USA

 

Trump, l’antisemitismo e il voto ebraico

di Giorgio Gomel

 

I risultati delle elezioni di “mid term” per le due camere del Congresso degli stati Uniti sembrano confermare il sentire di una frattura profonda fra l’ebraismo americano e gli atteggiamenti ed atti dell’amministrazione Trump.

Secondo i sondaggi, nelle elezioni del 2016 Trump ottenne il consenso del 24 % degli elettori ebrei contro il 70% di Clinton. In queste elezioni soltanto il 17% degli elettori ebrei ha votato per candidati repubblicani, il 79 % per quelli democratici. I democratici ebrei eletti come membri del Congresso sono stati 28, di cui 21 rieletti e 7 sono nuovi eletti, contro appena 2 repubblicani. 9 senatori e 2 governatori inoltre sono ebrei del partito democratico.

Sondaggi più articolati, come quello proposto da Jstreet, confermano come, malgrado il crescere del peso demografico della comunità ortodossa e l’influenza politico-finanziaria di donatori come Adelson, molto vicini al Likud e al governo di Israele, nonché le lusinghe tentatrici offerte da Trump con la decisione di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme e di rompere ogni rapporto diplomatico-finanziario con i palestinesi plaudendo così alla destra israeliana, gli ebrei americani guardano prioritariamente a temi quali la difesa delle minoranze, la separazione fra stato e chiesa, la giustizia sociale, la difesa del welfare. Il 75 % di essi disapprova gli atti di Trump come presidente e individua come temi preminenti delle proprie scelte elettorali la sanità pubblica e il controllo delle armi. Soltanto il 4 % degli intervistati colloca Israele al primo posto.

Gli ebrei americani ritengono che sia più efficace per la difesa del futuro del mondo ebraico combattere il razzismo e le discriminazioni alleandosi con quei soggetti minoritari e deboli che ancora ne soffrono e vivere in società plurali e aperte che rispettino le identità, specialmente di minoranza.

Infine, l’antisemitismo. Già l’anno scorso dopo le marce suprematiste bianche di Charlotsville e l’ambiguo atteggiamento di Trump, che postulò una sorta di equivalenza morale fra gli estremisti della destra razzista e i loro avversari antirazzisti, organismi rappresentativi del rabbinato americano avevano opposto la loro protesta. L’Antidefamation League aveva dichiarato in quei giorni che “l’antisemitismo è penetrato nel linguaggio comune in modi che molti ebrei che hanno vissuto gli orrori della Germania nazista trovano sconvolgenti”.

Ma l’eccidio di massa nella sinagoga di Pittsburgh di ottobre, il peggiore attentato antiebraico nella diaspora dopo quello compiuto contro le istituzioni ebraiche di Buenos Aires nei primi anni ’90, ha fortemente acuito i contrasti con Trump e i suoi atteggiamenti. Lo stesso rapporto quasi irenico fra gli ebrei americani e il loro paese, il loro senso di sicurezza rispetto all’ondata antisemita che colpisce l’Europa, rischia di infrangersi. Nella percezione di molti ebrei, a Pittsburgh come altrove, le affermazioni di Trump circa la mancanza di guardie armate nella sinagoga, quasi che le vittime fossero “colpevoli” di tale imprudenza, e la virulenza del linguaggio contro gli immigrati “invasori” - che l’assassino ha in un certo senso mutuato accusando gli ebrei di sostenere con le attività della Hebrew aid Immigrant society, la gloriosa associazione fondata negli anni '80 dell’ottocento per assistere gli ebrei fuggiaschi dalla Russia zarista, l’approdo di rifugiati e immigrati da varie zone del mondo negli Stati Uniti - tradiscono una sottovalutazione nefasta dei rigurgiti antisemiti che attraversano la società.

Giorgio Gomel

 

Moshe Safdie, The Crystal Bridges Museum of American Art, Bentonville, Arkansas

 

 

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