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L’UCEI sia la casa di tutti

Intervista a Joyce Bigio, co-presidente della Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo

 

Una novità significativa dei recenti stati generali dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane è stato l’intervento di Joyce Bigio co-presidente (insieme a Franca Eckert Coen di Roma) della Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo (Fiep) con la richiesta di un riconoscimento della federazione da parte dell’Unione. Joyce Bigio è anche Consigliera (con il ruolo di assessore al bilancio) della Comunità Ebraica di Milano e Consigliera dell’Ucei.

Joyce Bigio è nata e cresciuta a Norfolk (Virginia). Tutti e quattro i suoi nonni provengono da Aleppo ma, racconta, è cresciuta in un ambiente conservative askenazita, e ha anche studiato quattro anni in una yeshivà ortodossa (a quei tempi - dice - le distinzioni non erano così rigide). In Italia da quarant’anni, ha due figli, che hanno frequentato entrambi la scuola ebraica, uno che vive a Tel Aviv da dieci anni ed è violinista, e una che sta studiando a Bologna e sta finendo un anno di consiglio dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia).

Anche il suo curriculum professionale, oltre a quello nel contesto del mondo ebraico, è di tutto rispetto: Sono venuta in Italia con una società di revisione, dove ho lavorato otto anni e lì ho fatto la gavetta. Dopo diverse esperienze, nel 2002 ho fondato una società di consulenza che si chiama International Accounting Solutions.” Nel 2008 è entrata nel consiglio di amministrazione della controllata italiana di una società quotata inglese. Nel 2012 è stata nominata a far parte del Cda di FCA (allora FIAT Spa). Tuttora è nei Cda di Prysmian e di Ray Way.

 

Quanti sono gli ebrei progressivi in Italia?

Più o meno in Italia siamo tra 500 e 600. Ci sono quattro congregazioni, Beth Shalom e Lev Chadash a Milano, Beth Hillel a Roma e Shir Hadash a Firenze. In occasione dell’accensione dell’ultima candela di Chanukkah, è nata il 10 dicembre a Bologna una Chavura (gruppo progressivo nascente).

Di quale delle due congregazioni milanesi fai parte?

Lev Chadash, dove ogni tanto aiuto nelle funzioni.

L’ebraismo italiano ha una tradizione di un’ortodossia aperta che ha permesso di non dividersi in tanti gruppi

È necessaria una presa di coscienza da parte dell’ebraismo italiano: questa tradizione aperta e inclusiva, che ha trovato il suo apice con Rav Toaff, è ormai finita. Sento spesso dire che l’inclusione dell’ebraismo progressivo nell’Ucei dividerebbe le comunità. La verità è opposta: fornirebbe una casa agli ebrei che vogliono vivere la loro ebraicità nel modo moderno proveniente dall’Illuminismo, che sempre si ispira ai valori ebraici e si richiama alla tradizione di testi e non solo.

Agli stati generali dell’Ucei il primo giorno Dario Calimani ha criticato (come hanno fatto anche altri) la rigidità del rabbinato italiano ortodosso, e mi ha colpito che abbia invocato un atteggiamento meno rigido “per non entrare nella riforma”. Sentendolo parlare ho capito perché preferisco parlare di progressive judaism piuttosto che di reform judaism: io, che sono nata in America, sono cresciuta conservative, non ho mai pensato a una “riforma”; per me è già avvenuta, esiste già dal 1834, quindi stiamo parlando di quasi duecento anni di tradizione progressiva. Quando mi confronto con la mia co-presidente, Franca Coen, che è cresciuta in ambiente ortodosso, mi rendo conto che io do tutto per scontato: che le donne portino il talled e vadano a sefer, che esistano le varie gradazioni di ebraismo, che la Torah è stata scritta nel corso di secoli, pur essendo ispirata da D-o.

Il messaggio che vorrei trasmettere è che le comunità ebraiche italiane e l’ebraismo progressivo non sono mutualmente esclusivi, o uno o l’altro: considero “la Comunità” come il raccordo degli ebrei uniti tra di loro da rapporti sociali, morali, etici, e sionistici, sotto la quale esistono le varie correnti dell’ebraismo - ortodosso, progressivo e ultra-ortodosso. Ma per me “la riforma” è già avvenuta, e non intendiamo fare la riforma all’ebraismo ortodosso in Italia. Vogliamo esistere in parallelo sotto l’ombrello dell’Ucei. Inoltre, se proprio si deve parlare di divisioni, la dimostrazione che non sono gli ebrei progressivi a causarle è, per esempio, l’esistenza a Milano di ben tre scuole ebraiche.

Come funzionano le conversioni?

Il percorso di conversione varia in base alla persona, alla preparazione, ecc. ma tendenzialmente dura uno o due anni, durante i quali la persona deve partecipare alla vita della congregazione. Chiediamo che partecipi alle funzioni, a tutte le festività, venga alle lezioni, faccia anche un po’ di volontariato. Le persone che stanno facendo un percorso di ghiur sono accolte e si associano alle nostre congregazioni come amici. Quest’anno abbiamo convertito 24 persone che provenivano da tutta Italia.

Il nostro ghiur progressive è riconosciuto internazionalmente, permette di fare l’alià.

Però poi arrivati in Israele non ci si può sposare.

Non si può fare un matrimonio ortodosso, ma in Israele esiste anche la possibilità di fare un matrimonio progressivo; e comunque lo Stato d’Israele riconosce alle coppie di fatto alcuni dei benefici che spettano alle coppie sposate.

Questo problema del riconoscimento in Israele è una delle ragioni per cui noi in Italia cerchiamo soluzioni che stiano all’interno dell’ortodossia.

Volendo allora si potrebbe cercare di fare un ghiur ortodosso - cosa che per molte persone è una meta remota - una volta arrivati in Israele.

Uno dei motivi per cui noi italiani siamo affezionati al nostro modello ortodosso unitario sta nel fatto che riteniamo sia una cosa bella non avere la necessità di dividersi, non dover decidere se iscriversi all’una o all’altra comunità.

Certo: si può avere l’Ucei come ente politico sotto il quale ci sono le varie correnti di ebraismo o keillot. E, lo ripeto, ci sono realtà dove di fatto le divisioni fra gli ebrei ortodossi esistono.

Sarebbe bello avere una Comunità unica con varie sinagoghe. Ma mi rendo conto che è difficile…

Perché no? Riconosciuti civilmente i diritti di ogni tipo di ebraismo, ognuno può andare nella sinagoga che vuole. Il problema non è il riconoscimento rabbinico - so benissimo che la rabbanut ortodossa non può accettare una conversione progressiva - ma l’esistenza di un’unica istituzione che rappresenta tutti gli ebrei nei confronti dello Stato è fattibile e ideale.

Parliamo degli stati generali dell’Ucei: hai l’impressione che siano stati un passo in avanti?

Sì, perché abbiamo avuto molta visibilità. Siamo stati invitati ufficialmente come Fiep. E per la prima volta Pagine ebraiche ha pubblicato un articolo su di noi: ho mandato io un articolo sulla nostra assemblea generale che si è svolta due giorni dopo gli stati generali ed è stato pubblicato. Questa è una prima assoluta.

Che cosa avete chiesto esattamente?

Come primo passo noi chiediamo un rappresentante nel Consiglio, in applicazione dell’articolo 41 (comma 8) dello Statuto dell’Ucei:

Hanno diritto di partecipare al Consiglio e di prendere la parola un rappresentante dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia (UGEI), dell’Associazione Donne Ebree d’Italia, della Federazione Sionistica Italiana e della Comunità degli Ebrei Italiani in Israele. Analoga facoltà può essere riconosciuta dal Consiglio, a maggioranza assoluta dei componenti, ai rappresentanti di altre associazioni presenti nella realtà dell’ebraismo italiano.

Sarebbe un osservatore senza diritto di voto.

È un primo passo.

E poi?

Il secondo passo è aprire un tavolo di discussione formale che trovi una soluzione per l’inclusione della FIEP all’interno dell’UCEI.

In altri Paesi c’è un’organizzazione ombrello che rappresenta tutti gli ebrei, e poi al suo interno ci sono le diverse comunità (ortodossa, reform, conservative, ecc.). In Italia, però, quella che ha firmato le intese con lo Stato è stata l’Ucei, che è ortodossa.

Lo Stato ha conferito all’Ucei il diritto e il dovere di rappresentare la confessione ebraica in Italia - tutti gli ebrei, non si parla di ortodossia - quindi è una responsabilità dell’Unione di rappresentare tutti, non solo gli ebrei ortodossi.

A Pittsburgh l’attentatore prima di sparare non ha chiesto: “Scusate, siete ortodossi, conservative o progressive?” Siamo tutti sulla stessa barca.

Tra parentesi, ho sentito dire che in Israele qualche rabbino ortodosso non ha accettato di definire quella di Pittsburgh una sinagoga.

Spero che sia stata una voce solitaria. A Milano Rav Arbib è stato estremamente rispettoso: c’è stata una cerimonia in sinagoga e ha letto gli undici nomi degli ebrei uccisi. Bisogna anche dire che quando ci sono questioni di sicurezza il presidente di Lev Chadash e quello di Beth Shalom sono chiamati insieme agli altri rappresentanti delle organizzazioni ebraiche milanesi.

Dunque, l’Ucei dovrebbe cambiare il suo statuto?

In realtà lo statuto attuale dell’Ucei non parla di “ortodossia” ma di “tradizione ebraica”. Era stato voluto così da Tullia Zevi ed è figlio di un compromesso (le possibilità erano “l’ebraismo ortodosso”, “la tradizione ebraica”, “le tradizioni ebraiche”).

In questo momento l’Ucei ha una struttura che prevede un’unica Comunità per tutti gli ebrei che risiedono in un certo territorio. In quale modo potrebbe accogliere la Fiep al proprio interno?

È un problema complesso: bisogna studiare qual è la soluzione migliore. È un lavoro da fare con la Commissione Statuto, di cui faccio parte, e vediamo quale potrebbe essere la soluzione analizzando i modelli presenti in Germania, in Francia, ecc.

In un modo o nell’altro l’Ucei deve fare spazio all’ebraismo progressivo. Vogliamo avere anche noi i diritti religiosi, per esempio, che i nostri rabbini possano celebrare un matrimonio, che nostri iscritti possano assentarsi per motivi religiosi ed avere la nostra parte, anche piccola, dell’otto per mille.

A proposito di numeri, scusa se mi permetto di fare l’avvocato del diavolo. C’è chi obietta che in realtà nel lungo periodo gli ebrei ortodossi hanno più figli mentre nel mondo progressive c’è più assimilazione. Come si può rispondere?

Puoi leggere i numeri come vuoi, ma puoi anche vedere che dopo la seconda guerra mondiale il movimento reform e conservative in America ha mantenuto moltissime persone all’interno dell’ebraismo. Vuoi vedere i numeri in Italia? Prima eravamo 50mila, poi 30mila, e adesso meno di 23mila e perdiamo il 2% all’anno. Dimmi chi ha ragione: un ebraismo più elastico e inclusivo, che dà la possibilità alle persone di diventare ebree, oppure un ebraismo restrittivo fatto di “duri e puri” come sostiene l’assessore al culto di Milano? Dove porta questo? Porta ad avere un ebraismo senza ebrei.

Forse qualcuno vorrebbe che gli ebrei italiani diventassero ultraortodossi…

Ci stanno provando. A Milano è nato un Kollel, con famiglie modello ultraortodosse che vengono pagate per studiare Talmud e Torà tutto il giorno senza fare altro. Questo è il modello che pesa sull’economia di Israele. È davvero un esempio per gli altri ebrei isolarsi dal mondo?

Per noi è essenziale che i rabbini abbiano anche una cultura generale: prima una laurea quinquennale, poi cinque anni di corso per diventare rabbino.

Anche per noi un tempo era così, ma poi la norma è stata cambiata, perché si è ritenuto che non considerare la laurea rabbinica come una laurea a tutti gli effetti significasse togliere valore agli studi rabbinici.

 Un rabbino per guidare una comunità deve conoscere anche la psicologia, la pedagogia, ecc. Sono competenze essenziali.

Chi sono i vostri rabbini? Da dove arrivano?

Il rabbino di Beth Shalom, David Whiman, è di New York, e sta qui sei mesi all’anno. Lev Chadash ha la rabbina Sylvia Rothschild, che è di Londra, viene qui una volta al mese e ci segue anche da lontano. A Roma abbiamo il rabbino Joel D. Oseran, un americano che vive in Israele e anche lui viene una volta al mese, o di più se per esempio c’è un matrimonio o un bar/bat mitzvà.

Firenze è seguita da due rabbini; Rabbino Leigh Lerner di Montreal, e Rabbino Roberto Levi di Washington. Per i nostri rabbini americani abbiamo difficoltà a ottenere i visti e i permessi di soggiorno. Anche questa è una ragione per cui chiediamo un riconoscimento ufficiale, perché i nostri rabbini possano essere considerati legalmente ministri di culto, celebrare matrimoni, ecc.

Come fate a pagare i rabbini?

Ci autofinanziamo. E molti di noi pagano anche le tasse comunitarie. Per quanto riguarda gli aspetti economici, il riconoscimento ci farebbe accedere all’otto per mille: risorse che ci farebbero comodo per finanziare le tante iniziative culturali e di solidarietà che organizziamo.

In conclusione, puoi vedere l’ebraismo progressive in vari modi, ma bisogna tenere presente che non è solo un mezzo per dare una casa ai figli di matrimonio misto e per accogliere indipendentemente dalle diversità di genere, c’è tutto un pensiero solido dietro, che nasce ai tempi dell’Illuminismo e che si è progressivamente arricchito e strutturato in rapporto e in confronto con le fonti e le tradizioni di ogni Paese. Non dobbiamo dimenticare che l’ebraismo progressivo è nato in Europa. È un modo per essere ebrei nel mondo di oggi.

Intervista di
Anna Segre
 

 

Joyce Bigio

   

… per saperne di più

Nello scorso ottobre 2018 è uscito il libro che Bruno Di Porto ha dedicato a “Il movimento di Riforma nel contesto dell’Ebraismo contemporaneo”.

Nella premessa storica, risalendo all’Illuminismo settecentesco, all’Haskalah, a Moses Mendelssohn, alla posizione di apertura assunta anche da alcuni rabbini italiani, Di Porto ricorda sia le iniziative e le contrapposizioni all’interno dell’ebraismo europeo (in particolate tedesco) tra ortodossia e riforma, sia le contrastanti reazioni della politica non ebraica all’idea di un ebraismo riformato. A questa premessa, ricca di notizie e di spunti, Di Porto fa seguire un esame della situazione attuale negli Stati Uniti e, con particolare attenzione, in Italia: le diverse prospettive di riforma, i dibattiti all’interno di una comunità “ortodossa” per definizione, i problemi giuridici, fino ai giorni nostri, quasi aggiornata ad horas. Il tutto corredato da un ponderoso e importante apparato di note.

Bruno Di Porto, Il movimento di Riforma nel contesto dell’Ebraismo Contemporaneo, Angelo Pontecorboli Editore, ott. 2018 (pp. 151, € 18)

 

 

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