Memoria

 

 

 

 

I ragazzi di via S. Anselmo
 

di Nora Heger Vita

 

 

Per ragioni anagrafiche siamo rimasti pochissimi noi che siamo stati a scuola in quegli anni oscuri e tormentati ma anche per noi memorabili che intercorsero fra la mazzata delle leggi razziali del ‘38 e le fughe e le stragi degli anni ‘43-‘45. Anche quelli di noi che hanno avuto il dubbio privilegio della longevità stanno uscendo di scena e fra poco non ci sarà più nessuno a rievocare quella fase storica della nostra vita di ebrei. Anni memorabili per noi, perché sono stati gli anni della nostra adolescenza, ma anni che non sono stati segnati nè da lutti né da eroismi, come quelli che furono consacrati alla Liberazione e che perciò, dopo essere stati poeticamente rievocati nelle prime pagine del Giardino dei Finzi Contini, non saranno più materia di storia né di narrativa. Mi pare dunque doveroso lasciarne quache memoria ai nostri discendenti. Mi accorgo, quando parlo con i giovani che sembra loro impossibile che anche noi abbiamo in qualche modo potuto godere la nostra giovinezza, angosciati come eravamo dal torto subito e dall’attesa di guai peggiori, anche se non ci attendevamo, perché sembrava impossibile, la persecuzione sanguinaria e la morte che di lì a poco ci avrebbe colti. Eppure, cacciati come eravamo stati dalle scuole pubbliche, dove crescevamo uguali fra gli uguali, in famiglie che avevano perduto la possibilità di mantenersi con le rispettive professioni di medico, avvocato, professore, negoziante, noi ragazzi degli anni venti siamo riusciti ad avere un’adolescenza simile a quella di tutti gli altri ragazzi “goim”, o “gentili” che dir si voglia, negli stessi anni. Anni pieni di amoretti, birbonate scolastiche, rivalità di vanità o di amore, birichinate, alternanza di odio e di amore per certi professori… insomma tutto quello che compone la vita quotidiana di scolari e scolare di tutti i tempi. E tutto questo lo dobbiamo a un’istituzione straordinaria, ancora di salvezza, rifugio, ragione di vita degna di essere ricordata per sempre per la funzione “storica” che ha avuto per la salvezza dell’ebraismo italiano: la scuola ebraica. Intanto vale la pena di ricordare come sorse. Io parlo di quella di Torino, perchè è stata la mia, ma ve ne furono diverse in Italia a Milano, a Roma, a Firenze… Innazitutto vale la pena di ricordare come nacquero, come furono volute e come fossero concesse. Quest'ultimo aspetto, alla luce di quel che sappiamo del clima persecutorio degli anni della “Difesa della Razza” sembra incredibile. Le scuole nacquero dalla disperazione dei nostri genitori che vedevano con quell’indegna cacciata dalle scuole del Regno, stroncata la possibilità dei loro figli di acquistare una normale dose di istruzione.

La scuola ebraica negli anni '40

 

 

Le comunità unirono le forze e si trovò il modo di autofinanziarsi. Maestri e professori, a loro volta cacciati da scuole e università, non mancavano certo ed erano pronti a riprendere a tutti i costi il loro mestiere, per non usare il termine retorico di missione. Quello che oggi, guardando indietro, può sembrare stranissimo, e può indurre a riflettere su come vadano le cose nel bene e nel male nel nostro straordinario paese, è che non solo si ottenne dai “ministeri competenti” l’autorizzazione ad aprire le scuole, ma anche la”parificazione”, cioè la validità dei voti conseguiti, sottoposta soltanto all’approvazione di un commissario ministeriale. A Torino la scuola ebraica esisteva già: era la scuola elementare dove molte famiglie pensavano si dovessero mandare i bambini a imparare almeno i rudimenti della lingua ebraica e dei principi religiosi.

Era un’istituzione molto antica, già esistente ai tempi del ghetto. E del resto le scuole elementari ebraiche esistevano anche nel regno austroungarico. Per esempio alla scuola ebraica di Trieste era insegnante negli anni venti del diciannovesimo secolo una mia antenata, Rosa Romanin nipote del poeta Salomone Fiorentino.

 

Non tutti i genitori mandavano i loro figli alla scuola elementare ebraica. Io, per esempio, vi ero stata mandata soltanto in quarta elementare, su diretta sollecitazione del rabbino Disegni, che era venuto personalmente a chiedere ai miei genitori di mandare la loro bambina più piccola alla scuola ebraica. La chiamavano il “Talmud Torah”, cioè l’insegnamento della Torah.

 

Dunque i locali c’erano. Ci si strinse un pochino, si fecero orari compatibili con le varie esigenze e già nell’ottobre del maledettissimo “38”, poco dopo l’inizio ufficiale dell’anno scolastico, eccoci tutti sui banchi di scuola. Il ritorno a scuola è di solito un misto di piacere e di timore e rimpianto della vacanza. Quel ritorno a scuola per tutti noi, e non è una menzogna della nostalgia, fu soltanto piacere, sollievo, scoperta di un mondo nuovo, di nuove amicizie rese più strette dall’origine comune e dalla comune sofferta ingiustizia. I professori erano tutti entusiasti: anche loro avevano ritrovato la bussola e alla gioia di riprendere a fare il loro mestiere si univa il senso di combattere per una missione. Noi eravamo sbarazzini come tutti i ragazzi di sempre. Pronti a farsi beffe dei professori, specie di quelli che non ci parevano all’altezza, ad assegnare nomignoli ai professori (per esempio uno dei migliori professori che io abbia mai avuto, prima come professore, poi molto più tardi come collega e vicepreside, il professor Salvatore Foa, grande didatta e storico insigne, era per tutti “ciapamusche” per un vezzo che aveva di acchiappare in aria le mosche mentre spiegava. Un altro che aveva per anni insegnato in Sicilia e parlava un po' alla meridionale era soprannominato “ci sta”. Una donnina piccina e magra, non molto soddisfacente come docente, che aveva fatto la stupidaggine di invitarci a darle del “voi” seondo le disposizioni vigenti, era stata subito gratificata del nome di “Volga”). Racconto queste sciocchezzuole per dire che eravamo alunni come tutti gli altri, non meno sciocchi e non meno divertititi e divertenti degli altri. La vita “di società” fra ragazzi era la stessa di sempre: amori travolgenti che duravano lo spazio di un mattino, gelosie altrettanto violente e fuggevoli, intese filosofiche e spirituali… Bisogna però dire che i legami di amicizia nati in quelle aule, dove eravamo pochi per classe (sette o otto al massimo) erano fortissimi e duraturi; quanto duraturi lo posso dire soltanto adesso: sono durati tutta la vita e in un certo senso durano ancora ora che della mia classe di liceo sono rimasta l’ultima. Ci eravamo autodefiniti “i quattro grandi” e quanto ci siamo fedelmente sempre amati ve lo può dire Nedelia, la compagna di Vittorio Tedeschi: gli altri, voglio ricordarli, sono Aldo Muggia, Luciano Luria e io, Nora Vita. Prima di saltare un anno e passare al liceo ero stata in classe con Vera Debenedetti, Giuliana Olivetti, Marcella Treves, Carla Segre, Luciano Friedmann. Mamma mia! Ho novant’anni, ma quando ripenso a loro, me ne sento soltanto diciassette. Devo aggiungere che in quelle aule dove ero stata allieva, in via Sant’Anselmo, tornai come prof. agli inizi di carriera. E di nuovo da giovane laureata vi ho trovato la gioia di vivere e di condividere ideali e speranze.

 

Eleonora Heger Vita

 

 

 

 


Il tempio di Torino bombardato

 

    

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