Sharon o Mitzna?

di Emanuele Ottolenghi

A due anni soltanto dalle elezioni che portarono Sharon alla guida del governo, Israele si appresta a tornare alle urne. Molto è cambiato da allora, ma con tutta probabilità Sharon uscirà ancora una volta vincitore dalla consultazione popolare.

Le elezioni del 2001 avvennero in un clima di confusione e incertezza. Il processo di pace naufragato con l’esplosione della nuova rivolta palestinese non si era ancora completamente interrotto, e la campagna elettorale di gennaio 2001 apparve una lotta contro il tempo, contro la scadenza della presidenza Clinton, contro le azioni terroristiche palestinesi e le risposte militari israeliane che rendevano il compromesso sempre più improbabile, ma soprattutto contro un’opinione pubblica maldisposta verso la continuazione dei negoziati senza prima raggiungere un significativo cessate il fuoco.

La decisione di continuare i negoziati a Taba, negoziati i cui contenuti non sarebbero stati accettati dal pubblico e la questione rifugiati, discussa senza l’autorizzazione del primo ministro, punì Barak. Ma le radici della sconfitta elettorale del 2001 erano in realtà molto più profonde e sono le stesse che probabilmente condanneranno i laburisti a una nuova sconfitta il 28 gennaio.

La visione di Oslo comprendeva un processo negoziale coadiuvato da imponenti investimenti di capitale, mirati a creare una prosperità economica senza precedenti per l’intero medioriente. La concomitanza tra boom economico e processo politico avrebbe dovuto permettere alla regione di unirsi alla globalizzazione e alla generale prosperità, interdipendenza e apertura che caratterizzano l’economia mondiale. L’ingresso nel villaggio globale avrebbe a sua volta cementato i risultati del processo politico e reso improbabile, se non impossibile, il ritorno alle armi nella regione.

I quattro mesi di rivolta palestinese, rivolta che a gennaio del 2001 aveva ormai perso il suo carattere popolare e si stava rapidamente trasformando in un misto di guerriglia urbana e terrorismo attuato e diretto da forze politiche e militari con il sostegno ma senza la partecipazione della popolazione, hanno consegnato alla storia la visione del ‘nuovo medioriente’ che aveva ispirato gli architetti di Oslo. Ma la vittoria di Sharon nel febbraio 2001 fu il prodotto più della rabbia e della paura di un pubblico risvegliatosi dal sogno di Oslo all’incubo delle bombe umane, che non del consapevole rifiuto di una visione politica bocciata dalla storia.

Nessuno, negli anni di Oslo, si pose il problema di chiedere alle parti in causa se desiderassero veramente essere ‘globalizzati’ e se la visione di Oslo riflettesse i desideri e le aspirazioni dei popoli della regione. Nessuno si curò di mettere in dubbio la validità dei postulati di Oslo di fronte alla corruzione e al nepotismo che caratterizzarono la creazione e il consolidamento dell’Autorità Palestinese, e la loro permanenza nel mondo arabo.

Per altro, nemmeno il carattere aperto e democratico della società israeliana aveva ben tollerato la polarizzazione provocata dai dilemmi posti da Oslo: le profonde divisioni tragicamente esemplificate dall’assassinio di Rabin e l’atmosfera che lo precedette, dimostravano come il processo negoziale richiedesse un ben maggiore consenso e dovesse prendere in considerazione le esigenze oltre che le speranze del pubblico. Nel mondo arabo, privo di una società civile, di democrazia e di un dibattito aperto sulle questioni di identità sollevate dalla pace, le pressioni provocate dal processo negoziale hanno portato sostanzialmente a un rifiuto del dialogo, della normalizzazione, e della globalizzazione propugnati ad Oslo. Il ritorno del conflitto ha liberato i demoni del radicalismo islamico, dell’antisemitismo medievale e dell’odio per l’occidente, che oggi attraversano il mondo arabo, facendone tremare i regimi. A due anni di distanza dalla vittoria di Sharon, oggi il pubblico israeliano vota consapevole di queste tendenze nel mondo arabo, e giudica il processo di Oslo sulla base dell’accaduto recente. Esprime un voto di sola reazione alla violenza e al terrorismo.

Il partito laburista, fautore di Oslo, del dialogo con Arafat e del ‘nuovo medioriente’, viene additato come principale responsabile dell’attuale situazione. Né le proposte politiche avanzate dal suo nuovo leader Amram Mitzna sembrano poter salvare il partito dal duro giudizio elettorale: se nel 1992 i laburisti potevano offrirsi come alternativa politica al Likud proponendo di aprire un dialogo con l’OLP di Arafat, oggi parlare con Arafat non appare né nuovo né particolarmente utile: l’esperimento è fallito e il pubblico attribuisce il fallimento, così come il conseguente deterioramento economico, l’isolamento diplomatico e l’insicurezza esistenziale, alla sinistra e non alla destra, che ha guidato il paese da febbraio 2001 (quando la guerra d’attrito israelo-palestinese era ai suoi albori) fino a oggi, quando lo scontro esistenziale coi palestinesi e l’ostile retroterra del mondo arabo si è non solo consolidato, ma è divenuto parte di una più complicata equazione che include la guerra contro il terrorismo, le armi non convenzionali dell’Iraq e i sussulti sociali, demografici ed economici che sottostanno al malessere generale del mondo arabo.

I sondaggi confermano questa tendenza generale al pessimismo e allo scetticismo. Il pubblico oggi crede che la destra avesse fondamentalmente ragione a criticare il processo di pace negli anni novanta: tutte le peggiori previsioni e i più foschi scenari utilizzati per criticare la visione del ‘nuovo medioriente’ si sono puntualmente avverati. Ma, e questo è l’aspetto più interessante dei sondaggi, lo stesso pubblico che vota la sfiducia ai laburisti e li consegna alla storia, elegge Sharon per perseguire obbiettivi politici di lungo termine di sinistra. In altre parole, il consenso nazionale consiste di almeno alcuni degli elementi centrali al processo di Oslo, elementi che sette anni fa dividevano il paese a tal punto da fungere da catalizzatore dell’assassinio di Rabin. Il pubblico sostiene il ritiro unilaterale da Gaza (proposto da Mitzna), accetta la creazione di uno stato palestinese come un inevitabile risultato degli attuali processi storici, conviene sull’impossibilità di mantenere l’occupazione militare di Cisgiordania e Gaza e concorda sulla necessità di evacuare la maggior parte degli insediamenti, in maniera unilaterale se necessario. Vuole la pace insomma, e ne comprende il costo politico. Ma non si fida dei palestinesi (per non parlar dei laburisti) e del mondo arabo, la cui retorica e atteggiamenti politici hanno consegnato alla storia l’idea di riconciliazione e cooperazione.

Paradossalmente, oggi il pubblico è più unito che mai in Israele sulla soluzione del conflitto: un ritiro israeliano che produrrà non dei confini regolati da un trattato tipo Schengen, ma piuttosto demarcato da un misto tra la Grande Muraglia Cinese e la Zona Demilitarizzata in Corea. A dispetto delle Cassandre che regolarmente predicono l’avvento degli estremisti ‘da ambo le parti’, nell’attuale situazione politica in Israele è il centro che sta avendo il sopravvento. Per vincere le elezioni, a Sharon non basterà la rassicurante immagine del falco militare in grado di guidare un paese unito attraverso la lunga e logorante sfida dell’attuale guerra d’attrito: dovrà convincere l’elettorato di essere colui che meglio saprà esprimere in pratica il nuovo consenso politico che ha rigettato sia l’idea della grande Israele che la visione languida e ottimista del nuovo medioriente. Il successo alle elezioni di gennaio sarà determinato dalla capacità di esprimere il consenso nazionale in un governo ampio e dotato della forza e volontà politica di attuarlo.

Emanuele Ottolenghi