Settantenni

 

 

A 70 anni la solitudine pesa

di Alessandro Treves

 

È Chol haMoed di Sukkot e, anche se in ritardo, dovrei rimediare una specie di capanno da sistemare su questo terrazzino; è talmente alto sulla città che non c’è gran pericolo che mi veda qualcuno. O forse sì, ci sarà, immagino, una sorveglianza dal cielo. Ma che senso ha, poi, rievocare i quarant’anni nel deserto mentre si contempla dall’alto una città ultramoderna? Una città che afferma con l’orgoglio della sua architettura, saettante verso l’alto, di averlo sconfitto, il deserto; e non il deserto di tremila anni fa, bensì quello recente, trasformato dal duro lavoro di chi ha costruito il paese. E poi, quanta parte dell’identità nazionale discende davvero da quel passato remoto e nebuloso, e quanta invece si è forgiata nella lotta disperata per la sopravvivenza di un passato molto più prossimo, di cui sono ancora vivi gli ultimi testimoni? E dopo, nel conflitto all’ultimo sangue contro i propri vicini, che non erano loro i responsabili del tentato genocidio, ma che comunque si sono trovati, malcapitati, messi dalla Storia nel posto sbagliato, a definire in negativo questi 70 anni dalla proclamazione dello stato.

Forse è proprio nel rielaborare finalmente dei rapporti fraterni con i propri vicini che va cercato un nuovo significato a ciò che qui si è costruito; a questi palazzi che, pur con tutta la loro bellezza, rimangono altrimenti costruzioni di cemento, vetro e metallo, materiali la cui unica vita sta nel surriscaldarsi, come la sabbia del deserto.

Dall’alto, gli esseri umani sembrano formiche che seguono pedissequamente gli stessi percorsi, evitando l’avventura di esplorare i grandi spiazzi che si aprono fra gli edifici. Posso avvicinarli? Mi ricaccio in tasca i dolciumi rinsecchiti e la bottiglietta simbolica di succo di frutta e scendo le scale, un piano dopo l’altro, verso la hall al piano terra della foresteria dell’università Kim Il Sung di Pyongyang. Nella hall non c’è nessuno. Uscire per strada non posso; senza accompagnatore è vivamente sconsigliato. Vado al bar ma lo trovo vuoto. Risalgo nella mia camera e accendo la televisione, se non altro posso guardare le immagini. Scene di vita agricola. Nella città che era stata completamente rasa al suolo dagli americani mi rassegno a simulare Sukkot con la più americana delle alienazioni, guardare alla TV insulsi filmati sulla vita in campagna.

Sono molte più le differenze, anche radicali, che non le somiglianze fra Israele e la Repubblica Democratica Popolare della Corea, nazioni quasi coetanee, che hanno entrambe celebrato nei mesi scorsi i primi 70 anni della propria esistenza, più intente ad interrogarsi che non esaltate dai propri indubbi successi. Una differenza importante, certo, è che in Israele uno straniero può scendere in strada senza permesso, attaccar bottone al bar, prendere un taxi e chiedere all’autista cosa pensa di chi è al governo. Certo. Il Sionismo non è la Juche [l'ideologia ufficiale della Repubblica Popolare Democratica di Corea, nonché il sistema politico su cui si basa, ispirato al comunismo e al patriottismo, ndr]. Anche se in alcuni elementi si assomigliano, come forse assomigliano ad altri movimenti di liberazione nazionale. Un’epopea, scevra dei dettagli, è pur sempre un’epopea. Certo, nella DPRK non sono passati gli storici revisionisti (Benny Morris, Ilan Pappé, Avi Shlaim, Tom Segev), almeno a giudicare dai libriccini di storia che ho potuto acquistare nei negozi per stranieri. Anche se l’esaurirsi dello slancio vitale di chi ha partecipato in prima persona alla lotta per la liberazione, che fosse nel Palmach o nell’Esercito Rivoluzionario del Popolo della Corea, dopo settant’anni, due generazioni, è un fatto biologico, del tutto indipendente dal contesto locale. Si invidia il sorriso sfrontato dei ventenni di allora, ora - se sopravvissuti - ultranovantenni, e ci si chiede: e ora? Il paese è stato costruito; il Dipartimento di Fisica è una sciccheria di vetri scintillanti. E ora? Si è consci che il paese è minacciato dai nemici, e che è indispensabile la capacità di deterrenza nucleare. Raggiunta. E ora?

I tarli scavano le loro gallerie, e rimangono invisibili se continuamente si passa sulla poca polvere uno straccio di fake news, ma l’angoscia inesorabile si acuisce con l’indebolirsi della trama del legno. L’angoscia della solitudine. Si fronteggia negandola. Come chi è in visita ufficiale in Israele viene portato a Yad VaShem e al Giardino dei Giusti, dimostrazione fisica incontrovertibile che tanti hanno rischiato la vita per amore del popolo ebraico, così chi visita la DPRK viene invitato a visitare il Museo dell'Amicizia a Myohyangsan, dove sono raccolti gli oltre centomila doni offerti da tutto il mondo al Grande Leader, espressione tangibile dell’amore e dell’ammirazione di cui è stato oggetto. Farmaci autosomministrati, ma inefficaci ad alleviare la solitudine. Certo, è improponibile un paragone dettagliato fra i milioni di persone ebree schiavizzate, stuprate, soggette ad esperimenti atroci ed in gran parte eliminate dai nazisti europei ed i milioni di persone coreane schiavizzate, stuprate, soggette ad esperimenti atroci ed in piccola parte eliminate dai nazionalisti giapponesi, ma anche se la seconda non si può chiamare Shoah, la solitudine in cui si è consumata è simile. Alla Conferenza dell’Aja del 1907 l’ultimo sovrano coreano, Gojong, inviò in segreto tre rappresentanti perché il mondo sapesse dell’aggressione/annessione giapponese in corso. Non venne consentito loro di parlare, in quanto non rappresentati ufficiali di una potenza sovrana; uno di loro per la disperazione, ancora all’Aja, si suicidò.

Ho avuto il privilegio di visitare il miglior liceo di Pyongyang. Nonostante l’isolamento pressoché assoluto, mi è parso, forse un’impressione superficiale, meno ossessivamente focalizzato sulla storia nazionale (cioè, dei ¾ della nazione) rispetto a quello corrispondente di Tel Aviv (ma comunque entrambi più nazionalisti, va detto, del mio glorioso liceo Michelangelo di Firenze). Forse conoscere la storia altrui è un primo passo per rientrare nel genere umano. In questa fase di rapidi cambiamenti nella DPRK, la voglia di conoscere la narrativa degli altri, manifestata nell’entusiasmo per le Olimpiadi, per le visite del presidente sud-coreano, persino per l’incontro con Trump, financo nel congresso quasi-scientifico cui ho partecipato, induce a ben sperare. Più che non il vedere il primo ministro israeliano, anch’egli desideroso di essere riaccolto dai suoi simili, compiacersi della compagnia di dittatori, molestatori, autocrati, depredatori, assassini di giornalisti.  

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Tel Aviv e Pyongyang

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