Memoria

 

 

Una via per Nino Contini

 di Bruno Contini

 

Il 28 ottobre 2018 a Pizzoferrato (Chieti) il Comune ha dedicato una nuova strada del paese a mio padre, Nino Contini “ internato, ebreo, antifascista”. La scelta di quel giorno ha inteso contrapporre l’inizio della dittatura fascista con l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.

A questa bella e commovente iniziativa eravamo presenti mio figlio Marco ed io in rappresentanza della famiglia (mio fratello Leo non era venuto da Israele perché ancora convalescente), nonché Rav Riccardo Di Segni arrivato apposta da Roma. Il sindaco Fagnilli ha fatto un bel discorso vicino al gonfalone cittadino e con la partecipazione della banda municipale. Dopo la dedica c’è stata una cerimonia in Comune, con interventi del Sindaco, del Dott. Orecchioni, caro amico e presidente dell’ANPI di Lanciano, e di varie personalità rappresentanti di associazioni locali e della Brigata Maiella (l’unica formazione partigiana operante nel Mezzogiorno). A me è stato chiesto di parlare del libro Quel bravo ragazzo di nostro padre: Nino Contini 1906—1944. Diari dall’internamento e da Napoli liberata, già presentato a Lanciano nel 2015, e anche Marco è stato invitato a dare una sua testimonianza sul nonno mai conosciuto. Ha chiuso un caloroso intervento di Rav Di Segni che ha, tra l’altro, ricordato che suo padre era stato partigiano in una formazione marchigiana. Pizzoferrato (e anche Lanciano), sono ambedue insignite della Medaglia al Valore Militare per la partecipazione alla Resistenza. Il paese è molto orgoglioso di questa sua storia. Molti paesani hanno fatto parte della Brigata Maiella, la cui prima azione armata fu proprio quella di liberare Pizzoferrato dai tedeschi nel febbraio 1944 (il paese era stato devastato e razziato dai tedeschi un mese prima). Quell’azione non andò a buon fine con gravi perdite della Brigata e la morte del suo primo comandante, il maggiore ebreo britannico Wigram, il quale aveva trasgredito agli ordini del Comando Alleato di evitare qualsiasi intesa con il movimento partigiano.

Ecco le nobili parole del Sindaco Fagnilli: “Per la nostra comunità il nome di Nino Contini resterà inciso per sempre nelle pagine di questo doloroso capitolo del nostro passato, ed è nostro dovere ricordarlo per la piena convinzione che senza memoria non c’è futuro. Credo che nel silenzio delle nostre montagne, nel contatto con una popolazione povera di mezzi ma, allora come ora, profondamente attaccata ai valori che uniscono e che sostengono vicendevolmente le persone, Nino Contini abbia trovato negli anni 1941-43 un luogo e un contesto favorevoli per … tenere vivo quel dialogo interiore e quella riflessione sui valori di fondo ... indispensabili per affrontare la vita con serenità d’animo, per maturare consapevolezza e perseguire con determinazione le proprie scelte.”

 

I diari di Nino

Nino Contini, mio padre, è nato a Ferrara il 6 dicembre 1906. Era un brillante e giovane avvocato, ebreo, sionista, antifascista, mandato al confino dal 1940, azionista della prima ora nel PdA napoletano, e prematuramente stroncato quando non aveva ancora 38 anni da una malattia allora incurabile, probabile conseguenza degli stenti e delle privazioni cui Nino si è sottoposto tra il Settembre 1943 e l’inizio della nuova durissima vita a Napoli appena liberata.

Quando lui è morto io avevo otto anni e mio fratello cinque. Noi figli lo abbiamo conosciuto attraverso i racconti di nostra madre (finché è stata in vita), le foto, e i suoi diari - 300 pagine - che iniziano nel 1939 e terminano con la sua fine.

Nel 1932 Nino sposa Laura Lampronti, appena ventenne, promettente pianista, diplomata al Conservatorio di Pesaro. Nel gennaio 1936 nasce il primogenito, il sottoscritto, e nel marzo 1939 nascerà Leo a Nizza, in Francia, dove Nino ha trasferito la sua famiglia, prima tappa in vista della definitiva alià, dove avrebbe raggiunto parenti e amici che lo avevano preceduto nel 1938-39. L’ideale sionista è per Nino molto importante, così come lo è stata l’attività organizzativa della vita comunitaria. 

Un importante pezzo di storia è precedente ai diari: tra il 1933 e 1934 ha inizio la fuga di giovani ebrei tedeschi dal regime nazista: molti arrivano in Italia dove trovano rifugio in attesa di un trasferimento in Palestina e l’inizio di una vita da pionieri. Nino Contini, non ancora trentenne, organizza nell’agosto 1934 la prima casa-soggiorno con annessa fattoria agricola -“ hachsharà” - in Ferrara, frazione Porotto, dove una ventina di questi giovani vengono accolti e preparati -nei limiti del possibile - alla vita collettiva dei kibbutzim di ispirazione socialista. L’iniziativa si svolge alla luce del sole (il regime non vede male queste iniziative, in chiave di una ancora scarsa simpatia nei confronti del nazismo, e di ostilità anti-britannica), con il supporto ufficiale della Federazione Sionistica Italiana, e quello di pochi correligionari amici, in minima parte della Comunità Ebraica di Ferrara, mentre l’Unione delle Comunità Israelitiche, chiamata in causa, più volte rifiuta di fornire la propria collaborazione. L’’Agenzia Ebraica con sede in Palestina, organizza e finanzia il trasferimento dei giovani da Trieste alla Palestina. Manca quasi tutta la documentazione sulla hachsharà di Ferrara. Gli archivi della Questura di Ferrara degli anni 1933-38 sono stati distrutti durante la guerra. Né nostra madre ci ha raccontato molto della hachsharà, a parte un curioso-divertente episodio del 1955 (anche questo privato ma, oggi, dopo sessanta anni, non più troppo): ero a San Francisco, negli Stati Uniti, con una borsa di studio dell’AFS (oggi Intercultura), e frequentavo l’ultimo anno di High School. Un giorno vengo avvicinato da una ragazzina, compagna di scuola, la quale mi dice che sua madre ha probabilmente conosciuto i miei genitori. Vado a trovarla e la signora racconta di essere stata ospite della hachsharà di Ferrara. Scrivo a mia madre se ricorda Myriam Koschland, così si chiamava. La mamma risponde lapidaria: “Eccome la ricordo, voleva portarmi via il tuo papà!”. E nei diari si legge che una cameratesca corrispondenza tra Myriam K. e Nino è proseguita negli anni di internamento, e che la chiusura di M. “je t’embrasse” era assai poco gradita a Laura …

Nel 1939, dopo le leggi razziali, Nino lascia la professione di avvocato (decide di non iscriversi all’albo speciale riservato ai professionisti ebrei). È per lui un periodo di grande depressione: tenta, con poca fortuna, altre strade per guadagnarsi da vivere. Alla fine del 1938 trasferisce la famiglia in Francia, a Nizza, prima tappa verso la Palestina. Ma l’emigrazione non ci sarà perché Nino viene coinvolto in una grave vicenda giudiziaria, da cui uscirà definitivamente solo nel 1941 - assolto con formula piena da una magistratura giudicante che, in quella occasione, dimostra la sua indipendenza dal regime.

A metà del 1940 Nino viene internato come ebreo e antifascista, prima a Urbisaglia (MC), poi trasferito per punizione alle isole Tremiti [1], e infine -primavera 1941 - a Pizzoferrato, un bellissimo e allora poverissimo paese nelle montagne dell’Abruzzo, dove ottiene il permesso di essere raggiunto dalla famiglia. I due anni dal 1941 all’estate 1943 trascorrono al confino con la famiglia riunita. I ricordi di mio padre si riferiscono quasi esclusivamente alla vita a Pizzoferrato. Lì vivevamo insieme con lui e la mamma. Nino non poteva svolgere nessuna attività professionale e quindi dedicava alla famiglia gran parte del suo tempo. Io non potevo frequentare la scuola pubblica anche se due brave maestre mi invitavano spesso nell’unica pluriclasse. Nino aveva locato un decoroso alloggio al secondo piano della signora Emilia Sammartino, il cui marito era minatore vicino a Pittsburgh (lei e i suoi tre figli convivevano con la capra in casa). Nino aveva affittato un fazzoletto di terra e vi coltivava grano e patate, dava lezioni e qualche consiglio legale ai paesani, a volte in cambio di latte di capra e carne di agnello, manteneva in allenamento la sua passione per l’alpinismo arrampicandosi sulla severa rocca del Pizzo. Nonostante la residenza coatta, è l’ultimo periodo di vita familiare unita e relativamente serena per Laura e Nino, di cui anche noi serbiamo lontani ricordi, vivificati dalle numerose foto che il nonno Lampronti scatta durante le sue visite. Nino si faceva benvolere da tutti, ma non era amato dal capataz fascista del paese che non gradiva il rapporto assai amichevole che si era stabilito tra la sua gente e i nostri genitori. Nel maggio 1943 - pochi mesi prima del 25 luglio - riesce a farlo trasferire a Cantalupo del Sannio (CB). In quegli anni noi bambini giocavamo con i coetanei del paese (uno dei quali, Bruno Sammartino, è poi diventato il più famoso campione mondiale di “catch” - lotta libera americana - e Pizzoferrato lo considera eroe nazionale con tanto di monumento dorato…). Mio fratello Leo, di tre anni più piccolo, era diventato un po’ la mascotte del paese.

Una breve digressione temporale, ma significativa dei nostri rapporti con i paesani. Nel 1961 appena sposato, avevo iniziato un dottorato a Pittsburgh. In giro, anche a New York, si vedono sovente locandine di grandi combattimenti tra “Bruno Sammartino, world champion from Abruzzi, Italy” e avversari che si chiamano “tigre della Malesia”, “Orrendo Orco Blu”, e così via. Noto e sorrido all’idea della somiglianza dei nomi, ma tutto finisce lì. Due anni dopo, a Pittsburgh, incontro un locale ex-pizzoferratino e gli faccio notare l’omonimia. Mi dice: quello è Bruno di Pizzoferrato! Allora è l’amico mio… Riesco (con molti sforzi perché le stazioni radio-TV non divulgano indirizzi di personaggi così famosi) a ottenere il telefono della famiglia che, guarda caso, abita vicino all’Università dove risiede anche la comunità pizzoferratina. Grande pranzo a casa Sammartino: lacrime, abbracci e tanti racconti (Bruno, ma è vero che vi menate sul serio? Alla TV no, ma nei combattimenti a pagamento sì, eccome, guarda come stanno ridotte le mie orecchie! Sai che io ho cominciato a combattere alla palestra della YMHA, Young Men Hebrew Association?). Dopo pranzo inizia una processione di paesani, tutti emigrati nel dopoguerra, che vengono a salutare Bruno, il figlio dell’avvocato Nino e della sua giovane moglie. Bellissimo e commovente!

Torniamo ai diari. Dal 25 Luglio 1943 Nino è libero, ma i Contini si trovano in pieno territorio di guerra. I diari raccontano i drammatici mesi tra fine luglio e novembre 1943, quando la famiglia raggiunge Napoli liberata con un camion della brigata palestinese, sguinzagliato nelle campagne meridionali per raccogliere i pochi ebrei che si sono salvati. I diari descrivono le speranze di una nuova vita, l’amore per Laura e i bimbi, la gioia di sapere nonni, fratello e cognati in salvo dal pericolo tedesco, l’attività politica e la militanza nel Partito d’Azione, il nuovo impegno per l’assistenza ai profughi ebrei e per la rinascita dell’ebraismo italiano. A Napoli il papà esce la mattina prestissimo e torna la sera tardi: di suoi ricordi napoletani non ne abbiamo neanche uno!

La nuova vita di Nino, così promettente e piena di speranze, finisce il 22 ottobre 1944, prima ancora di cominciare. Il fratello più giovane, Paolo, scrive che a New York hanno commemorato Nino il 26 ottobre. Avevano deciso di chiamarlo come esponente degli ebrei italiani al congresso mondiale di Atlantic City.

Dopo la morte di Nino, l’idea dell’alià non lascia Laura. È una brava pianista, e all’attività di musicista vorrebbe dedicare la sua vita. Nino la spingeva molto in quella direzione. Nel 1944-46 suona spesso alla radio, ma di piano non si vive, e Laura se ne accorge molto presto. Nell’ottobre 1945 ci trasferiamo a Roma dove, nel frattempo, è anche giunto dall’America nostro zio Paolo che lavora con l’UNRRA, United Nations Relief and Rehabilitation Administration): Laura è stata invitata da Raffaele Cantoni per aiutarlo a fare nascere la Organizzazione Sanitaria Ebraica (OSE). Per anni Laura rinuncerà alla carriera di musicista e continuerà a suonare solo per diletto personale. Dal 1945 al 1950 Laura è la tuttofare dell’OSE; poi assume compiti organizzativi. A Roma visita i quartieri poveri del ghetto e di oltre Tevere. La gente la chiama “sora OSE”. La collaborazione con Cantoni e con l’OSE proseguirà fino al 1953, quando Laura accetta un lavoro alla Olivetti e torna al Nord.

Alla morte di Nino, i diari restano a Laura, che li custodisce amorevolmente, tenendoli nascosti a noi figli perché contengono anche aspetti molto privati della vita di Laura e Nino. Nel maggio 1957 Laura deve sottoporsi a un (banale) intervento operatorio. Ci lascia i diari - forse un presagio che non sopravviverà - con una lettera in cui si augura di rileggerli insieme. In seguito a incuria e sopraggiunte complicazioni post-operatorie muore il 17 maggio, giorno del suo quarantacinquesimo compleanno.

Sulla cartella che contiene i diari c’era una scritta: “questi scritti appartengono solo a me e a Nino”. In quei diari c’è tutta la vita di Nino e Laura. Di Nino e degli anni di guerra noi figli sapevamo molte cose, raccontate dalla mamma e dagli zii Contini. Ma i ricordi diretti sono pochissimi.

Bruno Contini

 

Dal diario di Nino sul periodo napoletano

29-12-43 [Hanuccà] Una festa di soldati. Soldati di tutto il mondo, ebrei di tutto il mondo negli eserciti alleati. E anche gli ebrei di Napoli, inesistenti come comunità, staccati dalla pur modesta vita dell’ebraismo italiano, cui tocca ora la singolarissima, storica ventura di essere la prima città di Europa, dell’Europa di Hitler, delle leggi razziali, del “fuori gli ebrei dall’Europa”, in cui millecinquecento ebrei si riuniscono per festeggiare la Hanuccà, liberi e armati, non - come ben dice il maggiore comandante della compagnia palestinese - in un campo di concentramento. Laura è stata tutto il giorno con loro a preparare 3000 sandwiches: allegria dappertutto, hora e vino!

3-5-44 - Colloquio con Sforza [ministro degli Esteri nel 1920 -21; futuro ministro degli Esteri della Repubblica dal 1947 al 1951]. Sforzino à parlato al padre dell’idea di costruire un Comitato Amici della Palestina. Parlo col conte Sforza: qualunque cosa sono disposto a fare per riparare alle ingiustizie sofferte dagli ebrei - e moltissimi dei miei migliori amici sono ebrei - ma non per il sionismo. Ritengo che il sionismo sia una questione interna degli ebrei. So che il sionismo ha fatto grandi cose in Palestina, ma il programma di intolleranza verso gli arabi, così come me lo esponeva Weizman, non potrà realizzarsi. Credo che una confederazione araba con gli ebrei in Palestina (implicitamente, come minoranza) sia la soluzione effettiva. Ribatto che intolleranza è una parola, ma resta il fatto che dal 1922 ad oggi la popolazione araba della Palestina è cresciuta, in senso assoluto, più della popolazione ebraica.


[1] Il trasferimento alle Tremiti viene ordinato a seguito di una lettera di protesta all’Amministrazione del Campo, redatta da Nino, in cui si chiede l’applicazione della Convenzione di Ginevra ai confinati politici. Nel documento di polizia Nino Contini viene additato come il “sobillatore” del Campo.

 

 

 

 
Bruno Contini   Pizzoferrato oggi.
Nella foto piccola, in senso orario:
Laura Lampronti, Nino Contini coi figli Leo e Bruno

 

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