Ricordi

 

 

 

 

Giorgio Israel, matematico e storico
 

di Emanuele Azzità

 

 

 

Giorgio Israel ci ha lasciati il 25 settembre scorso. È stato un matematico e uno storico. Iniziò ad occuparsi di algebra commutativa e successivamente di matematica applicata, ma la sua forte personalità scientifica e critica trovò sbocco anche a livello internazionale nella storia della matematica e della scienza. Membro dell'Executive Commitee dell'International Commission on the History of Mathematics, fu direttore della "Rivista di Storia della Scienza” e fondatore della Società Italiana di Storia delle Matematiche. Scrisse più di duecento articoli. Tra i tanti suoi libri da ricordare La mano invisibile: l'equilibrio economico nella storia della scienza, scritto con Bruna Ingrao nel 1987 e tradotto in inglese.

La storia della scienza e della matematica non sono avulse dal contesto generale delle società e dei popoli. Anzi la sedicente e spesso rivendicata neutralità o estraneità degli scienziati e dei matematici dalla politica offre spunti obiettivi e originali per comprendere drammi come il razzismo. Il padre di Giorgio, Saul Israel, proveniva dalla comunità sefardita di Salonicco e nel 1916 era venuto a Roma per frequentare medicina. L'anno successivo un terribile esteso incendio distrusse gran parte della città greca compreso il quartiere ebraico.

 

Quell'episodio catastrofico segnò anche l'inizio in Grecia di una nuova politica discriminatoria nei confronti degli ebrei ai quali non fu concessa la ricostruzione nemmeno sui terreni di loro proprietà. Seguì la proibizione dei comerci la domenica e nel 1927 la limitazione numerica per gli studenti universitari ebrei. Gli Israel si stabilirono a Parigi e Saul nel 1919 chiese e ottenne la cittadinanza italiana.

Dopo la laurea in medicina, Saul Israel lavorò a Parigi e a Roma fino alle leggi razziali. Nel 1949 fu membro della delegazione italiana alla Conferenza di Westminster per l'Unione Economica Europea. Come ebreo aveva una visione storica e laica della religione, una concezione che trovava riscontro nel Centro di Studi Ebraici da lui fondato nel 1947 e in amici come il sacerdote (scomunicato) Ernesto Buonaiuti.

Come suo padre, Giorgio Israel era un uomo libero, dai molteplici e complessi interessi. Come storico della scienza, matematico, epistemologo e didatta usava la razionalità e l'umanità come attrezzi di lavoro. Molto importanti sono i suoi scritti sul razzismo.“Esiste una scienza ebraica in Italia?” Ma che vuol dire "scienza ebraica"? Significa forse un modo di far scienza influenzato da una visione culturale ebraica? Ecco che "ci imbattiamo immediatamente in un luogo comune: quello della cosiddetta "attitudine speciale" che gli ebrei avrebbero per le attività scientifiche,- ha scritto Giorgio Israel - che non di rado si manifesta nei discorsi da salotto ("gli ebrei occupano posizioni di primo piano nella ricerca scientifica") dalle valenze pericolosamente ambigue". Se è vero che nella scienza moderna c'è una marcata presenza ebraica ciò vale a partire dalla seconda metà del XIX secolo mentre appare "sempre più esile man mano che si va indietro nel tempo e diventa quasi irrilevante agli inizi della rivoluzione scientifica: nessuno dei grandi pensatori che hanno dato inizio alla scienza moderna era ebreo. Non lo erano né Galileo, né Descartes, né Newton, né Leibniz". Anzi, "al contrario andando verso i primi albori del pensiero scientifico, si ha la sensazione che gli orientamenti di pensiero prevalenti fra gli ebrei fossero assai diversi da quelli che avrebbero dato luogo al formarsi della scienza moderna".

Ponendo le origini del pensiero scientifico nell'antica Grecia emerge una significativa differenza con l'antico mondo ebraico. I Greci indagavano, cercavano di capire i fenomeni naturali con lo strumento dei sensi e della ragione. Gli Ebrei invece non indagavano i meccanismi della natura, ma l'intenzione di un'unica e suprema volontà. La differenza spiega bene il perché del modesto apporto dato dagli antichi ebrei allo sviluppo scientifico. "La svolta avvenne - per Giorgio Israel - con il processo di emancipazione ebraica verso la fine del Settecento, e del quale l'Illuminismo e la Rivoluzione Francese furono i motori fondamentali. Agli ebrei non parve vero di poter finalmente partecipare come "cittadini" alla vita sociale e culturale europea dalla quale per molto tempo erano stati esclusi e "la scienza forniva il contesto culturale più vicino a quella visione razionale della società che permetteva di abbattere le ingiustizie e le discriminazioni di cui l'Ebreo era stato così drammaticamente vittima". L'adesione incondizionata al razionalismo comportò al tempo stesso l'abbandono quasi completo degli elementi più tradizionali della cultura ebraica. Ciò provocò non pochi scompensi alle comunità ebraiche ed è assolutamente fuori luogo l'ipotesi di un modo ebraico di far scienza. Per esempio, la frase di Einstein "Dio non gioca a dadi con il mondo" non esprime certamente un tradizionale pensiero ebraico! Ma ormai siamo nel XX secolo, quello delle leggi razziali e della Shoah. In Germania alla giudeofobia tradizionale che vedeva gli ebrei assetati di potere e di predominio si aggiunse a partire dalla fine dell'Ottocento una nuova componente. Molti degli studiosi ebrei nelle università non erano tedeschi. Provenienti in gran parte dall'Est Europa, erano anche i vettori di una mentalità profondamente nuova. Si trattava di persone che vivevano con la valigia in mano, che parlavano diverse lingue e che avevano una visione internazionalista dello sviluppo del pensiero scientifico. Il nazionalismo e lo sciovinismo tedesco ebbero buon gioco nel descriverli come la punta di diamante di un progetto anti germanico.

E in Italia? Il razzismo nel nostro paese non fu soltanto un prodotto importato. "Una politica e cultura razzista italiana elaborata sopratutto in ambito scientifico - ha scritto Israel - esisteva e come: come spiegare altrimenti il semplice fatto che proprio il Manifesto degli scienziati razzisti abbia rappresentato il punto di partenza della politica razziale?". A differenza di quella tedesca, nella scienza italiana non c'erano scienziati ebrei stranieri. Erano tutti italiani che con entusiasmo si erano integrati nella cultura nazionale fino alla più completa assimilazione. "Sarebbe davvero difficile rilevare una qualche caratteristica 'ebraica' in scienziati come Vito Volterra, Tullio Levi-Civita, Federico Enriques.... E questo non soltanto dal punto di vista stretto del termine, ma neanche da quel punto di vista 'lato' che abbiamo visto in qualche senso esistere negli scienziati ebrei attivi in Germania". Addirittura Volterra, già interventista nella Prima Guerra Mondiale, sosteneva la promozione di un'associazione scientifica che distinguesse il modo di far scienza nei paesi latini da quelli anglosassoni! "No, non è esistita una 'scienza ebraica' in Italia. Le persecuzioni razziali identificarono nella comunità nazionale, e quindi isolarono e perseguitarono, un gruppo di persone che si sentiva perfettamente integrato e non sapeva neppure dire esattamente cosa fosse il proprio 'ebraismo', né in termini culturali, né come vago ricordo di un'appartenenza che permetteva di sentirsi pronto all'eventualità della persecuzione, e che era privo persino della difesa psicologica costituita dal tenere accanto a sé la 'valigia pronta'.”

Da questo punto di vista, "i provvedimenti razziali nei confronti della comunità scientifica italiana si presentarono con i connotati di una persecuzione forse fisicamente meno cruenta ma psicologicamente persino più devastante di quella che colpì gli scienziati ebrei tedeschi o residenti in Germania"

Grazie, Giorgio Israel!

Emanuele Azzità

   

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