Parigi

 

 

 

 

Una fissazione unilaterale

 

di Sergio Della Pergola

 

Credo che la più pertinente risposta al lungo intervento di Giuliano Della Pergola su Ha Keillah di ottobre siano i tragici attentati di Parigi di venerdì 13 Novembre. Giuliano, parlando con sarcasmo di un nuovo ordine israeliano, sciorina la sua versione di quelli che sono tutti i mali e tutti i problemi della società israeliana, ma si dimentica di dedicare una sola parola al contesto in cui noi viviamo in Israele. Certo la società israeliana, e in particolare il suo governo attuale, hanno molte pecche nella gestione sia degli aspetti interni sia di quelli esterni del quotidiano e, cosa ancora più preoccupante, sembrano spesso mancare di una visione strategica su come gestire il futuro di quei problemi. Ma è semplicemente irresponsabile oltre che incompetente analizzare le vicende dello stato ebraico senza dire una sola parola sull'ambiente islamico - o meglio sui diversi ambienti islamici - nel cui vicinato Israele deve muoversi. Più che un'analisi, allora, quella di Giuliano Della Pergola risulta una fissazione unilaterale, che forse potrà generare un senso di soddisfazione e compiacimento all'anima sua e a quella di molti altri che condividono le sue idee e a cui Ha Keillah offre spesso generosamente le sue pagine, ma che non produce nessuna incidenza sul piano dell'analisi socio-politica oltre che della politica reale.

Israele è quello che è, ripeto con i suoi molti difetti, in gran parte a causa della mancanza di un assetto politico definitivo della regione medio-orientale che dipende quasi esclusivamente dal rifiuto islamico di ammettere al suo interno l'esistenza di uno stato ebraico. L'Islam, soprattutto a partire dalla rivoluzione di Khomeini nel 1979, ha non solo radicalizzato le sue posizione anti-ebraiche e anti-israeliane, ma ha anche sviluppato una posizione guerrafondaia nei confronti dell'occidente in generale e del mondo cristiano in particolare di cui l'11 Settembre e ora il 13 Novembre sono la manifestazione parossistica. Questo fondamentalismo politico non innova ma solo si aggiunge alla posizione intransigente nei confronti dell'esistenza di Israele che appare già chiaramente fin dal dibattito all'assemblea generale dell'ONU nel 1947 in vista della proposta di spartizione della Palestina al termine del Mandato Britannico. In quell'occasione il rappresentante palestinese Jamal El-Husseini dichiarava:

 

Un’altra considerazione di fondamentale importanza è quella dall’omogeneità razziale. Gli Arabi vivono in un vasto territorio, esteso dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, parlano una stessa lingua, condividono la stessa storia, la stessa tradizione e le stesse aspirazioni. La loro unità è una solida fondazione per la pace in una delle zone più centrali e delicate del mondo. È pertanto illogico che le Nazioni Unite si associno all’introduzione di un corpo estraneo in quella ben consolidata omogeneità [...]. La futura organizzazione costituzionale della Palestina dovrebbe essere basata [...] sulla costituzione di uno stato arabo democratico che includa l’intero territorio della Palestina.

Oggi, a parte la tragica barzelletta dell'unità araba, con i massacri quotidiani fra Sunniti e Sciiti, ritroviamo ancora le stesse posizioni negazioniste nei confronti dei non-islamici e degli ebrei in particolare. Nella confusione mentale di questi estremismi islamici, a volte si nega agli ebrei il carattere di nazione e si concede loro solamente l'appartenenza a una religione, e ciò serve a sostenere la tesi che gli ebrei non hanno diritto a una sovranità politica statale perché questa è riservata solo ai gruppi nazionali. Altre volte invece si contesta proprio la religione ebraica che su un piano teologico viene definita come inferiore e da combattere. In altre parole agli ebrei non vien concesso alcuno spazio.  La carta costituzionale di Hamas incita esplicitamente all'uccisione di tutti gli ebrei "che si nascondono dietro ogni pietra e ogni albero". Il documento costitutivo dell'OLP semmai parla di un movimento di sgombero collettivo della presenza ebraica. Lo stato d'Israele è stato aggredito nel 1948 per il solo fatto di esistere, non perché occupava i territori palestinesi. Nel 1967 e nel 1973 sono stati operati due nuovi tentativi di distruzione, per non parlare degli Scud irakeni nel 1991 e delle continue provocazioni militari dal Libano del sud e dalla striscia di Gaza. L'occupazione dei territori palestinesi nel 1967 è stata la conseguenza, non la causa di questi ripetuti tentativi di sopraffazione e di distruzione. Israele ha probabilmente mancato diverse buone occasioni per promuovere il dialogo di normalizzazione, e chi lo aveva fatto con maggiore energia, Itzhak Rabin, è stato assassinato proprio per questo. Ma l'accusa di calpestare i diritti dei palestinesi non può essere fatta senza prima ammettere che se dipendesse dai palestinesi gli ebrei sarebbero tutti morti o in esilio e Israele non esisterebbe.

Da buon cultore della pace, quale è Giuliano Della Pergola, mi aspetterei una sua presa di posizione pubblica di fronte al terrorismo islamico, alle stragi perpetrate in Francia e in altri paesi, fra i quali anche Israele. Da buon cultore delle arti e della cultura, come è indubbiamente Giuliano, mi aspetterei una sua presa di posizione di fronte alle barbare distruzioni di siti e di reperti storici compiute in questi anni da forze islamiche. Da buon cattolico, come Giuliano è sempre stato, mi aspetterei un presa di posizione coerente e indignata di fronte alle persecuzioni e discriminazioni di cui sono vittime le comunità cristiane in Medio Oriente da parte islamica. Ma nulla di tutto ciò emerge, e tutto quello che rimane è la critica nei confronti di Israele, che finisce per diventare una specie di ossessione punitiva disgiunta da qualsiasi analisi obiettiva dei fatti storici e sociali.

Aggiungo che nel suo intervento Giuliano compie anche alcuni gravi errori sul piano dell'analisi socio-demografica, preso com'è dalle sue idee preconcette. Per esempio in Israele, a parità di religiosità, la natalità da tempo non è più associata inversamente bensì direttamente allo strato socioeconomico. Sono oggi proprio le classi sociali più mobili, meglio educate e più abbienti e non le classi più povere che hanno famiglie più numerose. Ho detto a parità di religiosità, perché indubbiamente la variabile primaria legata alla fecondità è la religione. E se in questo caso, sia in campo ebraico, sia in campo arabo, l'avere più figli comporta maggiore povertà, si tratta  di scelte volontarie e consapevoli, e non meccaniche, e su questo le politiche sociali poco possono fare. Non resta al governo se non cercare di alleviare i disagi economici che sono la logica conseguenza di queste scelte ideologiche.

Io credo che per onestà e dignità Giuliano Della Pergola e coloro che condividono la sua presa di posizione dovrebbero prima di tutto esprimere chiaramente un pensiero su quanto avviene in qesti ultimi anni all'interno delle società islamiche e nella dialettica fra mondo islamico e occidente. Solamente dopo, potremo intavolare una costruttiva discussione su come si possa rendere meno imperfetto, più giusto e più rilevante lo stato d'Israele.

Sergio Della Pergola

 

     

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