Israele

 

 

 

 

Condividiamo il gas?
 

di Alessandro Treves

 

 

“Slichà...” sbucando da dietro, una mano mi sfiora l’avambraccio, porgendomi un foglio da 20 shekel. Ero sovrappensiero, ed è sentendomi in colpa per la mia lentezza di riflessi che lo passo alla ragazza seduta davanti a me, la quale già aveva predisposto il palmo della mano senza nemmeno bisogno di girarsi per vedere, e con altrettanta naturalezza lo passa all’ebreo ortodosso in prima fila (escluso che ci sia stato alcun contatto fisico), e questi lo passa all’autista. Il percorso di ritorno delle monete di resto, dopo il rodaggio dell’andata, è morbido e veloce come un ravviarsi i capelli. Il pagamento del biglietto, sui minibus di Tel Aviv, esprime la solidarietà all’interno di una confraternita provvisoria, che esaurisce i suoi riti nell’espletare quest’unica piccola transazione finanziaria. È una confraternita democratica cui tutti sono ammessi, senza distinzione di sesso, età o stile di vita, ed anzi i suoi membri cambiano in continuazione, ad ogni fermata. Condivide idealmente i valori di rapidità, precisione, rispetto delle scelte altrui. Facilitando la gestione dei minibus promuove in pratica la causa del trasporto a buon prezzo, e in questo rappresenta il modo equo e solidale per arrivare, stasera, alla manifestazione contro l’accordo per lo sfruttamento del gas, dove speriamo di trovare nostra figlia.

 

Da Dizengoff all’Habima, massimo alla Stazione degli Autobus, gli spostamenti possibili col minibus sono minimi rispetto ai balzi di cui mi raccontava Ehsan, da Bangkok ai Caraibi alle Filippine. Seguendo la sua strategia di prendere il volo che costa meno a prescindere dalla destinazione: “ero a Singapore ed era tutto piuttosto caro, tranne questo passaggio a 35 dollari per il Laos; l’ho preso, ed a Vientiane ho pure trovato degli amici di Puerto Rico”. Ehsan, iraniano nato e cresciuto in Germania, lavora due mesi l’anno ad Amburgo (per fare soldi) ed un mese l’anno in una specie di ostello di Puerto Rico (per fare pratica alberghiera) sognando di acquistare prima o poi una pensioncina nell’Algarve, e intanto va a zonzo per il mondo 9 mesi l’anno, spendendo il meno possibile.

 

 

 Mi è capitato, dopo che aveva passato una notte all’addiaccio nell’improbabile Barberino del Mugello (“uno dei miei errori”), come passeggero BlaBlaCar per Venezia. È stata l’altra figlia che mi ha portato, come autista ma anche come passeggero, nella confraternita BlaBlaCar, lo strumento di condivisione online dei passaggi in auto che riduce i costi, l’impronta energetica ed anche la bile nei confronti della Ferrovie dello Stato. Ed è così che ho ascoltato le storie di Ehsan, o del carabiniere di Marcianise di stanza in Afghanistan, o delle due giovani cinesi del Sinkiang Uighur trasferite in Australia che non si capacitavano del perché gli ebrei non riconoscessero la divinità di Gesù. Sembra così ovvia. Ehsan invece la sa lunga, ed autentici o un po’ ricamati che siano i suoi racconti, quando si parla del conflitto mediorientale dimostra una ragionevolezza che verrebbe da proporlo come arbitro insindacabile…

“Ciao, genitori!” una figlia sotto l’ombrello con la casacca del suo movimento giovanile, come l’unico compagno rimasto con lei, ci dice che siamo arrivati all’epicentro della manifestazione, vicino alle torri Azrieli, anche se la pioggia ha già disperso buona parte dei dimostranti. È la Tel Aviv alternativa, trasandata, vegana, gaia, sgaia e in parte gay, che manifesta qui, consumata nei propri buoni propositi, ma rincuorata dal sentire che altre manifestazioni, sia pure più piccole, si stanno svolgendo anche nell’ammuffita Haifa, nell’ottenebrata Gerusalemme, nella Be’er Sheva minacciata dallo squadrismo. Contro cosa si manifesta? Contro l’approvazione dell’accordo quadro sul gas naturale, formulato dopo la scoperta dell’enorme giacimento Leviathan nel Mediterraneo, da parte del consorzio fra la Delek Group dell’imprenditore Yitzhak Tshuva e l’americana Noble Energy, che avevano ottenuto la concessione per le esplorazioni. Gli aspetti importanti dell’accordo sono tecnici e quantitativi, come la quantità di gas che il consorzio si impegna a vendere sul mercato israeliano invece che esportarlo, e i diversi tipi di tassazione cui verrà sottoposto. O i costi della protezione degli impianti, verosimilmente garantita dalle forze di sicurezza dello stato. La quasi totalità dei dimostranti avrebbe difficoltà a citare cifre e percentuali. Dall’altra parte, economisti come il Prof Ady Pauzner dell’Università di Tel Aviv o giornalisti economici come Nehemia Shtrasler si sono spesi per dimostrare quanto secondo loro l’accordo sia conveniente per i contribuenti israeliani. “Non si rendono conto”, scrivono, “che il 70-80% dei guadagni ritornerebbe allo stato sotto varie forme, ai privati rimarrebbe solo il 20-30%”, che a loro pare poco. Però il commissario all’Antitrust, David Gilo, si è dimesso pur di non essere costretto a dare il nulla osta all’accordo, che evidentemente a suo parere non aiuta a contrastare il quasi-monopolio che verrebbe di fatto a crearsi per il gas naturale. E il ministro dell’Economia, Arye Deri, capo del partito Shas, ha addirittura preferito lasciare il ministero, in cambio di quello molto meno ricco e creato ad hoc di “Ministero della Periferia”, pur di non essere lui a dover firmare. Netanyahu si trova così ad avere via libera, avendo accumulato oltre al ruolo di Primo Ministro quelli di ministro degli Esteri, delle Comunicazioni e dell’Economia. Altre figure di spicco, come l’ex contabile del ministero delle Finanze, il Prof Yaron Zelekha, o il geologo Joseph Langotsky, sono fermamente contrari, e questo rafforza la percezione che, al di là degli aspetti tecnici, non si tratti di altro che di un colossale regalo ad un gruppo di uomini d’affari vicini a Netanyahu. Questo non disturba più di tanto o forse non disturba affatto la maggioranza silenziosa della popolazione israeliana, che si mantiene silenziosa tranne quando c’è da gridare “Morte agli Arabi!”; ma un’accorta minoranza ci vede l’asservimento del potere politico, ed in particolare del Primo Ministro, agli interessi di un ristretto gruppo di oligarchi. La definitiva rottura, a livello macroeconomico, dei vincoli di solidarietà sociale che bene o male avevano tenuto insieme l’eterogenea società israeliana fin da prima della nascita dello stato. Rispetto alla confraternita dei trasporti a basso prezzo, cui appartiene anche suo malgrado gran parte della popolazione, cementata nel sangue degli attentati sugli autobus, confraternita che anelerebbe, raggiunta la pace, a confluire in quella internazionale di BlaBlaCar, si antepone la confraternita degli oligarchi, pochissimi gruppi dominanti che si autoalimentano di denaro preso in prestito in connubio con le banche, e tengono al guinzaglio alcuni politici chiave.

Stasera, 7 novembre, una rappresentanza della confraternita popolare ha inalberato cartelli con riprodotti in effigie i principali volti della confraternita degli oligarchi, ma poi è venuta la pioggia a scroscio ed i cartelli sono serviti alla meno peggio come tettoie improvvisate. La pioggia battente ha costretto alcuni ad abbandonare il campo e altri a trovare rifugio nei vani d’entrata dei ristoranti di Sarona. Forse ammuffiremo anche noi. Qualcuno si fa tentare dalla musica e dagli odori che vengono dalle cucine. Ma ecco che il diluvio sembra scemare, e intanto si sparge la voce che poco più a sud parte dei manifestanti si sta riorganizzando, sembra che stiano cercando di scendere sull’Ayalon, per bloccarlo al traffico. Andiamo a vedere, seguendo nostra figlia. Incrociamo un gruppetto di giovani del suo movimento, che stanno andando via e la sconsigliano dal procedere, perché può darsi che la protesta degeneri; poi però quando vedono che è accompagnata dai genitori, danno il loro OK. Un po’ più in là, dirigendosi verso l’Ayalon, lei si ferma e velocemente si toglie la casacca del movimento. “Te la togli perché è vietato andare in divisa?” “Papà, ho solo caldo!”

Sarà, ma quel rapido gesto, che mi ha richiamato sprazzi di memorie dei gruppi extraparlamentari alle manifestazioni degli anni Settanta, mi rimane impresso. Mi chiedo se grazie al gas, al suo quasi-monopolio e alle proteste che suscita, i giovani israeliani riescano a rompere l’assedio psicologico che li vuole inchiodare alla difesa, fucile alla mano, dal terrorismo palestinese, dall’atomica iraniana, dalle orde islamiche. Porgendo intanto la schiena all’astuto Yitzhak Tshuva e agli altri come lui, che stanno loro sfilando di tasca il portafoglio.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

    

 

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