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Via San Nicolò 30: analisi di una mistificazione
 

di Emilio Jona

 

 

In tempi lontani una rivista, “I Quaderni piacentini”, che ebbe un certo peso nella sinistra che non amava la chiesa comunista, aveva una rubrica fatta del solo titolo “Libri da non leggere”; penso che vi avrebbe trovato posto questo Via San Nicolò 30 di Roberto Curci, editore il Mulino, 2015. Così sono stato tentato di non parlarne, se ne è parlato anche troppo, poi ha prevalso una sorta di indignazione critica che proverò a motivare nel modo più sintetico possibile.

 Il libro si propone di tratteggiare la figura di Mauro Grini, un traditore della sua comunità, quella ebraica triestina, e di narrare la sua attività di delatore di centinaia di ebrei, trucidati nella Risiera di San Sabba e negli altri campi di sterminio negli anni 1944/45. Il libro fa i nomi e la cronistoria di tanti ebrei catturati e uccisi per opera del Grini e mostra, affrettatamente, mentre questo avrebbe dovuto essere il centro del libro, una Trieste sconsolante fatta di complici, di assassini, di torbidi personaggi, di indifferenza, di silenzi inquietanti e di cancellazione di misfatti e di memoria; tra questi per primi, pronube le autorità angloamericane, gli orrori della Riseria di San Sabba. In questo contesto l’autore situa la biografia del Grini, in verità piuttosto superficiale e vaga, tenuto conto della mole di documenti consultati. Perché della personalità del delatore, delle ragioni profonde dei suoi crimini - la sete di denaro, l’odio per i suoi simili, le sue condizioni mentali, un salvacondotto per i suoi famigliari - si dice poco o nulla, sì che in tutta questa vicenda prevale (e va detto che è riconosciuto), la nebbia, il dubbio o l’incertezza o l’oscurità. Quello invece che l’autore fa diffusamente, e costituisce ben di più che la cornice che apre e chiude il libro, è di intrecciare fortemente la figura del Grini con quella di Saba, sporcando quest’ultima attraverso una serie di accostamenti, di circostanze non vere o del tutto irrilevanti, capziose o largamente discutibili. Vediamo le stazioni di questa brutta operazione editoriale. Anzitutto si insiste molto e si dà un peso e un significato di sostanza a un dato del tutto casuale e insignificante: nello stabile di via San Nicolò 30, di proprietà della comunità ebraica triestina, dove vivevano molte famiglie ebree, aveva sede sia la sartoria della famiglia del Grini, sia la libreria antiquaria di Saba. I due negozi erano “porta a porta”, “fianco a fianco”, in un palazzo “di estrema cupezza”, “ palazzo-magnete… dove nel Novecento incubarono amori e dolori, tremori e rancori”; da questa coesistenza e da questa idea del palazzo, senza la minima prova, l’autore ipotizza un rapporto tra i due personaggi e immagina che questa vicinanza non sia stata occasionale, anche per via di una lontana parentela tra Saba e la madre del Grini. Per altro il libro si era aperto con un’altra storia, in cui già si era cercato di coinvolgere il poeta. A Trieste abitavano tre sorelle, Malvina, Margherita e Lidia Frankel, lontane cugine della moglie di Saba; le prime due si erano suicidate a breve distanza l’una dall’altra, tra il maggio e il luglio 1922, ed entrambe, per pochi mesi, erano state commesse nella libreria di Saba. Nel 1925 Saba aveva scritto una poesia su Malvina, in cui faceva cenno alla sua personalità sdegnosa e introversa e a un suo interesse per lei. La terza sorella, Lidia, che l’autore immagina, senza prove, possa aver lavorato anch’essa da Saba, aveva avuto una sorte che si era intrecciata con quella del delatore. Era stato infatti lui a denunciarla, a farla arrestare e deportare a San Sabba; qui Lidia aveva incontrato il fratello di Mauro, Carlo, accusato da alcuni di complicità con lui, ma poi prosciolto dalle accuse, e nel dopoguerra lo aveva sposato. Su questi dati inconsistenti Curci ipotizza un interesse di Saba per le ragazze suicide, legandolo in qualche modo al mondo dei Grini e lanciando, per subdolamente negarla, l’illazione “di una qualche forma… di (un suo) duplice stalking dalle fatale conseguenze”. Ma è nei due ultimi capitoli che il cerchio, come scrive l’autore, si chiude su Saba, “con gli ennesimi paradossi di una brutta storia, che di larghissimi paradossi è largamente imbevuta.”

Estrapolando frasi sparse in poche lettere, o pensieri di chi l’ha conosciuto, leggendo qualche pagina tra le migliaia dei suoi scritti e ricostruendo, a modo suo, le vicende della sua libreria antiquaria, Curci traccia un ritratto di un Saba filofascista e antisemita, attratto e respinto dall’ebraismo, prendendo alla lettera ed enfatizzando sue frasi paradossali sul senso di colpa ebraico, il culto, la circoncisione o la figura di Hitler o la sua pietas verso un’altra delatrice ebrea, la Celeste Di Porto. Curci infine accusa Saba di avere, dopo l’8 settembre 1943, venduto la sua libreria e con “mossa avvedutissima e perfino scaltra” di aver scelto, in quello scorcio di tempo, come coogestore della stessa, un certo Gregorio Bisia, uomo di lettere, equivoco personaggio di origine austriaca, buon amico dei tedeschi, che reggerà la storica libreria, “mentre il camino della Risiera fumava fumava…”. Per cui l’autore si domanda: “chi era davvero Gregorio Bisia. E (soprattutto) chi era davvero Umberto Poli, in arte Umberto Saba?” Segue una breve descrizione degli ultimi anni di Saba che stordisce “il suo madornale dolore (le sue ambivalenze, le sue angosce, forse i suoi rimorsi) con altrettante madornali dosi di morfina ”, come se Saba avesse un rimorso e qualcosa da spartire o una sorta di oscura, misteriosa assonanza e complicità con il delatore. Ora tutto ciò è pura e semplice diffamatoria correlazione e fantasticazione, perché anche se fosse vero, e non lo è, questo ritratto di Saba, ciò nondimeno esso non avrebbe ugualmente rapporto alcuno con la storia e la personalità del delatore. Ma anche i dati da cui parte sono o falsi o capziosi o largamente discutibili. Sarebbe troppo lunga qui la loro analisi documentale; dirò soltanto che non è vero che Saba abbia venduto la libreria nel settembre ’43; come risulta dalla stessa biografia di Stelio Mattioni citata da Curci (Storia di Umberto Saba, Camunia, 1989, pag.129) Saba la vendette nel novembre 1940 per due terzi a Carletto Cerne e per un terzo ad Ettore Ferrari. Non è quindi vero che Saba dopo l’8 settembre abbia potuto offrirla in gestione al Bisia, perché da tempo non ne era più proprietario e dopo l’8 settembre era in fuga col cognato Enrico Woelfler prima a San Giorgio di Nogara e poi a Firenze. Quanto al suo presunto filofascismo, contro l’affermazione, isolata e non motivata, di Ferruccio Folkel (“il filofascismo di Saba…”) e la lettera del 1939 a Mussolini, dove dichiara la sua sofferenza di poeta italiano per essergli stata sottratta la patria (che sono gli unici supporti portati da Curci sul suo presunto filofascismo), sta tutta la sua poesia e la sua prosa che col fascismo non ha nulla a che fare. (“Tutto mi portò via il fascista abbietto ed il tedesco lurco”, scriverà in “Avevo”). Quanto al suo antisemitismo, il discorso di Curci è assai contorto, getta la pietra e poi nasconde la mano; per avvalorarlo ricorda la famosa lettera allo psicanalista Flescher dove Saba critica ferocemente alcune tradizioni ebraiche, o quella alla figlia dove dichiara, paradossalmente, di capire certe critiche di Hitler agli ebrei, ma insieme, citando Saba, ricorda “la comprensiva ironia venata di nascosta tenerezza verso persone e cose” dell’ebraismo triestino, che è presente in tutti i racconti che lo riguardano. Ora a parte queste lettere del tutto private e da leggere contestualizzandole, ciò che Saba ha scritto per noi resta nelle duemila pagine dei Meridiani mondadoriani e non porta traccia di antisemitismo. Molto si potrebbe dire sulla sua personalità scissa, complessa, difficile, scontrosa, narcisa ed egocentrica, ma questo non c’entra con “gli invisibili e intollerabili fantasmi”che stanno intorno alla vicenda di Mauro Grini. Essi non riguardano Saba, ed è stato molto scorretto chiamarlo in causa in una storia che non lo riguarda.

Emilio Jona

 

David Roberts, Gaza

    

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