Israele

 

 

 

 

Rabin, 20 anni dopo

 di Simone Disegni

 

 

Ce lo diciamo oramai tutti gli anni, in maniera sempre più decisa e preoccupata, all’avvicinarsi del fatidico anniversario del 27 Gennaio. A quindici anni dalla sua istituzione avvertiamo sempre più forte il rischio che il “Giorno della Memoria” proclamato dal Parlamento scada in un esercizio sterile di ricordo della tragedia fine a se stesso, istituzionale, dovuto, in definitiva incapace di stimolare quello sforzo di riflessione sulle condizioni del presente che è il più vero senso della Memoria.

Perché partire da qui per una riflessione sul lascito di Yitzhak Rabin a vent’anni dalla sua scomparsa? Perché il rischio dietro la porta - fatte naturalmente le debite proporzioni tra i due eventi storici - è esattamente lo stesso: quello della ritualizzazione del ricordo, tesa a farne, più o meno consapevolmente, un’occasione per impacchettare l’evento luttuoso e confinarlo nella dimensione del passato - là dove non può riprendere vita per tornare ad interrogare le coscienze di ciascuno sul tempo presente.

È questo, a mio avviso, il grande rischio che corre Israele - nel senso lato del termine - nel “trattare” la memoria dell’assassinio del Primo Ministro Rabin. In un’epoca in cui la sinistra è ridotta al lumicino e costretta sulla difensiva, in Israele ma sempre di più anche in Europa, incapace di proporre una prospettiva autonoma di pensiero ed azione di fronte agli sconvolgimenti politici ed economici in atto, quell’anniversario potrebbe e dovrebbe viceversa dire molto a tutti noi, sul presente almeno quanto sul passato.

Non ero abbastanza grande, quando Rabin fu ucciso, per avere di lui un ricordo nitido o politicamente strutturato - anche se gli attimi di quella serata passata incollati davanti ad un’edizione straordinaria del TG1 carica di dolore e commozione sono fissati nella mia memoria di bambino che scopre per la prima volta l’ingresso della Storia nella vita di tutti i giorni. E tuttavia l’impressione fondamentale che mi sono fatto anche ritornando sulla figura di Rabin in anni più maturi è sempre stata quella di un uomo straordinariamente realista. Non un visionario che guidava il popolo sulla base di un’idea astratta di mondo, in altre parole, ma un leader straordinariamente piantato nel presente, capace di perseguire sì degli obiettivi e degli ideali (il discrimine si fa labile) quanto mai ambiziosi, ma di farlo con il lavoro quotidiano ed incessante di chi sa che solo prendendo per mano ed accompagnando una comunità lungo un percorso duraturo, tenendo in conto e non rinnegando le difficoltà ed i pericoli esistenti, si può ottenere il risultato storico tanto ostinatamente ricercato.


copertina di Yediot Achronot, 5 novembre 1995

 

Il sogno di Rabin, lo sappiamo bene, è stato spezzato in quella notte della storia ebraica, ed è inutile chiedersi in che tipo di mondo vivremmo e che cosa sarebbe Israele oggi se ciò non fosse successo. Ciò che possiamo, dobbiamo fare tuttavia - calati nella realtà di questi mesi e queste settimane, una realtà terribile fatta di odio, terrore e sgomento - è trovare l’ispirazione da questo esempio. Dal Rabin “condottiero” di formazione militare, profondo conoscitore delle minacce che circondavano Israele, possiamo probabilmente apprendere come non possa esistere altra risposta alla sfida del terrorismo - anche da una prospettiva di sinistra - se non quella della lotta senza quartiere e con ogni mezzo necessario sino al suo totale sradicamento. Del Rabin leader politico di un Paese sempre in bilico tra guerra e pace, tuttavia, dobbiamo al contempo tenere viva la lezione di chi seppe in uno scenario già complicatissimo e denso di incognite perseguire un obiettivo di valore storico e lavorare giorno dopo giorno per convincere tanto l’opinione pubblica interna quanto i partner internazionali sino ad arrivare ad un soffio dalla sua realizzazione. Nelle settimane drammatiche di terrore che stiamo vivendo - dopo lo shock della “dichiarazione di guerra” dell’ISIS proclamata per le strade di Parigi e con l’Intifada dei coltelli in pieno fervore in Israele - ciò può forse aiutarci a tenere presente che la necessaria risposta poliziesca e militare alla minaccia jihadista non può e non deve portarci alla chiusura mentale nella paura che è precisamente l’obiettivo del terrorismo, non può e non deve costituire la scusante per abbandonare ideali e progetti di convivenza, sicura ma pacifica, che stanno alla base della concezione contemporanea dell’Europa stessa e che sono l’unica via d’uscita credibile per assicurare un futuro ad Israele. Se oggi è il tempo, di nuovo, del dolore e della risposta militare, domani deve essere, di nuovo e per tutti - governanti così come singoli cittadini - il tempo della costruzione e della politica.

 

Simone Disegni

 

   

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