jacques mi sollevava da terra per mettermi sulle sue spalle trovava piacere nel tenermi immobile per un istante a braccia tese. Avrei dovuto ridere per fargli vedere che non avevo paura, ma ci riuscivo solo a metà. Per strada, ogni volta che vedo un bambino sulle spalle del padre, mi dico che indubbiamente non esiste felicità più grande e che, se anche la piccola vertigine e il timore sono reali, vengono compensati ben oltre le aspettative dalla sensazione di avere il mondo ai propri piedi e di essere invulnerabili."

Il ricordo più toccante e sommesso è quello di Monique, la sorellina internata in un ospedale a tre mesi dalla nascita e a sette deportata con la madre con il convoglio 63 da Drancy ad Auschwitz. Di lei non sussistono documenti - ci ricorda Marcel - se non un atto di nascita e un nome burocraticamente inserito in una lista di deportati su quel convoglio. Nessuna prova della sua morte. Dopo la guerra Il fratello vuole incidere il nome di Monique sulla tomba dei nonni materni in un cimitero parigino, ma l'impresa di pompe funebri richiede un certificato di decesso, un documento che ne accerti la morte. È un paradosso tragico, ma per i formalismi ufficiali Monique è ancora in vita senza quel documento. I milioni sterminati nei campi non hanno né sepoltura né documenti. Con un favore, quasi un'eccezione, il suo nome alla fine di lunghe trattative figura sulla tomba. L'atto di nascita e il suo nome sulla tomba sono le uniche prove che Monique sia esistita.

Giorgio Gomel

 

Marcel Cohen, La scena interiore, Ponte alle grazie, 2014

       

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