Storie di ebrei torinesi

 

 

 

Dialogo tra torinesi nuovi ma non troppo
Giorgio Berruto e Simone Israel

 

Giorgio Ciao Simone, so che vivi a Torino da alcuni anni. Sono curioso di farti una domanda che spesso mi viene rivolta: perché Torino? Ho l’impressione che i torinesi, quelli che lo sono davvero voglio dire, siano oggi più abituati alle partenze che agli arrivi in città. E che questo sia ancora più evidente per la nostra generazione, quella di chi frequenta l’università o ha cominciato da poco a lavorare. Da questo, un comprensibile stupore.

Simone Ciao Giorgio, mi sono trasferito a Torino nel settembre 2016 per studiare Ingegneria al Politecnico. La scelta è stata semplice, infatti è la migliore università in Italia per Ingegneria, ma soprattutto, come ben sai, metà della mia famiglia vive qui a Torino. Prima di trasferirmi qui ho vissuto a Verona, una città stupenda con una comunità molto piccola ma affiatata, e a Trento, dove ho passato anni molto intensi personalmente ma carenti, a causa dell’età e delle opportunità, dal punto di vista ebraico, infatti è molto famosa la storia del Simonino che provocò la cacciata degli ebrei dalla città nel 1475. Anche se non ho potuto frequentare la scuola ebraica sono stato in grado di rapportare il mio essere ebreo con le abitudini e le tradizioni ebraiche italiane, in questo la mia famiglia mi ha aiutato molto. Per esempio, mio nonno, Clemente Israel, era molto attaccato alle tradizioni e per lui era davvero importante andare al tempio e passare almeno la cena di Shabbat tutti assieme. 

Giorgio Credo di comprendere la situazione che descrivi. Pensa che io sono cresciuto non solo al di fuori di una città con una comunità ebraica, una scuola e momenti specifici di aggregazione sociale, ma addirittura in campagna, nell’entroterra ligure a pochi chilometri da Bordighera, in una casa isolata in mezzo a un uliveto. L’ebraismo per me, per circa venticinque anni, ha avuto una dimensione quasi esclusivamente famigliare. Oltre metà della mia famiglia non è ebraica e non era scontato, per i miei genitori, crescere i miei fratelli e me trasmettendo elementi fondamentali di identità ebraica; è stata una scelta, e avrebbero potuto benissimo non farla, tanto più in condizioni geografiche e culturali di confine. Non credo di esagerare se dico che la capacità di mia madre di farsi promotrice di esperienze che per lei stessa, in massima parte, erano nuove, insieme all’interesse attivo di mio padre - ben altra cosa rispetto a una generica disponibilità - siano state decisive. Sono certo che non solo per noi figli, ma anche per loro sia stata un’occasione di crescita e progressiva acquisizione di consapevolezza del senso e del significato di praticare momenti di vita ebraica insieme. Entrambi i miei genitori sono nati a Torino, ma i rapporti con questa origine, per noi confinati nell’entroterra ligure, sono stati per molti anni occasionali, direi quasi turistici.

Simone Anche mia madre, Anna Guastalla, è nata a Torino e in generale tutta la mia famiglia materna, infatti ora vivo con mia nonna e vedo molto spesso i miei cugini. Per quanto riguarda l’ambiente ebraico proprio mia nonna, Lucetta Jarach, è stata per sedici anni consigliera della comunità di Torino; questo probabilmente mi ha dato l’input necessario per cercare di essere più attivo possibile all’interno della comunità, soprattutto qui.

Giorgio Mia madre, al contrario, non è mai stata attiva nella vita comunitaria. Dai suoi racconti so che, dopo la scuola ebraica e una frequentazione fugace dell’Hashomer Hatzair, si è dedicata ad altro. Alla mia nascita, i miei genitori si sono trasferiti in Liguria, da allora siamo iscritti alla comunità ebraica di Genova, che però non abbiamo mai frequentato. Credo sia stato fondamentale, per noi bambini, passare tanto tempo da piccoli con mio nonno Aldo Melli, che negli ultimi venti anni della sua vita trascorsi a Sanremo si è dedicato a studiare ebraismo come non aveva mai fatto prima. Era il migliore narratore di storie che abbia mai incontrato e con lui, tra un racconto e l’altro di guerra partigiana e di montagna, ascoltavamo rapiti le meravigliose e terribili vicende di Assalonne e Bar Kochbà, Shabbetai Zevi e Primo Levi, e abbiamo imparato i primi rudimenti della lingua ebraica. Anche le visite frequenti del rabbino di Genova Giuseppe Momigliano sono state importanti per mantenere un legame, intensificato negli anni della preparazione per il bar mitzvà. Non da ultimo la presenza a Bordighera di un’altra famiglia ebraica con figli della mia età, quella di Sandro e Daniela Ventura, con cui nei primi anni abbiamo condiviso numerosi momenti di festa e imparato molte cose: ricordo alcuni sedarim di Pesach all’insegna del libero disordine, tra nonne affamate, invitati raccolti per strada pochi minuti prima dell’inizio e sette bambini, noi tre e i quattro figli di Sandro, che erano tutto fuorché tranquilli.

Simone Ho bellissimi ricordi dei sedarim passati in famiglia; i momenti più belli erano quelli in cui io e Matteo, mio fratello, cercavamo in tutti i modi di velocizzare la narrazione inventando storie alternative. 

Già prima di arrivare a Torino, principalmente durante gli anni del liceo, ho cercato di creare connessioni con il mondo ebraico giovanile, ho frequentato per circa sei anni i campeggi dell’Hashomer Hatzair durante i quali ho conosciuto alcuni ragazzi torinesi, fra i quali Alessandro Lovisolo, Beatrice Hirsch e Chiara Levi con cui adesso collaboro alle attività Get. I miei genitori mi hanno consigliato di partecipare all’Hashomer perché loro stessi ne hanno fatto parte da giovani e devo dire che è stata una scelta azzeccata. Inoltre, grazie a mio padre, Roberto Israel, sono sempre stato abbastanza aggiornato sulle situazioni e le dinamiche delle comunità ebraiche italiane, Ucei in primis, e ho fatto diverse esperienze in varie comunità, principalmente del Nord Italia. 

Giorgio Mi sembra evidente, a questo punto, che gli uliveti rivieraschi siano più lontani dalla vita sociale ebraica di quanto lo siano Verona e perfino Trento [ride]. Prima di arrivare a Torino non credo avessi neanche un’idea precisa di che cosa fosse una comunità ebraica, non parliamo poi di sigle come Get, Ucei, Ugei e compagnia bella. Eravamo ebrei e basta, a Kippur non si andava a scuola e si faceva una passeggiata tranquilla tutti insieme, il seder era per tre quarti in italiano, i melograni per Rosh Hashanà li raccoglievamo dietro casa con le mele, i porri e la zucca. Dopo il liceo classico ho studiato Filosofia e poi Editoria a Pavia e infine sono sbarcato a Torino cinque anni fa per uno stage presso la casa editrice Bollati Boringhieri. Non conoscevo nessuno della comunità ebraica, tranne pochissimi amici di famiglia, e naturalmente non avevo neppure idea che l’editore della Bollati Boringhieri, Renzo Guidieri, fosse ebreo, e l’allora editor di saggistica Michele Luzzatto tra i migliori amici di mio zio Alberto negli anni lontani dell’Hashomer. 

Simone E come sei finito a frequentare la comunità ebraica?

Giorgio Dopo diverse settimane a Torino sono venuto un Sabato al tempio. Nessuno mi ha chiesto chi fossi, tranne l’addetto alla sorveglianza all’ingresso. La verità è che non mi attendevo nulla, anzi, non sapevo neppure che cosa attendermi; sono andato, di fatto, per curiosità. Ho allora chiesto informazioni ricevendo in cambio risposte non solo cordiali, ma accoglienti, ho conosciuto alcuni coetanei che erano presenti e avuto occasione di parlare con Rav Alberto Somekh, di cui ricordo ancora la derashà di quel giorno, a mio avviso particolarmente interessante, sulla vicenda di Giacobbe ed Esaù. Prevedevo già di tornare la settimana seguente: fui preceduto da un invito alla cena di Shabbat, cui partecipai con gioia. E così ho cominciato a frequentare la comunità ebraica.

Simone L’apertura e l’accoglienza delle famiglie ebraiche torinesi è stata una bella scoperta anche per me. Oggi penso di frequentare abbastanza la comunità, non solo per gli inviti a cena [ride], sia nei momenti liturgici sia durante attività di altro genere, soprattutto quelle giovanili. Cerco di andare al tempio il sabato mattina e durante tutte le feste durante l’anno, anche se non è molto facile riuscire a organizzarsi fra i vari impegni, primo fra tutti lo studio. Non sono shomer Shabbat ma cerco di rispettare la kasherut e altre mitzvot; credo che una persona debba sapersi ritagliare un suo spazio all’interno dell’ebraismo che vada a unirsi con il suo modo di porsi all’interno della società moderna. Mi rendo conto che l’assimilazione in certi casi può essere deleteria, ma penso che non si debba neanche arrivare al punto in cui il rammarico delle cose di cui ci si è privati sia maggiore dei benefici ottenuti. 

Giorgio Sono convinto che la sfida che abbiamo di fronte sia quella di trovare un equilibrio tra la tutela della nostra identità ebraica, che è possibile rinforzare nella pratica, l’azione ricca di valore, soltanto grazie allo studio, possibilmente condiviso; e l’esposizione al mondo moderno che ci circonda all’insegna di una benefica integrazione. I pericoli più grandi che mi sembra di vedere per l’ebraismo dei nostri giorni sono proprio, per converso, da una parte la rinuncia totale alla specificità attraverso l’obliterazione delle differenze, cioè l’assimilazione alle maggioranze, e dall’altra il fanatico incastellamento in torri prive di porte e finestre di chi rifiuta il confronto con la società non ebraica in nome di una malintesa idea di identità. Non so se discenda da quanto detto, ma credo che una comunità ebraica non possa fare a meno non solo di momenti di condivisione liturgica, ma allo stesso grado di occasioni regolari di dibattito e approfondimento culturale, magari mangiando e bevendo qualcosa in compagnia. In fondo, non è quello che anche il Get cerca di fare?

Simone Hai assolutamente ragione. Da quest’anno, infatti, ho l’onore e l’onere di far parte del consiglio Get, il gruppo dei giovani ebrei torinesi, insieme ad altri sette fantastici ragazze e ragazzi, di cui anche tu fai parte. Già l’anno scorso avevo aiutato Simone Santoro e Filippo Tedeschi, che sono stati per anni i responsabili del gruppo prima di lasciare temporaneamente Torino, nell’organizzazione di qualche cena e festa. Noi giovani siamo molto attivi pur non essendo tanti, riusciamo a differenziare le attività e quest’anno abbiamo deciso di sviluppare un percorso riguardante appunto l’identità con discussioni con Rav Ariel Di Porto, cineforum e altri incontri. Inoltre siamo sicuri di riuscire a continuare a fare attività condivise con il gruppo degli studenti israeliani, Tsabar, soprattutto per condividere storie ed esperienze.

Giorgio E non dimentichiamo le cene di Shabbat e le feste in occasione delle più significative ricorrenze del calendario ebraico! Si è creato un ottimo clima all’interno del gruppo che gestisce le attività Get, non mi aspettavo che saremmo riusciti a organizzare così tante attività in questi primi due mesi e a coinvolgere fin da subito decine di nostri coetanei. La strada, come si dice, è ancora lunga, ma la direzione mi sembra quella giusta. Cercare di coinvolgere attivamente le persone, trasformando ciascuno da potenziale ricettore di attività in attivo organizzatore, è probabilmente il modo migliore per dare motivi nuovi per condividere momenti insieme e, nello stesso tempo, ricevere un valido aiuto. 

Simone Durante la prima estate passata qua a Torino a studiare mi è venuta l’idea di aumentare il mio impegno giovanile ebraico, infatti a dicembre dello stesso anno ho deciso di candidarmi per il consiglio 2018 dell’Ugei, l’Unione dei giovani ebrei d'Italia. Durante quest’anno, che giunge a conclusione, in cui sono stato direttore esecutivo, ho accumulato molte esperienze che mi saranno utili per aumentare la partecipazione e l’interesse nelle attività locali, ma anche per quello che sarà il mio futuro lavorativo. Sono molto contento di questa scelta e dell’impegno messo insieme agli altri consiglieri Ugei che hanno permesso di aumentare la partecipazione agli eventi locali e le attività internazionali che sono fondamentali per apprendere nuove nozioni applicabili soprattutto nella quotidianità locale. Certamente se tornassi indietro rifarei questa scelta, magari fra qualche anno mi ricandiderò se ne avrò la possibilità. 

Giorgio Posso farti anche qui pubblicamente i complimenti per il grande lavoro di quest’anno all’Ugei? I due anni in cui sono stato in consiglio, 2016 e 2017, sono stati per me una sorta di laboratorio perpetuo di crescita, non senza errori, ma anche un impegno pressoché quotidiano; una delle cose più belle di questi anni è stato il congresso dello scorso anno, che si è svolto proprio a Torino, quando ho avuto la certezza che l’eredità dell’Ugei era stata raccolta da persone affidabili e capaci. Nel 2018 ho prolungato di un anno la gestione del giornale dell’Ugei, HaTikwà, un luogo che mi sono sforzato il più possibile a pensare aperto al dibattito delle idee, senza però far più parte del consiglio esecutivo. Adesso anche questa parentesi si chiude, niente lacrime però: dal 1° gennaio sono pronto a collaborare con il prossimo responsabile del giornale e, se mi verrà chiesto, a far parte della redazione. Nessun pensionamento anticipato quindi…

Simone Anche la comunità ebraica di Torino fra pochi mesi vedrà un rinnovamento del consiglio. Sono molto curioso di vedere chi sarà il presidente e il consigliere per i giovani, in questi due anni la collaborazione con il consiglio della comunità c’è stata ed è stata proficua. C’è comunque un margine di miglioramento, in particolare per quanto riguarda il rapporto con i giovani, sul quale cercheremo di lavorare assieme. A chi fa parte della comunità di Torino vorrei dire una cosa in particolare: spronate i vostri figli e nipoti a partecipare attivamente alle attività dei movimenti giovanili locali e nazionali e a cercare di porre questo impegno davanti ad altri, seppur altrettanto importanti. 

Giorgio Mi sento in debito con la comunità ebraica di Torino per come in poco tempo mi ha accolto, contraddicendo nel modo più clamoroso le dicerie che vorrebbero i torinesi freddi e scarsamente empatici. Se fossi capitato al tempio in un’altra città, anche italiana, non è affatto detto che sarei stato tanto favorevolmente impressionato fin dal primo momento ed è possibile, anzi probabile, che in questo momento frequenterei altri ambienti, magari altrettanto interessanti ma certamente diversi. Credo anche, però, di essere stato fortunato, e che si potrebbe fare di più, sia individualmente sia collettivamente, per essere più accoglienti e inclusivi, anche a Torino. Penso in particolare a quelle persone che mettono piede sporadicamente al centro sociale della comunità o al tempio: un benvenuto caloroso e non di circostanza è il modo migliore per favorire incontri più frequenti; ed è comunque più piacevole di sguardi indifferenti o addirittura di rimprovero o sufficienza. Secondo me la cosa migliore, in casi come questo, è dare il buon esempio, tanto più visto che Torino è certamente il luogo in cui ho vissuto finora che più mi piace e che considero ormai la comunità ebraica una seconda casa.

Simone Come ti dicevo prima, anche io mi sento legato a Torino e alla sua comunità ma la mia indole è di cercare nuove sfide anche in luoghi che non considero casa; sicuramente resterò a Torino anche per la laurea magistrale con magari un’esperienza all’estero di sei mesi. La mia scelta futura sarà influenzata dalla presenza o meno di una comunità ebraica: ho già vissuto in una città in cui non c’è, Trento, ma ho capito che è una parte molto importante della mia vita. Cercherò quindi di abitare in un posto dove ce ne sia una. Però chi lo sa, potrei anche tornare…

Giorgio Oggi sempre più persone, soprattutto giovani, trasferiscono la propria residenza, cambiano lavoro e conoscono nuovi amici a un ritmo impensabile solo pochi anni fa. Vanno e tornano e ripartono ancora, e così via. Perciò non vedrei come un trauma un eventuale allontanamento da Torino anche se la mia estrema pigrizia, che si acutizza alla sola idea di affrontare le fatiche di un trasloco, insieme al fatto che qui mi trovo bene, tende a farmi mettere radici. Se mi sposterò e se dipenderà da me, preferirei una città della dimensione di Torino o più grande: con la campagna ho già dato…

Giorgio Berruto e Simone Israel

 


Giorgio Berruto e Simone Israel

 

 

Share |