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Diario di un fante nella guerra 1915/18

di Paola De Benedetti

 

La Rivista dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo ha pubblicato nel numero dello scorso giugno il diario di guerra di Alberto Ottolenghi, un ebreo torinese classe 1889; entusiasta interventista è arruolato come fante nel maggio 1915, supera il concorso per ufficiale di complemento e combatte sul Carso come sottotenente al comando di una pattuglia. Dopo il congedo sarà promosso capitano per meriti di guerra.

La pubblicazione presenta un doppia storia: quella contenuta nel diario della guerra combattuta, della cattura e prigionia dopo la battaglia d’autunno sul Carso, della gioia per la fine della guerra e dell’impero austroungarico, entusiasmo condiviso con i cittadini cecoslovacchi, dell’avventuroso rientro in patria; e quella, raccontata dal curatore Michele Calandri, di come gli scritti sono stati redatti e sono giunti alla pubblicazione.

Ottolenghi ha redatto per ventun mesi il suo quotidiano diario guerra, che si è conservato con le annotazioni scritte fino al 1° febbraio 1917; nel dicembre 1918, rientrato dalla prigionia, ha ritrovato i suoi sette “libricini”, e li ha completati ricostruendo le vicende successive. Una versione dattiloscritta era in possesso da tempo all’Istituto, che ha deciso la pubblicazione in occasione del centenario della fine del conflitto.

Il diario nella quotidianità rispecchia il carattere e gli stati d’animo del giovane Ottolenghi, che vanno dall’insofferenza per le esercitazioni nelle retrovie alla sofferenza per il freddo, le malattie, la dura vita della trincea; dagli entusiasmi guerrieri delle prime esperienze sull’Altipiano di Asiago, alla dura esperienza sul Carso, alle angosce per i tanti commilitoni caduti, alla rabbia a volte per gli ordini difficilmente comprensibili, a volte per la latitanza dei comandi nei momenti cruciali; senza però negarsi allo spirito goliardico che approfitta di ogni opportunità per esplodere.

L’autore del diario è di famiglia ebraica, ma molto lontano dall’ebraismo; quasi comica è la vicenda di quando, durante la prigionia, il comandante gli “consente” - meglio, ordina - di andare di sabato nella sinagoga della cittadina che li ospita, e lui, tra la curiosità degli ebrei del luogo, non riesce neppure aprire dalla parte giusta il libro di preghiere che gli è stato messo in mano.

Il diario è corredato da numerose fotografie scattate con la macchina fotografica che Ottolenghi racconta di aver acquistato apposta per documentare la sua guerra.

Paola De Benedetti

 

Moshe Safdie, Yad Vashem, Galleria

 

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