Lettere

 

 

 

 

Torà e modernità
 

 

Vorrei fare qualche osservazione sull’intervista a Rav Haim Fabrizio Cipriani, apparsa sul numero di ottobre di Ha Keillah.

Se vogliamo seriamente discutere sul rapporto tra Torah e omosessualità, senza rincorrere analisi che cadono nel ridicolo (ci sono diverse traduzioni possibili della parola misheav, giaciglio?), credo che dobbiamo partire da un dato di fatto di carattere antropologico e storico.

Al tempo in cui la Bibbia fu scritta dell’omosessualità si sapeva ben poco. Non solo tra gli ebrei, ma in generale, in giro per il mondo. Particolarmente per quelle culture che sottolineavano le diversità tra i due sessi, questo “ibrido” che dovette loro apparire l’omosessuale, risultava di incerta interpretazione e di violenta diffidenza. Ogni attività sociale, allora, era legata alla capacità di riproduzione del gruppo, da cui dipendeva la propria stessa sopravvivenza: ed ecco che gli omosessuali risultavano sterili, incapaci di procreare. Gli omosessuali apparivano socialmente come dei parassiti, portatori di una morale sessuale inadatta all’arricchimento della specie. Verso di loro scattò un sentimento di difesa e pertanto furono considerati dei marginali, dei diversi. In più, portatori di un comportamento difforme che infrangeva ogni forma di affettività familiare, ciò che era la base dell’identità sociale e individuale.

Si pensò che potessero essere dei malati, che l’omosessualità fosse una patologia misteriosa e pericolosa. E come tali vennero allontanati dal gruppo, sequestrati, vilipesi, relegati ai margini.

Capitò presso gli ebrei esattamente quel che accadde presso ogni altro popolo dell’antichità, ad esclusione dei greci che praticavano indistintamente sia l’omosessualità che l’eterosessualità.

I pensieri religiosi sanzionarono l’omosessualità come comportamento “contro natura” e quanto questo dovette costare (in ambito cristiano e occidentale, ma anche in altri ambiti) solo i milioni e milioni di omosessuali negati come tali lo potrebbero dire.

Poco importava che proprio da questa loro posizione di marginalità riuscissero ad esprimersi pensieri artistici geniali e originali: solo la modernità riconosce il nesso tra minoritarismo sessuale e innovazione dei linguaggi sociali. Ma allora? Geniali o no, essi furono massacrati moralmente e politicamente.

Dunque, se questa base di discussione è accettabile, a cosa serve arrampicarsi sui vetri e cercare nella Bibbia affermazioni che non possiamo trovare?

Siccome Ha Keillah è parte di una riflessione non integralista, che ama la modernità e non si nasconde dietro un dito, dovremo semplicemente ammettere che esiste uno jato tra la Torah e la modernità, e che è sulla natura di questo jato che bisognerà lavorare, senza cercare inutili “giacigli” che ci aiutino a salvare capre e cavoli. Quest’ultima ricerca è infruttifera, anzi ridicola.

Essere ebrei ed essere moderni non è una condizione umana sempre facile da sostenere, ma non cadiamo nell’errore di rincorrere studi filologici tirati per i capelli.

Giuliano Della Pergola

 


Quello utilizzato da Rav Haim Fabrizio Cipriani è l’approccio tradizionale ebraico al testo biblico. Accusarlo di “cadere nel ridicolo” e “arrampicarsi sugli specchi” significa squalificare in un colpo solo millenni di letteratura rabbinica e tutti i procedimenti che hanno determinato le regole in uso oggi (dalla kasherut alla bioetica, ad ogni altro ambito). Noi non crediamo che una riflessione non integralista e che ama la modernità debba implicare il ripudio della tradizione ebraica e, in definitiva, dello stesso ebraismo di oggi che è il prodotto di questa tradizione. La forza dell’ebraismo è proprio nella sua capacità di rinnovarsi attraverso l’interpretazione continua dei testi.

HK

 

David Roberts, Shechem

 

    

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