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Atmosfera pesante

di Anna Segre

 

Dato il clima cupo e minaccioso che si respira in giro per il mondo, dagli Stati Uniti a Israele, in molte parti d’Europa e certamente anche in Italia, non c’è da sorprendersi troppo se anche nel piccolo mondo dell’ebraismo italiano l’atmosfera sta diventando sempre più pesante, in una misura di cui forse noi ebrei che viviamo in comunità medie e piccole e ci teniamo lontani dai social network non ci rendiamo pienamente conto.

Questo clima si manifesta con diverse modalità e contesti. Desidero soffermarmi in particolare su due aspetti che hanno attirato la mia attenzione negli ultimi due mesi e che in qualche modo sono legati tra loro: la messa in discussione dell’Unione della Comunità Ebraiche Italiane e delle sue istituzioni (in particolare i suoi media) e la progressiva affermazione all’interno del mondo ebraico di una visione della realtà che porta a considerare con simpatia i partiti conservatori e populisti sottovalutandone l’antisemitismo. La visita di Salvini in Israele, salutata con gioia da alcuni, guardata con grande inquietudine e scandalo da altri, ha messo a nudo in modo evidente le nostre contrapposizioni.

  

Se hai opinioni diverse taci

Nell’ambito degli stati generali dell’UCEI (Roma, 1 e 2 novembre) ho assistito alla sessione sulla comunicazione, in cui si parlava dei media dell’Unione (Moked, Pagine ebraiche, ecc.). Molti interventi, soprattutto dalle piccole e medie comunità, esprimevano apprezzamento e si soffermavano su questioni tecniche (la grafica, la diffusione tra gli iscritti alle comunità, ecc.), come se non ci fosse nessun problema di natura politica o ideologica; altri interventi, viceversa, non solo esprimevano critiche, ma addirittura mettevano in discussione l’esistenza stessa dei media Ucei o la loro natura di palestra aperta al libero confronto delle idee: è stato proposto per esempio di ridurre la periodicità rinunciando alla newsletter giornaliera, di eliminare alcuni collaboratori, di sottoporre il lavoro della redazione al controllo della giunta dell’Unione, di un garante, o di qualche organismo appositamente nominato. Illuminante in particolare l’intervento della Presidente della Comunità di Roma Ruth Dureghello, che ha sostenuto che siano assolutamente da non pubblicare gli articoli divisivi (dove “divisivi” non significa, come si potrebbe pensare, offensivi, diffamatori, non rispettosi delle idee altrui, ma semplicemente che esprimono opinioni diverse da quelle della maggioranza, dando ovviamente per scontato che l’opinione della maggioranza coincida con quella della dirigenza della più grande Comunità d’Italia).

È chiaro che queste critiche e queste prese di posizione non piovono dal nulla. Già da tempo il clima all’interno delle testate Ucei è cambiato. La Presidente dell’Unione Noemi Di Segni e il direttore della comunicazione Ucei Guido Vitale - che pure anche nell’ambito degli stati generali si sono espressi in modo molto chiaro a favore del libero confronto tra diverse opinioni, ribadendo come questo non debba essere considerato un problema ma un valore aggiunto - sono già da tempo soggetti a continue pressioni che li costringono, per cercare di salvare gli equilibri interni all’Unione e un minimo di coesione nell’ebraismo italiano, ad esercitare un più rigido controllo preventivo su ciò che sarà pubblicato. Gli spazi di autonomia dei singoli collaboratori si stanno riducendo e a volte anche la scelta dei termini da usare diventa problematica (per esempio, si può definire “rabbino” un non ortodosso?). Personalmente in quasi dieci anni di collaborazione settimanale con Moked sono incappata nella censura una sola volta, ma ho il dubbio che ciò accada perché io stessa, così come molto altri collaboratori, esercito preventivamente una sorta di autocensura. Se dieci anni fa, al tempo della nascita di Pagine ebraiche e di Moked, la libertà concessa ai collaboratori e la grande varietà di opinioni espresse all’interno di queste testate mi aveva portato a domandarmi se l’esistenza di Ha Keillah non fosse diventata superflua, oggi temo che il nostro giornale stia tornando sempre di più ad essere l’unico spazio di confronto ancora aperto all’interno dell’ebraismo italiano.

Eppure, nonostante tutti i sacrifici e tutti i tentativi per non urtare le sensibilità altrui, sembra che non basti mai: ci censuriamo, ci autocensuriamo per salvare l’idea che si possa avere un mezzo di confronto tra tutti gli ebrei italiani, sacrifichiamo le nostre opinioni, limiamo le nostre parole, lasciamo perdere questo o quell’argomento in nome del dialogo, a volte arriviamo a chiederci quanto ne valga la pena; eppure nonostante tutti i nostri sforzi, qualunque cosa scriviamo o rinunciamo a scrivere, Pagine ebraiche continua ad essere criticato come troppo di sinistra, troppo ostile a Israele, troppo centrato su un’élite poco rappresentativa della realtà dell’ebraismo italiano, ecc.

 

Se non sei milanese o romano non esisti

Il fatto è che in discussione non ci sono soltanto i media dell’Ucei, ma l’Unione stessa, e in particolare la sua struttura federativa che prevede un Consiglio in cui sieda almeno un rappresentante per ogni Comunità. Mi ha colpito per la sua franchezza, per esempio, l’intervento di Vittorio Robiati Bendaud, già collaboratore di Rav Laras, al convegno sull’antisemitismo organizzato del Gruppo Sionistico Piemontese che si è tenuto a Torino lo scorso 18 novembre: in Italia - ha detto Bendaud - esistono solo due Comunità che si possono davvero definire tali, Roma e Milano; tutte le altre sono nuclei praticamente estinti, tenuti in vita artificialmente da persone appartenenti sempre alle stesse famiglie che controllano l’ebraismo italiano da generazioni, che cercano visibilità davanti al mondo esterno per un bisogno psicologico di autoaffermazione e per compensare la loro scarsa riuscita professionale. Lascio giudicare al lettore se queste affermazioni rispondano alla realtà o non siano piuttosto l’espressione di maldicenza, fake news e scarsa conoscenza del mondo delle piccole e medie Comunità. Resta il fatto che si tratta di opinioni largamente diffuse nell’ambito dell’ebraismo italiano. L’Ucei, cioè, è considerata non realmente rappresentativa perché in essa hanno troppo poco peso numerico gli appartenenti alle Comunità di Roma e Milano, che sono la stragrande maggioranza degli ebrei italiani.

Non è un problema nuovo, e già l’attuale Statuto dell’Ucei è figlio di un compromesso, ma a quanto pare non basta. E, a mio parere, forse varrebbe la pena di riconsiderare quel compromesso che ha scontentato un po’ tutti. Secondo me chi ha redatto l’attuale Statuto, che è stato approvato alla fine del 2010, ha tenuto conto principalmente degli aspetti organizzativi dell’Ucei sottovalutando il ruolo dell’Unione quale voce degli ebrei italiani dal punto di vista politico. Un ruolo che in effetti oggi appare molto più rilevante di quanto potesse apparire otto anni fa perché l’Unione, anche grazie ai suoi media, è riuscita ad acquistare più visibilità fuori dal mondo ebraico a scapito soprattutto della Comunità di Roma. Bisogna riconoscere che, quando si tratta di prendere posizione sulla politica italiana, europea o su Israele, appare effettivamente poco giustificabile che alcuni ebrei contino più di altri. Dunque potrebbe essere legittima la richiesta di un organismo politico che nelle opinioni espresse davanti al mondo esterno rappresenti gli ebrei italiani presi singolarmente indipendentemente dalle Comunità a cui appartengono. Forse è una sfida che dovremmo accettare, purché si tratti di un organismo eletto democraticamente da tutti gli ebrei italiani in un collegio nazionale unico, senza che nessuno possa sentirsi depositario dei voti non espressi nella propria città: se, per esempio, a Torino o a Firenze andassero a votare 500 persone e a Roma e Milano se ne contassero altrettante o poco più, nessuno potrebbe poi lamentarsi che Torino e Firenze abbiano un peso maggiore. E avremmo anche dimostrato con i fatti la nostra esistenza. Inoltre per le grandi comunità diventerebbe più difficile ignorare o scavalcare un organismo eletto direttamente dagli ebrei italiani. Certo, le cose potrebbero andare diversamente e potremmo perdere i nostri già esigui spazi, ma la democrazia non è sempre un rischio?

Al di là dei discorsi sul peso specifico delle singole Comunità, c’è poi un’altra questione, forse ancora più rilevante, che finora molti tendono a sottovalutare o ignorare: la presenza sempre più strutturata di Comunità ebraiche non ortodosse. Per discutere di questo tema, così vasto che merita un discorso a parte, abbiamo incontrato la Consigliera milanese dell’Unione Joyce Bigio, che nell’ambito degli stati generali ha avanzato una richiesta formale di inclusione nell’Ucei da parte della Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo di cui è copresidente.

 

Non criticare gli amici di Israele (e pazienza se sono antisemiti)

Ma quali sono le posizioni assunte dall’Ucei che danno così fastidio ad alcuni ebrei? Non certo quelle contro Israele, che ormai sono state sostanzialmente ridotte al silenzio, anche se talvolta i media dell’Unione si vedono costretti a riferire le opinioni di qualche noto denigratore di Israele, per esempio il Presidente della Repubblica israeliano, o a raccontare gli inconvenienti giudiziari del primo ministro. A mio parere quelle che danno fastidio, in questa fase storica, sono le prese di posizione della Presidente Ucei contro il razzismo, per i diritti umani, per l’integrazione, per il rispetto delle minoranze, ecc.; posizioni giudicate troppo severe nei confronti di partiti attualmente al governo in Italia e in molti stati europei che devono essere considerati nostri amici dato che sono (o, per lo meno, si dichiarano) incondizionatamente amici di Israele. Nel già citato convegno torinese sull’antisemitismo mi ha colpito la sottovalutazione sistematica, se non il vero e proprio silenzio, sull’antisemitismo di destra. Non una parola sull’antisemitismo ungherese e su quello polacco, non una parola sull’antisemitismo ampiamente diffuso tra i militanti dei partiti che attualmente governano l’Italia, neppure una parola sulla strage compiuta da un fanatico di estrema destra nella sinagoga di Pittsburgh, che pure era avvenuta meno di un mese prima (anzi, gli Stati Uniti sono stati definiti come uno dei pochi posti, oltre a Israele, dove gli ebrei possono vivere tranquilli).

L’idea di fondo emersa in quel convegno è che l’antisemitismo più violento e pericoloso al giorno d’oggi sia quello di matrice islamica (e di conseguenza le posizioni, in particolare nella sinistra europea, non sufficientemente ferme nel denunciarlo) e che la forma più grave e insidiosa dell’antisemitismo attuale sia l’odio verso Israele, di cui non si accetta la natura di stato ebraico. E le nostre Comunità? Il ragionamento di fondo, in sostanza, mi pare il seguente: gli ebrei in Europa non hanno comunque futuro a causa delle emigrazioni e dell’assimilazione ma anche perché l’antisemitismo è sostanzialmente imbattibile e prima o poi sarà necessario andarsene. L’unica forma possibile di sopravvivenza per il popolo ebraico nel futuro è solo nello stato ebraico, e dunque il sostegno a Israele (che per chi segue questa logica significa sostegno incondizionato al suo governo) è la priorità assoluta e passa davanti a qualunque altro discorso. Dunque l’antisemitismo diffuso e in larga parte condiviso tra i simpatizzanti della destra deve essere sopportato di buon grado perché tutto sommato è il male minore.

Qual è la lettura corretta della realtà? Quella che ho appena esposto o la nostra? Oppure una via di mezzo? E perché tutti faticano ad accettare che altri vedano la realtà con occhi diversi? Il fatto è che la storia non sempre rispetta la par condicio. Se prendiamo, per esempio, il dibattito tra fascisti e antifascisti negli anni ’30, che ha avuto come perno proprio la nostra Comunità, dobbiamo constatare che la storia ha dimostrato inequivocabilmente che i primi sbagliavano e i secondi avevano ragione. Oggi ciascun ebreo è convinto di essere come l’antifascismo di allora e che i suoi avversari siano l’equivalente della Nostra Bandiera; e dunque ritiene, attaccandoli aspramente, di fare il loro bene, di indurli ad aprire gli occhi prima che sia troppo tardi. Con questa convinzione (che - lo ammetto - è anche nostra) è difficile essere rispettosi. Ma forse, nonostante tutto, bisogna provarci.

Anna Segre

 

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