Scuola e rabbini

 

 

 

 

Monologici e dialogici
 

di Bruna Laudi

 

 

Si dice che nell’Ebraismo a una domanda si risponde con un’altra domanda.

Questa affermazione, apparentemente ironica, sottende in realtà una specificità dell’insegnamento che costringe il discente ad approfondire le ragioni della sua domanda iniziale: si crea un dialogo che permette di analizzare le questioni, e costringe a non accontentarsi di risposte banali o, peggio, dogmatiche.

A Pesach si legge che a Bené Berak i nostri maestri passarono la notte a disquisire su quante fossero in realtà le piaghe che D. inflisse agli Egiziani per costringerli a concedere la libertà al popolo ebraico. Si racconta anche che ci sono quattro tipi di figli: il saggio, il malvagio, il semplice e colui che non sa porre le domande. Per tutti c’è una risposta adatta. Non si dice che solo il saggio ha diritto ad essere ascoltato.

Anche ai membri di una Comunità si può estendere questa classificazione e a tutti i nostri Rabbini cercano di dare una risposta. Ma, come si chiede Daniele Segre, l’inclusione implica necessariamente una perdita di qualità dell’insegnamento?

Certamente il rischio esiste se si pratica solo una didattica frontale, in cui il maestro spiega e gli allievi ascoltano: per descrivere questo tipo di insegnamento si usa la metafora della brocca da cui si versa il contenuto in un recipiente. Ma non tutti i recipienti hanno la stessa capienza e forte è il rischio che gran parte del liquido vada sprecato. Esistono però altri metodi didattici, che prevedono una situazione in cui l’allievo non sia un soggetto passivo ma diventi attore del suo apprendimento, nel confronto continuo con altri che condividono con lui un compito.

In pratica si possono usare diverse tecniche per far lavorare un gruppo. I compiti del docente cambiano rispetto alla lezione frontale: deve scegliere il materiale su cui i gruppi devono lavorare, deve stabilire quali tecniche siano più adatte allo scopo che si prefigge, deve organizzare i gruppi in modo che possano funzionare affidando a ciascuno un ruolo che deve rispettare, deve girare tra i gruppi per verificare che il lavoro proceda, ascoltare eventuali domande di approfondimento e suggerire come affrontare gli ostacoli, senza dare risposte lui stesso, ma facilitando i membri del gruppo nella ricerca di soluzioni.

Se gli studenti diventano protagonisti del proprio apprendimento, leggono testi e commenti e ne discutono tra loro, sollecitati dalle domande del maestro, il loro lavoro diventa molto più interessante, si impegnano di più e apprendono in modo significativo, senza accorgersi della fatica.

A proposito di fatica, ciascuno di noi sa come è duro ascoltare qualcuno che parla più di un quarto d’ora: quante volte vorremmo fare delle domande ma non osiamo farlo davanti a tutti perché temiamo di sembrare stupidi o supponenti: come sarebbe più facile condividere i nostri dubbi tra pari, definire insieme i confini dei problemi per poi sottoporre al maestro domande condivise, osservazioni frutto di una discussione preliminare. Come è difficile parlare in una pubblica assemblea, è invece semplice scambiare opinioni con poche persone in un piccolo gruppo.

Perché tutto questo dovrebbe essere a scapito dell’approfondimento? Immaginiamo di essere in quattro alle prese con un canto della Divina Commedia: certamente da soli non avremmo gli strumenti per interpretarlo, ma se l’insegnante ci fornisse quattro diverse interpretazioni e ognuno di noi dovesse cercare di capirne il contenuto e condividerlo con i suoi compagni di gruppo, discutendo e definendo insieme quali domande di approfondimento sottoporre al docente, non sarebbe infinitamente più stimolante? Certamente l’insegnante non è costretto a farci leggere la Vispa Teresa per coinvolgerci, può scegliere testi di qualunque difficoltà.

Si può obiettare che una lezione frontale può anche essere molto affascinante e stimolante e a tutti è sicuramente capitato di incontrare oratori trascinanti, coinvolgenti, che avevano la capacità di tenere desta l’attenzione dell’uditorio anche su tematiche complesse: anche questa è un’arte che va coltivata con pazienza, attenzione e autocritica: occorre saper cogliere l’umore dell’uditorio, leggere le espressioni dei volti, cogliere le perplessità per esplicitare meglio i concetti. Ma anche dopo una lezione frontale si possono offrire spunti di riflessione, invitare all’approfondimento e alla discussione, sia tra pari che con il maestro.

Di seguito alcuni passaggi di una conferenza tenuta da Martin Buber a Zurigo il 13 giugno 1928, dal titolo: “Vita monologica e vita dialogica” (Traduzione di Francesco Ferrari):

Vita monologica e vita dialogica. Forse posso avvicinarvi a tutto questo indicandovi, prima di tutto, qualcosa che sta accadendo in questo momento tra di noi, proprio mentre io parlo a voi e voi mi ascoltate. Questo può accadere in due modi: si può parlare come se quei determinati uomini non ci fossero affatto, come se quei determinati destini umani non ci fossero affatto, parlando così a vanvera, al di sopra di quelle teste, e, di fatto, soltanto con se stessi. Ma si può anche, allorché li si vede per la prima volta, parlare a quei determinati uomini, rivolgendovisi veramente, da persona a persona, in questo determinato momento. E lo stesso vale per l’ascolto. Si può ascoltare un’opinione con il desiderio di inserirla in qualche modo nella propria, cosicché essa, nel suo concreto comparirci di fronte, nel suo essere percepita ed esperita, diventi vera. È quindi possibile un incontrare reale, con le proprie orecchie, che, inizia realmente, allora, con questo essere di fronte. Entrambe sono possibili. La prima è l’opzione monologica, la seconda quella dialogica.

… Non basta, pertanto, guardare l’altro negli occhi; al contrario, il vero e proprio rendere presenza consiste nel fatto che, sebbene si rimanga al proprio posto, e si rimanga se stessi, anche dall’altra parte, si è in grado di accettare l’altro nel suo essere-così. È qualcosa che purtroppo accade raramente; eppure, è così semplice. Semplicemente, non si deve stare al proprio posto in maniera rigida, godendosi la propria corazza; al contrario, si deve percepire come esista, viva e si renda presente la vita di qualcuno che ci sta di fronte, si deve percepire che cosa accada in questa situazione comune con quell’anima che vive di fronte a noi.

Inclusione vuol dire far sentire tutti ugualmente importanti, accogliere significa rispondere alle esigenze di ciascuno senza perdere di vista l’obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere.

                                                                                  Bruna Laudi

    

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