Storie di ebrei torinesi

Editori e librai

 

Silvio Zamorani

 

 

L’editore è stato molto disponibile e ci ha accolto nella sua Casa Editrice in corso San Maurizio dove, oltre a pubblicare libri ovviamente, si fabbricano bellissime cornici.

Ci racconti brevemente la tua storia?

Sono nato al Cairo nel 1948. Mio nonno, nato nel 1871 a Ferrara, un po’ ribelle e anche un po’ scapestrato, era però diventato procuratore presso il Banco di Roma in Egitto. Nel 1932 rifiutò di iscriversi al Partito Fascista venendo licenziato. La famiglia poco per volta scivola in una completa indigenza. Mio padre comincia a lavorare a 15 anni. In Egitto sotto mandato britannico tuttavia gli ebrei non subiscono le leggi razziali. La famiglia di mia madre, nata in Egitto, era di origine greca. I suoi fratelli furono arruolati nell’“esercito greco d’esilio” e hanno combattuto a fianco degli inglesi. Uno zio era paracadutista e raccontava come ogni volta che doveva lanciarsi svenisse! Gli altri parenti che vivevano ad Atene sono stati tutti deportati, tranne uno zio di mia madre a cui casualmente era stato impedito di tornare a casa. Dopo la guerra di Suez la vita per gli ebrei era diventata impossibile. Nel ’57 comincia la cacciata degli ebrei con un “visto di uscita senza ritorno”. Molti sono transitati attraverso l’Italia.

Che ricordi hai della tua vita prima dell’arrivo a Torino?

Ricordo che mi trovavo a Genova. Avevo 9 anni e mezzo ed ero con mio fratello di 6 anni. Con l’inizio dell’anno scolastico la Comunità di Genova ci ha spediti presso l’Orfanotrofio di Torino. Mio padre, che si occupava di trasporti internazionali, ha cercato lavoro a Milano. La famiglia era dispersa e poverissima.

 

È stato difficile per te l’inserimento?

L’estate successiva al nostro arrivo la famiglia si ricostituisce a Milano. Io ho trovato i miei pilastri nelle Istituzioni ebraiche, prima di tutto nella scuola, poi nella Hashomer Hatzair che è stato un vero meccanismo di aggregazione, poi nelle colonie ebraiche. È interessante questo dato: nella scuola di Milano su 26 alunni solo 2 erano nati in Italia. Ho un grande ricordo del dott. Nardo De Benedetti di Torino che aveva dovuto visitarmi sovente e certificare il mio stato di salute per poter andare in colonia.

Com’è nata l’idea di fare l’editore?

Avevo lavorato all’Einaudi. Avevo trovato l’ambiente straordinario, ma molto chiuso e mi sono licenziato. Poi mi sono messo a fare l’unica cosa che sapevo fare: l’editore.

Molti dei tuoi libri trattano problematiche ebraiche. È casuale o si tratta di un tuo interesse specifico?

Si tratta senza dubbio di un particolare interesse legato a molte cose. In Italia si pensava che l’antisemitismo fosse marginale e non veramente messo in atto. La sorella di mio nonno e molti altri familiari sono stati deportati. I figli hanno poi dovuto convivere negli stessi luoghi dove vivevano i delatori. La risposta per la complessità ebraica italiana è stata la serie dei libri che abbiamo pubblicato. Sono davvero tanti, e senza far torto ad altri citerei almeno quelli di Fabio Levi (da L’ebreo in oggetto, a L’identità imposta alle sue lezioni sugli ebrei in Italia), di Michele Sarfatti, di cui abbiamo pubblicato Mussolini contro gli ebrei; poi l’analisi di Luca Ventura Ebrei con il duce. «La nostra bandiera» (1934-1938), i libri di Luciano Allegra L’identità in bilico sul ghetto di Torino nel ’700 e Una lunga presenza. Studi sulla popolazione ebraica italiana; il lavoro di Silvana Calvo (A un passo dalla salvezza. La politica svizzera di respingimento degli ebrei durante le persecuzioni 1933-1945); quelli delle sorelle Cardosi Sul confine. La questione dei «matrimoni misti», di Sara Vinçon sugli ebrei nel campo profughi di Grugliasco [Vite in transito: gli ebrei nel campo profughi di Grugliasco (1945-1949)], di Elisabetta Corradini sulla Legge Terracini per Il difficile reinserimento degli ebrei, di Luca Fenoglio su Angelo Donati, di Anna Segre sulla figura di Nardo De Benedetti, Un coraggio silenzioso. Leonardo De Benedetti, medico, sopravvissuto ad Auschwitz, e così via.

Se non si affronta il passato e non si dà la dovuta importanza al ricordo si rischia la ripetizione degli stessi errori. La casa editrice ha 34 anni e anche grazie alle mie pubblicazioni è molto più difficile oggi affermare che non ci sia stata persecuzione razziale in Italia.

Attualmente frequenti la Comunità di Torino?

Ho dei rapporti di “servizio”, mi occupo tra l’altro del lunario. Mio figlio ha frequentato la scuola ebraica. Gli ebrei italiani sono pochissimi, ma il senso di appartenenza è la più grande ricchezza dell’ebraismo. Un mio parente a Ferrara, proprietario di “palazzo Roverella”, nel 1932 lo regala all’Associazione Commercianti con la clausola che non fosse cedibile “a chicchessia”, per evitare che diventasse sede del Fascio. Fino al 1938 il Palazzo si era chiamato “Palazzo Zamorani”, poi è tornato a essere “Palazzo Roverella. È giunto il momento che torni a chiamarsi Palazzo Zamorani per gratitudine verso la Comunità ebraica di Ferrara.

Hai ancora rapporti con il tuo Paese di origine attraverso amici o familiari?

Dopo 2500 anni di presenza ebraica in Egitto non c’è più nessun ebreo. Quello degli ebrei era stato un gruppo complesso e eterogeneo; vi erano anche numerosi caraiti, poverissimi. Ci sono invece, ancora oggi, a testimonianza della varietà ampia di presenze in Egitto nel passato, circa 8 milioni di copti - intorno al 10 per cento della popolazione -, anche se vivono grosse difficoltà.

Leggi Ha Keillah? E se sì, ne condividi la linea?

Certamente la leggo, ma penso che, data la fragilità dell’ebraismo italiano, si debbano rafforzare tutti i meccanismi di mediazione. La volontà di guardare a Israele con libertà critica fa sì che si rischi di dare alla stampa antisionista materiale per la manipolazione dell’immagine di Israele. Teniamo conto del fatto che dietro l’antisionismo si sono legittimate posizioni antisemite. Pur non condividendo molte scelte dell’attuale governo israeliano, ritengo che gli ebrei della diaspora non abbiano pieno titolo per criticare Israele. La realtà è terribile e spero che il mondo trovi strategie di convivenza attraverso le convergenze di interessi.

Per esemplificare la complessità della situazione, vi racconto la vignetta comparsa in un giornale israeliano con un ragazzo e una ragazza che di notte scrutano romanticamente il cielo per scorgere una stella cadente. Finalmente il ragazzo grida:”Ecco, esprimi un desiderio!” e la ragazza risponde: “Stupido, quello è un razzo di Hamas!”.

Intervista di Anna Maria Fubini

 

    

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