Scuole e rabbini

 

 

 

 

 

Obiettivi, livelli, confronti
 

di Anna Segre

 

Quando si parla di didattica le generalizzazioni sono difficili e insidiose. Era meglio la scuola di un tempo o quella attuale? È meglio la lezione frontale o il lavoro di gruppo? È meglio trasmettere conoscenze o competenze? Ventitre anni e due mesi di insegnamento mi hanno insegnato a diffidare delle risposte troppo semplici e delle generalizzazioni, in una realtà che è molto più sfumata e contraddittoria di quanto si voglia ammettere.

A maggior ragione mi pare problematico (anche se indubbiamente è un tema affascinante, soprattutto per noi insegnanti) discutere di ebraismo in una logica di didattica e apprendimento. Ammesso e non concesso che sia possibile paragonare un rabbino a un insegnante e gli iscritti alle comunità agli allievi (in realtà il rabbino è un maestro, un giudice, un cantore, un conferenziere e molto altro), a quale genere di insegnante lo dovremmo paragonare? Di quale disciplina? Deve trasmettere conoscenze o competenze? Deve concentrarsi sui contenuti o sul metodo? A prima vista concentrarsi sulle conoscenze suona arido e riduttivo, eppure persino i più convinti paladini delle competenze e del metodo non possono ignorare che la Torah, quando ordina “Ricordati quello che ti ha fatto Amalek”, non ci promette che questo ci aiuterà a riconoscere e combattere i vari Amalek che cercano di distruggerci in ogni generazione, non ci spiega neppure a cosa esattamente ci serva ricordarlo, semplicemente ci impone di ricordarlo. Così come ci viene imposto di insegnare ai figli dell’uscita dall’Egitto, e nessuno si sogna di chiedersi a cosa serva sapere che è successo. Ogni cultura è fatta, anche, di cose che si devono sapere semplicemente perché conoscerle è un elemento chiave della propria identità.

Lo studio dovrà dunque essere indirizzato all’acquisizione di conoscenze che rafforzino l’identità ebraica? Oppure all’osservanza delle mitzvot? O, viceversa, al confronto tra opinioni e interpretazioni diverse che possono anche convivere liberamente?

È evidente che questa molteplicità di alternative non può essere ridotta a una semplice opposizione tra alto e basso livello. Opposizione quanto mai insidiosa perché a prima vista appare oggettiva mentre in realtà non lo è affatto. È più di alto livello una riflessione personale su un testo che produce interpretazioni originali o un’analisi che cita pedissequamente una grande quantità di testi critici? È più di alto livello una derashà che discute problemi di attualità o una in cui si analizza dettagliatamente come osservare una certa mitzvà? Sappiamo benissimo che la risposta a queste domande non è univoca.

Devo anche dire che non mi convince l’immagine dell’insegnante che trasmette ai propri allievi conoscenze decise a priori secondo criteri stabiliti una volta per tutte. Il confronto con gli allievi arricchisce l’insegnante e può indurlo a modificare le proprie convinzioni. Tanto più credo che ciò sia (o debba essere) vero in campo ebraico. È scritto nei Pirkè Avot che chi ha imparato da qualcuno anche una sola cosa deve per questo chiamarlo maestro, quindi si ammette l’idea che anche un saggio possa avere qualcosa da imparare da chiunque. Non mi convince neppure l’immagine degli ebrei come recipienti vuoti,  tabula rasa che il rabbino deve indottrinare. In realtà ciascuno ha le proprie convinzioni, conoscenze, competenze, in campi diversi da quello ebraico e magari a volte anche su aspetti del mondo ebraico che il rabbino potrebbe conoscere di meno (la vita in kibbutz, la politica israeliana, il funzionamento dell’UCEI, ecc.). A mio parere il libero confronto con tutti i membri della comunità produce un arricchimento generale, che potrebbe portare il rabbino stesso a mettere in discussione le proprie opinioni.

È più di alto livello una derashà che utilizza solo idee e concetti interni alla cultura ebraica o una che spazia anche in ambiti quali storia, filosofia, diritto, letteratura, ecc.? E, nel caso di una che spazia, questi ambiti costituiscono un arricchimento o un semplice mezzo per coinvolgere gli ebrei “lontani” con un linguaggio adatto alla loro lontananza? Chiedere a più persone di preparare brevi discorsi o lezioni utilizzando le proprie conoscenze e competenze professionali esterne alla cultura ebraica è solo una tecnica per coinvolgere tutti oppure è una metodologia di lavoro che consente un arricchimento culturale attraverso il confronto tra differenti visioni del mondo e molteplici prospettive disciplinari? La risposta a queste domande investe la nostra stessa idea di cosa sia l’ebraismo e di quale funzione abbia avuto e abbia nella cultura ebraica il rapporto con l’altro: il confronto con altre culture è stata una necessità a cui siamo stati costretti per sopravvivere attraverso i millenni come esigua minoranza o è stato un arricchimento che ci ha plasmati nelle varie epoche? Mosè è stato il più grande profeta di tutti i tempi nonostante fosse cresciuto alla corte del faraone o perché era cresciuto alla corte del faraone?

Chiaramente ciascuno di noi avrà la propria opinione sulla risposta da dare a queste domande. E allora subentra un nuovo problema: a chi spetta decidere? Al rabbino o alla comunità che lo ha assunto? O entrambi devono cercare di venirsi incontro e accettare un compromesso? Anche su questo ciascuno avrà le proprie opinioni, e non è il caso di discuterne qui, ma vorrei che fosse chiaro che (e mi pare che non sempre lo sia) che ogni scelta che si fa su questi temi è necessariamente ideologica e dipende dall’immagine che ciascuno di noi ha di cosa sia o debba essere una Comunità ebraica.

Insomma, credo che l’immagine del rabbino come detentore di conoscenze date una volta per tutte che deve elaborare strategie più o meno aperte e inclusive per raggiungere obiettivi stabiliti solo da lui sia riduttiva, e forse inconsapevolmente ideologica perché propone come dato di fatto incontrovertibile una certa immagine, necessariamente parziale, di cosa sia la cultura ebraica, di cosa sia un rabbino e di cosa sia una comunità. In realtà le immagini sono molteplici e, seppure ciascuno sia ovviamente libero di preferirne una, occorre comunque tener conto dell’esistenza delle altre.

Anna Segre

 


David Roberts, Fuga dall'Egitto

    

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