Torino

 

 

Vi presento il Get

di Giorgio Berruto

 

Era pochi mesi fa quando, per la prima volta dopo anni, il Get (gruppo di giovani ebrei torinesi tra 18 e 35 anni)) ha rinunciato alla cena in sukkà durante la festa delle capanne. Un vero peccato. Per la rinuncia a mangiucchiare le prime castagne al primo freddo, prudentemente intabarrati nei primi giacconi; perché è di solito l’appuntamento di apertura dell’anno Get, che segue sostanzialmente il calendario accademico, grossomodo coincidente con quello ebraico; perché, si sa, Sukkot è una festa friendly, un po’ come Purim o Chanukkà, e fa sentire a proprio agio tutti o quasi, inclusi gli studenti israeliani.

Ma quest’anno la cena in sukkà è saltata. Peccato. Però… Però poi le cose sono cambiate. Immediatamente. E il Get tra la fine di ottobre e la conclusione dell’anno solare ha cominciato a macinare eventi a pieno ritmo. Ma partiamo dall’inizio.

 

Gettati in acqua

Negli ultimi anni il Get è stato gestito di fatto da Simone Santoro e Filippo Tedeschi: non senza l’aiuto di altri, ma a organizzare e tenere i rapporti con la comunità erano loro. Comprensibile, perciò, lo spaesamento di noi tutti quando, poco prima di Sukkot, abbiamo avuto la conferma che entrambi avrebbero vissuto fuori Torino nei mesi seguenti. Un passaggio di testimone era indispensabile e urgente. E, devo dire, per alcune settimane i dubbi sul futuro prossimo del Get, almeno nella testa di chi scrive, prevalevano sulle certezze. Ci ha pensato Simone Santoro, che non ringrazieremo mai abbastanza, a prendere in mano la situazione nel modo più efficace, cioè creando d’ufficio un gruppo di persone delegate a gestire il Get. È stato un po’ come buttare in acqua chi è indeciso se tentare di nuotare: si annaspa un po’ ma si impara subito.

Il responsabile del gruppo, che in particolare gestisce i rapporti con la comunità e tiene conto del bilancio, è Daniele Saroglia. Poi ci sono Chiara Levi, Simone Israel, Noemi Anau Montel, Alessandro Lovisolo, Rachele Tedeschi, Beatrice Hirsch e - in qualità di nonno, o quasi - ci sono pure io. Ma, soprattutto, c’è un clima positivo, costruttivo; in una parola: bello. Sia chiaro, sarebbe sbagliato pensare che l’anno scorso il Get fosse poco attivo e quest’anno ci sia stato tutt’a un tratto un risveglio. L’anno passato sono stati organizzati eventi a scadenza mensile, oltre a un certo numero di lezioni con rav Ariel Di Porto. Mentre la partecipazione a queste ultime è stata molto ridotta, cene e feste hanno visto la presenza di decine di persone, con una crescita evidente rispetto agli anni precedenti. Quest’anno, però, anche grazie a un consiglio più numeroso, il nostro obiettivo è stato fin da subito quello di cercare di diversificare le attività e renderle più frequenti. Per organizzare la cena di Sukkot era troppo tardi, ma già nella seconda metà di ottobre gli eventi realizzati sono stati due: un incontro di discussione sul congresso Ugei alle porte e una cena di Shabbat in occasione dello Shabbat Project, alla quale eravamo quasi cinquanta, e le lasagne di Simone e Chiara hanno fatto un figurone.

A novembre abbiamo cominciato un ciclo di incontri sul tema dell’identità con rav Ariel, al quale abbiamo chiesto di accantonare, almeno per il momento, il modello delle lezioni tradizionali per orientarci verso momenti di riflessione condivisa e discussione. Durante il primo incontro abbiamo parlato di migrazioni e migranti da un punto di vista ebraico, nel secondo delle sfide che si presentano, nel mondo di oggi, a una minoranza come quella ebraica in Italia. Nel corso dell’anno vorremmo continuare a declinare variamente il nucleo centrale dell’identità, affrontando temi che ci interessano come omosessualità, diritti civili, integrazione e assimilazione, ebraismi (con la i finale), integralismo. Dividere gli incontri in una prima parte in cui Ariel espone i problemi fondamentali e presenta alcune possibili risposte da un punto di vista ebraico, non senza rimando diretto alle fonti, e una seconda parte di domande e discussione libera ci sembra un buon modo per favorire l’interazione e garantire l’interesse di questi momenti. Non so come andrà in futuro, ma per ora la partecipazione rispetto all’anno scorso è triplicata. Anche la scelta di proiettare, in un’altra occasione, il film The Believer, che racconta con alcune licenze diegetiche la storia vera di un ebreo nazista negli Stati Uniti di inizio secolo, è stata pensata per riflettere sull’identità e il fanatismo, accompagnata da popcorn e seguita da una chiacchierata. Last but not least, la festa di Chanukkà, che si è svolta presso il centro sociale della comunità ebraica e ha visto la partecipazione di oltre settanta persone, inclusa una trentina di studenti israeliani. Allo stesso tempo abbiamo cercato di rispondere in modo consono a richieste di coetanei interessati a conoscere giovani ebrei torinesi per lavori accademici di genere sociologico e a quelle, nel contesto cittadino, correlate al dialogo interreligioso e all’associazionismo giovanile.

Le idee a cui cercheremo di dare seguito nel nuovo anno solare 2019 sono numerose. Vogliamo innanzitutto proseguire il ciclo di incontri con rav Ariel e continuare a organizzare con una certa regolarità cene di Shabbat, durante le quali è possibile unire la convivialità alla condivisione di un momento ebraico di festa scandito da contenuti che si ripetono e, dunque, si interiorizzano e apprendono. È indispensabile fare uno sforzo affinché queste cene mantengano elementi ebraici specifici che non si fermino alla preparazione e consumazione di cibi kasher. Continueremo, inoltre, a celebrare le principali ricorrenze del calendario ebraico, a partire da quelle che offrono le migliori occasioni per momenti aggregativi e sociali, come Purim e Lag BaOmer, senza dimenticare la grigliata con gli israeliani di Yom Haazmaut. Con l’arrivo della primavera, inoltre, si potrebbero organizzare gite fuori porta, cominciando per esempio dalla visita di alcune delle località del Piemonte in cui sono presenti importanti beni culturali ebraici come sinagoghe e cimiteri storici, oppure pensare a un progetto comune con i giovani di altre comunità ebraiche italiane. Allo stesso tempo, crediamo sia opportuno rendere più frequenti le occasioni di discussione e scambio tra di noi, magari accompagnate da una merenda al Moadon, uno spazio che la comunità ha messo a nostra disposizione con potenzialità ancora non sfruttate pienamente. Valuteremo se, di tanto in tanto, invitare relatori in grado di portare contributi su temi specifici. Infine, una bella sfida sarebbe l’organizzazione di eventi con altri gruppi di giovani, a partire dai nostri coetanei della comunità valdese.

 

Qualche idea

Mangiare insieme e condividere ore di festa, tanto più se durante momenti significativi del calendario ebraico, è un’ottima cosa, ma crediamo che non sia sufficiente per sviluppare relazioni umane solide e di qualità. Uno degli obiettivi che ci poniamo è perciò il coinvolgimento delle persone che partecipano nella progettazione e realizzazione in comune degli eventi, e allargare il gruppo direttivo del Get è stata una prima scelta per procedere in questa direzione. Il modo migliore per coinvolgere pienamente è, come noto, far sentire parte di qualcosa che si sta costruendo insieme; ed è anche un modo per distribuire le incombenze di organizzazione tra maturità, esami, lavoro e impegni personali di ciascuno. Riteniamo che un’idea matrimonialistica del Get, e più in generale di tutto l’aggregazionismo giovanile ebraico, secondo cui le nostre attività avrebbero lo scopo primario di favorire la creazione di nuove famiglie ebraiche, sia grossolana, sbagliata e controproducente, oltre che di chiara impronta paternalistica: il nostro obiettivo è parlare, discutere, scrivere, organizzare insieme, insieme ascoltare e imparare, condividere insieme momenti ricchi di significato. Il resto è una possibilità certamente prevista, esattamente come in qualsiasi contesto che ponga al centro la costruzione di relazioni sociali, ma non ricercata. Abbiamo deciso di includere in tutte le attività i ragazzi a partire dai 17 anni, e ci rivolgiamo indifferentemente agli iscritti alla comunità e ai numerosi giovani ebrei che non sono cresciuti a Torino ma nella nostra città studiano e, in alcuni casi, lavorano, e abbiamo già visto, in questi primi mesi, la partecipazione di coetanei originari di Milano, Genova e Roma. La mobilità delle persone, e dei giovani in particolare, è senza dubbio uno degli aspetti caratteristici del nostro tempo: non un problema da rintuzzare, dunque, ma un dato con cui fare serenamente i conti e da cui attingere opportunità pochi decenni fa impensabili. È vero che molti giovani ebrei di Torino vivono oggi a New York, a Londra, a Parigi, a Berlino e a Tel Aviv, in un contesto però che favorisce una mobilità non esclusivamente in uscita, ma anche in entrata. Certamente l’andare e venire di persone che hanno abitudini e orizzonti culturali diversi pone di fronte alla continua necessità di pensare modelli di inclusione numerosi e vari. È molto complesso, per esempio, cercare un punto di incontro tra esigenze e interessi nostri e degli studenti israeliani, presenti in buon numero a Torino. Finora, in linea con quanto avveniva gli anni scorsi, la loro partecipazione ai momenti di festa e a quelli mangerecci, di cui siamo felici, non ha significato l’auspicata piena interazione, tranne in alcuni casi che riguardano però quasi esclusivamente persone che già per piccoli lavori - principalmente attività di animazione o sorveglianza, per le quali percepiscono un compenso - frequentano la comunità ebraica. Uno degli obiettivi più importanti e più difficili che ci poniamo è cercare di ridurre questa distanza.

 

Comunità aperta

Il principio cardinale che informa tutto quello che abbiamo cominciato a fare e che vorremmo proseguire e migliorare con crescente entusiasmo è l’abbattimento di quelle barriere invisibili che ostacolano o addirittura inibiscono la partecipazione di numerose persone non facendole sentire pienamente parte di un contesto caldo e accogliente. Quello che vorremmo, in altre parole, è il coinvolgimento pieno di tutti i giovani della nostra comunità e un ambiente giovanile ebraico aperto, in cui non ci sia spazio per tentativi di stabilire patenti di ebraicità e di ebraismo nei confronti di nessuno. Solo con questa premessa è a nostro avviso possibile pensare a un presente e a un futuro prossimo positivo e ricco per i giovani ebrei di Torino. Un presente e un futuro in cui noi giovani possiamo essere parte attiva e propositiva della comunità, frequentandone le attività e gli spazi; in cui ciascuno sia portato a chiedersi sempre più non che cosa mi aspetto che la comunità faccia per me, bensì che cosa posso fare per la comunità io.

Anzi, noi.

Giorgio Berruto

 


Da sinistra: Chiara Levi, Daniele Saroglia, Alessando Lovisolo,
Beatrice Hirsch, Simone Israel, Rachele Tedeschi, Giorgio Berruto


Noemi Anau Montel

 

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