Lettere

 

L’errore del rabbino capo

 

La mancata elezione a rabbino capo ashkenazita di Gerusalemme di Rav Shmuel Eliyahu impone alcune riflessioni sull’istituzione rabbinica sia in Israele sia nella diaspora. Rav Shmuel Eliyahu è noto per le sue dichiarazioni razziste e parafasciste, della cui portata distruttiva probabilmente neppure lui si rende conto. La sua elezione è stata fortunatamente sventata anche per l’intervento dell’Israel Religious Action Center, un’organizzazione che si batte per la democrazia nella vita religiosa israeliana e che ha promosso una raccolta di firme a livello internazionale, per evitare la vergogna di un rabbino capo di Gerusalemme razzista ed antidemocratico. A tale carica è stato eletto rabbi Amar con 28 voti, mentre rabbi Shmuel Eliyahu ne ha ottenuti 18.

Viene quindi naturale porsi alcune domande: È proprio necessario avere un rabbino capo? A cosa serve questa istituzione? È nell’interesse del popolo ebraico?

Nelle comunità israeliane fortunatamente i rabbini capo sono due, un ashkenazita ed un sefardita, e questo fatto preserva almeno una certa dialettica e contiene l’eccesso di un potere religioso concentrato nelle mani di una sola persona. I due rabbini capo però non rappresentano le altre tradizioni minoritarie presenti in Israele, fra cui, ad esempio, l’italiana (il minhag miromi non è ashkenazita né sefardita), ed ancora meno rappresentano le comunità e congregazioni che in Israele si ispirano all’ebraismo conservativo, o riformato, o liberale o ricostruzionista.

Al di là di questi problemi di rappresentanza bisogna ricordare che il ruolo di rabbino capo è estraneo alla tradizione talmudica ed in conflitto con i principi di democrazia. Perché un rabbino può istituzionalmente contare più di un altro? Perché il suo potere deve prevalere sugli altri? Qual è il senso di una gerarchia rabbinica? Ve li immaginate i rabbini Eli’ezer, Yehoshua, El’azar ben Azarià, Akiva e Tarfòn, che nella narrazione della Haggadà shel Pesach trascorrono la notte a discutere sull’uscita dall’Egitto, a contendersi l’incarico di rabbino capo di Bené Beràq? [Per la verità poco prima del seder di Bené Beràq era stato deposto Rabban Gamliel dalla carica di Presidente del Sinedrio: le dispute per le poltrone non mancavano neanche a quei tempi, ndr]

Storicamente, nell’Israele del secondo tempio, il rabbinato nasce proprio in opposizione alla rigida gerarchia della tribù sacerdotale, al materialismo cinico dei sadducei ed alla violenta oppressione della corte filoromana degli Asmonei.

Proprio per preservare i principi di autonomia e democrazia il tribunale rabbinico è costituito da tre persone, o da undici per i casi gravi, in modo che la decisione sia ben discussa e ponderata, senza che un rabbino possa prevalere sugli altri, se non per il suo sapere, per la sua esperienza e la sua capacità comunicativa, e non certo per la sua autorità istituzionalizzata. E comunque la decisione viene presa a maggioranza, e l’unanimità è sconsigliata e sospetta.

Nelle nostre comunità italiane, amministrate troppo a lungo in base alla legge fascista del 1930, che è stata successivamente riformata, ma mantiene sostanzialmente un approccio alla nostra vita religiosa sostanzialmente autoritario ed antidemocratico, è prevista l’istituzione del rabbino capo, del vice rabbino capo e del rabbino maggiore. La differenza fra rabbino capo e rabbino maggiore mi sfugge completamente, e vorrei che qualcuno me la spiegasse. Negli ultimi due o tre anni, si deve riconoscere, c’è stato uno sforzo di rinnovamento, e si tende ad attribuire un maggior potere ai contesti collegiali (assemblea rabbinica e giunta rabbinica) che non ai singoli rabbini. Inoltre si deve riconoscere che nelle piccole comunità l’istituzione del rabbino capo appare del tutto pleonastica, in quanto è molto raro che possano permettersi più di un rabbino. Perché allora dobbiamo chiamarlo “capo”? Non basta definirlo semplicemente “rabbino della comunità ebraica di …”? La rinuncia al termine di “capo”, non solo non ne sminuisce il ruolo, ma pone l’accento sull’indispensabile servizio di sostegno ed indirizzo che svolge nella vita della comunità, piuttosto che sulle funzioni autoritarie di controllo. Nelle comunità più grandi, Roma e Milano, dove sono presenti più rabbini, la nomina di un rabbino capo implica un principio di autorità antidemocratico, che sminuisce il ruolo degli altri rabbini che non sono “capo”, ma non per questo valgono meno di lui.

La gerarchizzazione del rabbinato troppo a lungo ha privato le comunità di una sana dialettica alla pari fra rabbini, da cui possano scaturire decisioni ed orientamenti, presi a maggioranza, e perciò frutto di un confronto fra posizioni diverse che certamente arricchisce e comporta maggiore ponderazione ed approfondimento delle varie questioni, come è nella nostra più originale tradizione, stravolta dal fascismo.

Se poi pensiamo alla storia della comunità di Roma, l’unica forse in Italia dove esiste una vera e propria base popolare ebraica, in cui tutte le classi sociali sono presenti, l’istituzione del rabbino capo ha prodotto una figura di interlocutore privilegiato del papa. Ma è stata questa una conquista, oppure un adeguamento ad un modello autoritario e verticistico, che non corrisponde alla nostra tradizione, ed a tutt’oggi non soddisfa i nostri bisogni? Possibile che la nostra vita religiosa debba omologarsi al modello prevalente in Italia, ossia quello cattolico?

Certamente il modello americano, in cui i vari orientamenti culturali dell’ebraismo si confrontano alla pari ed apertamente, e questo confronto produce una vivace sinergia, non è facilmente esportabile, soprattutto in Italia, dove abbiamo avuto una storia assai diversa, segnata dall’oppressione dei ghetti, dalle continue persecuzioni e poi dallo sterminio sistematico. Sono però convinto che una maggiore collegialità e condivisione possa arricchire la nostra vita religiosa e culturale, abbattendo quei muri psicologici che portano all’esclusione ed all’inaridimento.

Sandro Ventura

 

Dani Karavan, Parque de Juan Carlos I, Madrid.jpg

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