Non solo una bandiera

di Andrea Billau

Nel libro di Simon Wiesenthal Il girasole. I limiti del perdono, riedito quest’anno, viene narrata l’esperienza insolita capitata al grande cacciatore di criminali nazisti, a Leopoli nel 1942 durante l’internamento, quando un giovane ss, sul letto di morte, chiese a Wiesenthal perdono per tutto il dolore che nella sua breve vita aveva inferto agli ebrei. Wiesenthal, pur assistendolo in maniera molto umana, non acconsentì alla richiesta del tedesco. Molti anni dopo però il dubbio sulla sua scelta lo porta a narrare quest’esperienza e a spedire il manoscritto ad una serie di personalità del mondo della cultura, della religione e della politica, con acclusa una richiesta di giudizio sulla problematica del perdono. Ne viene fuori un volume, che si può trovare nelle edizioni economiche della Garzanti, molto significativo e che oggi potrebbe essere di aiuto anche a chi dai più alti scranni della Repubblica si diletta, sulla scia di molti pronunciamenti simili degli ultimi anni, a dichiarare che la divisione tra gli italiani, e in particolare tra fascisti e antifascisti, è superata, che è avvenuta la "riconciliazione" (il Presidente della Repubblica Ciampi in occasione dell’ultimo 4 novembre).

La riconciliazione è l’effetto pratico dell’atto del perdono che a livello personale può derivare da una naturale propensione alla comunicazione umana, all’empatia, e questa realtà è descritta molto bene nell’ultimo film dei fratelli Dardenne, Il figlio, dove un falegname, che ha avuto un figlio ammazzato, insegna il suo mestiere in una struttura di riabilitazione per giovani carcerati e vede lì arrivare l’assassino di suo figlio; la descrizione del loro rapporto, in cui solo il falegname conosce sin dall’inizio la verità, ci porta passo dopo passo, attraverso un lavoro di regia e interpretazione eccezionale, alla scoperta di un sentimento estremamente umano come quello del transfert da un figlio perso ad un ragazzo che abbisogna di una guida per rifarsi una vita. Anche Wiesenthal nel suo rapporto con il giovane nazista Karl sul letto di morte dà a vedere una certa forma di empatia: gli permette di aggrapparsi alla sua mano, rimanendo seduto sul letto, benché il ribrezzo – a volte la paura – lo indurrebbe ad andarsene e scaccia la mosca che lo infastidisce; Simon non ha scelto di andare da lui, vi è stato costretto, non aveva scelta, ma sceglie di rimanere ad ascoltarlo fino in fondo e alla sua richiesta di perdono non dà risposta ma lascia la stanza in silenzio. E alcuni anni dopo, addirittura, andando a far visita a Stoccarda alla madre di Karl, decide di non privare la vecchia donna solitaria dei ricordi affettuosi del suo "bravo" ragazzo, non rivelandole le sue nefandezze.

Questo è il piano umano dove l’implacabile cacciatore di nazisti si rivela in tutto il suo spessore – vi ricordate Che Guevara: "bisogna esser duri senza perdere la tenerezza!"–, ma da un punto di vista pubblico Wiesenthal rifiuta e giustamente il perdono, perché, come dice Eva Fleischner in una delle risposte a Simon: "domando, poteva Simon aderire alla richiesta? Il mio è un appassionato no. Solo le vittime potevano perdonare: e sono morte, messe a morte nei modi più disumani che si possano concepire." Ma non solo, come ci ricorda Jean Améry: "da un punto di vista politico non voglio sentir parlare di perdono, per una semplice ragione: quello che lei e io abbiamo passato non deve ripetersi, mai più. E da nessuna parte. Pertanto – e l’ho scritto e riscritto cento volte – rifiuto qualunque riconciliazione con i criminali e con coloro che solo per puro caso non hanno commesso atrocità, e infine con tutti quelli che hanno aiutato con le loro parole a preparare atti indicibili. Solo se i crimini nazisti come il genocidio dell’ebraismo europeo non risulteranno soggetti a limitazioni – adesso o in futuro –, solo se chiunque ha commesso atrocità verrà braccato e infine preso, si eviterà che i potenziali assassini di domani e dopodomani possano realizzare il loro potenziale criminale."

Mi pare che non ci sia altro da aggiungere sulla non eticità di una riscrittura della storia che appiattisca le responsabilità dei vari attori della più tragica pagina del novecento, per un senso del patriottismo che sembra perdere di vista la radice repubblicana della nostra democrazia e opta invece per la costruzione di un’identità italiana povera, senza valori, dove il simbolo formale – la bandiera –, per fortuna non il "sangue e il suolo", resta l’unico elemento d’unione, degno forse più di un tifo sportivo che di altro.

Andrea Billau