Dialogo

 

 

 

 

Nostra aetate, 50 anni dopo
 

di Bruno Segre

 

Nell’arco dei cinquant’anni successivi alla dichiarazione conciliare Nostra aetate, il “fraterno dialogo” tra il “popolo del Nuovo Testamento” e la “stirpe di Abramo”, preconizzato dai Padri conciliari nel IV paragrafo della dichiarazione, ha consentito alla Chiesa di Roma di condannare finalmente in termini inequivocabili “le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”, e di recedere da quell’“insegnamento del disprezzo” che il mondo cristiano aveva alimentato per secoli nei confronti del popolo ebraico. In tal modo il dialogo fra cattolici ed ebrei ha potuto avviarsi e tenere banco attraverso un percorso ricco di incontri, nei quali un’élite di personalità eminenti dell’uno e dell’altro versante, procedendo di conserva, ha affrontato studi biblici e dibattiti teologici, confrontandosi in operazioni ermeneutiche di mirabile ardimento e profondità e individuando tutto l’individuabile in fatto di convergenze e divergenze, sintonie e distonie, simmetrie e asimmetrie.

Tale dialogo fu condotto da cristiani ed ebrei mentre sul soglio pontificio si succedevano, dopo la morte di Paolo VI, altre quattro figure di Papi. D’ora in poi, però, nel loro dialogare cattolici ed ebrei non potranno non tenere conto della sconvolgente novità che s’è venuta a creare con l’ascesa al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio. Una situazione senza precedenti giacché, nella lunga storia del cattolicesimo, Papa Francesco è il primo e unico Pontefice nato, cresciuto e vissuto al di sotto della linea dell’equatore. A Roma insomma, nel cuore di una Chiesa le cui radici storiche affondano saldamente nell’opulento vecchio primo mondo, siede ora, dominus et magister, un Papa arrivato dall’emisfero australe, da quel terzo mondo nel quale si concentra oggi la larga maggioranza della popolazione mondiale nonché la maggioranza stessa dei fedeli cattolici.

Papa Bergoglio interpreta con lucidità le richieste pressanti di giustizia e le speranze di liberazione di questa maggioranza di donne e uomini per lo più poveri, oppressi e sfruttati, e oggi anche scartati e messi fuori perfino dalle periferie: voci, le loro, che egli sa raccogliere e rendere distintamente udibili nel mondo intero, ma che è sua cura di far penetrare soprattutto entro alcuni recinti privilegiati della sua stessa Chiesa, popolati da personaggi che si tengono abbarbicati a irrinunciabili poteri e prerogative, e che quindi sono sordi alle sollecitazioni trasgressive e alle denunzie che il Papa argentino fa inesorabilmente circolare. .

Il nuovo paradigma che questo impavido leader morale sta proponendo all’intero mondo sembra una puntuale risposta alle domande implacabili che il compianto Cardinale Martini - dopo avere dichiarato che “la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni” - poneva nell’ultima intervista da lui rilasciata nella tarda estate del 2012: “Come mai [la Chiesa] non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece che coraggio? […] Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è amore.” Con il suo magistero Papa Bergoglio non si perita di creare fratture, contrapposizioni, né potrebbe fare altrimenti. Egli non esita infatti a esibire la realtà dura della Chiesa del ventunesimo secolo e a contrapporla a un altro tipo di Chiesa, quella impersonata dalla Curia romana, “l’ultima delle Corti europee”, un’istituzione che non sa e non vuole scrollarsi di dosso il polveroso retaggio spirituale di un lontano Medioevo.

Per individuare i possibili sviluppi futuri del dialogo cristiano-ebraico, occorre innanzitutto riconoscere che anche in ambito ebraico si registrano profonde fratture e contrapposizioni; che anche fra gli ebrei esistono settori che, non osando lasciarsi dietro le spalle un certo Medioevo, esprimono una cultura con lo sguardo rivolto all’indietro, stereotipata, pavida, parruccona e autoreferenziale. Non diversamente che in ambito cristiano, anche il mondo ebraico ha sviluppato al proprio interno, nel corso dei secoli, vocazioni all’inclusione e all’apertura universalistica accanto a pericolose forme di esclusione e di chiusura in chiave ‘tribale’.

Gli sviluppi futuri di un sereno rapporto dialogico tra cristiani ed ebrei dovranno prendere le mosse, penso, da un mutuo incentivo a vincere le stanchezze, ad avere coraggio invece che paura. Il coraggio, in primo luogo, di ‘guardarsi dentro’ con sguardo lucido, il coraggio di compiere un faticoso adeguamento delle proprie vetuste tradizioni alle esigenze della contemporaneità. Sia il mondo cristiano sia il mondo ebraico hanno assunto nel corso dei secoli connotazioni profondamente plurali. Il dialogo può creare preziose occasioni per fare di tali pluralità altrettante ricchezze, mettendole a frutto in un comune impegno a studiare soluzioni per i problemi di fondo dell’umanità contemporanea. L’elenco dei temi che andranno insieme affrontati può iniziare da quelli che Papa Francesco suggerisce nella sua enciclica Laudato si’. Il dialogo sarà tanto più efficace quanto più, al cospetto di un’umanità ormai marcatamente secolarizzata, esso saprà calarsi dal livello delle dottrine a quello delle persone. Il dialogo non è mai un dialogo ‘tra le religioni’ bensì ‘tra le persone’, in carne e ossa.

Cristiani ed ebrei, insieme con altri, stanno oggi al centro del villaggio globale, non al di sopra di esso. Nel dialogare fra loro, sarà essenziale che di questa circostanza se ne facciano reciprocamente memoria.

 Bruno Segre
Milano