Scuola e rabbini

 

 

 

 

Ebraismo, Scuola, Inclusione
 

di Daniele Segre

 

 

Mi sono trovato, un po’ per caso, in questi ultimi mesi, a frequentare un corso per imparare a diventare insegnati. Mi sono così improvvisamente trovato in mezzo ad un mondo per me totalmente nuovo, in cui ho seguito alcuni corsi di pedagogia nei quali ci sono state insegnate le strategie che un docente deve tenere per riuscire a facilitare l’apprendimento per tutti gli studenti. E’ stato quasi immediato, sentendo questi argomenti per la prima volta, provare ad applicarli al mondo ebraico.

Il fatto che l’Ebraismo ponga le sue basi nello studio non è una novità e che i Rabbini siano dei maestri neppure; la vita di un Ebreo è costituita principalmente dall’apprendimento continuo delle leggi ebraiche e la Comunità Ebraica è il luogo dove questo avviene e quindi, in un certo senso, una scuola. Se i Rabbini sono i maestri della scuola-Comunità, allora il loro ruolo, in quanto insegnanti, non è solo quello di trasmettere delle conoscenze, ma di facilitare l’apprendimento. Per raggiungere questo scopo è necessario riuscire a coinvolgere quanto più possibile tutti gli allievi e quindi includere.

Si è parlato molto, recentemente, nell’ambito dell’ebraismo italiano, di “Comunità inclusive”, ma come dobbiamo interpretare questo concetto? Ma soprattutto, come devono interpretarlo i Rabbini nel loro ruolo di maestri? Se l’Ebraismo è fatto di studio e di insegnanti, allora, per capire questo concetto, possiamo prendere ispirazione dal mondo della scuola di oggi, dove, anche qui il tema, dell’inclusione è entrato molto di moda negli ultimi anni ed oggetto di un corso specifico per aspiranti futuri docenti (pedagogia dell’inclusione).

Inclusione nella scuola non vuol dire promuovere tutti e neanche predisporre classi di serie A e classi di serie B dove sistemare quei ragazzi che non sono al livello della “norma”. Inclusione vuol dire porsi l’obiettivo di portare tutti alla promozione senza però abbassare il livello dell’istruzione. Missione impossibile? Forse, ma la scuola oggi sta seguendo questa strada. Chi deve farsi carico di questo arduo compito? Il maestro il quale deve predisporre le strategie migliori al fine di perseguire tale obiettivo riuscendo a modificare continuamente i metodi di insegnamento, gli spazi e i tempi di lavoro al fine di venire incontro ai metodi di apprendimento di ciascun allievo. Ma il maestro non è completamente solo in questo, esistono anche degli strumenti di supporto come i piani di apprendimento personalizzati, gli strumenti compensativi per superare le difficoltà degli allievi o la collaborazione con altri insegnanti. Alla base di tutto questo vi è però anche una capacità dell’insegnante ad osservare i propri allievi e le specificità di ciascuno.

Se la Comunità è una scuola, possono queste metodologie pedagogiche essere applicate anche al mondo ebraico da parte dei Rabbini che in quanto insegnanti sono “professionisti dell’apprendimento”? Esiste una grande differenza tra il mondo della scuola e una comunità ebraica che può rappresentare un punto di debolezza per l’esperienza ebraica: la scuola, bene o male, presenta un esame finale, indipendente dall’insegnante, che segna il livello finale a cui tutti gli studenti devono aspirare; nell’ebraismo questo non c’è, il livello è a discrezione del Maestro-Rabbino con il forte rischio che, a favore del mito dell’inclusione, si perda la qualità della formazione ebraica di una Comunità. Il lavoro di un Rabbino-Maestro è quindi più difficile di quello di un semplice professore, perché gli obiettivi non sono fissati da un ente esterno, dal ministero, come nella scuola pubblica. Non esiste neanche il termine del percorso, la Comunità segue la formazione e l’esperienza ebraica di tutta la vita di un Ebreo. Il Rabbino quindi deve prima porre la finalità della sua missione nei confronti degli Ebrei, e solo in un secondo momento pensare alle strategie inclusive. L’inclusione è un mezzo, non un fine di una Comunità Ebraica; è la via per accompagnare tutti gli Ebrei a quel livello di conoscenza dell’ebraismo e della vita ebraica che il Rabbino ritiene opportuno.

Certo, non è facile, è una sfida per l’insegnante (e quindi a maggior ragione per i Rabbini) riuscire a cambiare continuamente i propri metodi e i propri punti di vista per portare tutti ad un buon livello. Se riusciamo a portare dentro le Comunità Ebraiche questa visione didattica, estrapolata dal mondo della scuola, forse si riuscirà a superare quella grossa e drammatica lacerazione che si è venuta a formare nell’ebraismo italiano (e torinese) in questi anni. Quella rottura che ha portato gli Ebrei italiani a polarizzarsi sue due distinti modelli: la Comunità “aperta a chiunque si senta ebreo” e quella dei “pochi, ma buoni”. Allora forse si potrebbe giungere ad un nuovo modello: la Comunità dei “tanti e buoni” che poi rappresenta lo stesso obiettivo che una qualsiasi società moderna deve perseguire nel definire il proprio sistema scolastico.

 

Daniele Segre

 


Antica yeshivà 

    

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