La destra e gli ebrei

di Giorgio Gomel

 

"Egregio Signor Ministro,

Desideriamo esprimerLe le nostre profonde preoccupazioni circa la pretesa di partiti, associazioni e mezzi di informazione della destra italiana di riscrivere la storia del paese di cui siamo cittadini, di banalizzare gli orrori del fascismo e di riabilitare idee che la larga maggioranza degli italiani ha da tempo respinto.

In quanto ebrei che mantengono stretti legami con lo Stato di Israele e sostengono la politica di pace del Suo governo, apprezziamo le posizioni pubbliche assunte finora dal governo israeliano sulla questione e Le chiediamo di continuare ad esercitare la massima vigilanza sulle azioni del governo italiano in quanto la presenza in esso di una componente neofascista è di per sé motivo serio di allarme.

Con l’espressione dei nostri saluti più cordiali e dei migliori auguri di pace per lo Stato e il popolo di Israele

F.to: Gruppo Martin Buber

Ebrei per la pace"

 

Così recitava una lettera, da noi inviata l’8 giugno 1994, al Ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres.

Due mesi dopo, un assistente di Peres così rispondeva: " Il Ministro mi chiede di porgervi i suoi ringraziamenti per la vostra lettera circa le preoccupazioni per i recenti sviluppi politici in Italia - preoccupazioni che condividiamo pienamente. …"

Oggi, 8 anni dopo quello scambio epistolare, è davvero cambiato il contesto in cui si collocano i rapporti tra la destra italiana, Israele e gli ebrei italiani?

Certamente sono cambiati il colore politico del governo di Israele e le sue inclinazioni in campo internazionale. Nel 1994 Israele era retto dal governo di Rabin e Peres, impegnato nell’attuazione dei principi di Oslo, nello sgombero parziale dei territori occupati, nell’avvio di rapporti di convivenza con la nascente Autorità palestinese. Nel 2002 il governo di Israele, pur espressione di un’ampia coalizione di unità nazionale, soggiace all’influenza dominante delle correnti della destra più oltranzista, chiusa a ogni ipotesi di accordo di pace equo con i palestinesi. L’opinione pubblica è smarrita, ansiosa di pace, ma oppressa da uno stato di insicurezza fisica e psicologica per il perdurare dell’offensiva terroristica, che rinnova la condizione ebraica di angoscia, sradicamento e solitudine. Il collasso del turismo, la crisi economica, la sensazione di isolamento crescente alimentano una ricerca ansiosa di governi amici, alleati, in Occidente, in Europa, ovunque.

Vi sono poi oggettive somiglianze, pur con le differenze profonde di formazione e di storia, tra partiti – il Likud del premier Sharon e AN – che si nutrono dei valori dell’identità nazionale, del culto della forza e dell’autorità dello stato, nonché delle pulsioni di ceti piccolo-borghesi carichi di risentimento e di astio sociale.

Infine, gli atti e proclami politici di AN in questi anni si sono mossi in una direzione positiva. Dalle dichiarazioni auto-assolutorie del Convegno di Fiuggi del 1994 a quelle grossolanamente riduttive di Bologna che definivano le leggi razziali un "tragico errore", era mancato il ripudio fermo ed esplicito del fascismo, come regime razzista e totalitario. Ma quest’anno nella giornata del 25 aprile Fini ha dichiarato di riconoscersi a pieno nei "valori di libertà e democrazia celebrati il 25 aprile", quelli della Resistenza al fascismo e ispiratori della Costituzione, patto fondante della Repubblica italiana.

Il percorso "revisionistico" in senso democratico di AN verso un’identità di destra moderata, moderna ed europea è dunque compiuto?

Ritengo di no. Come afferma Amos Luzzatto, "Fini deve fare i conti con militanti che non vogliono rompere con la tradizione … Anche di fronte a fatti gravi, non mi risultano espulsioni dal partito … Fini ha sempre considerato Almirante, già segretario di redazione de "La difesa della razza" il suo maestro, il suo punto di riferimento…" (1).

Nella periferia di AN, negli enti locali dove AN governa, resta un’ambigua continuità non sciolta con l’eredità neofascista del MSI, una sorta di revanscismo nostalgico che prende la forma delle commemorazioni patriottiche, che degenerano nella celebrazione degli anni di Salò, delle targhe o dei nomi di strade e di scuole dedicate a gerarchi del regime di Mussolini. Rimozione della storia, banalizzazione degli orrori dello sterminio degli ebrei, oblio mascherato da volontà di "pacificazione" tra eredi del fascismo e dell’antifascismo si fondono in una vasta messe di casi.

Allora il viaggio di Fini in Israele è cosa fatta o il dissenso di larga parte degli ebrei italiani e anche degli israeliani di origine italiana lo possono impedire?

È difficile impedirlo e comunque sarà il governo di Israele, sulla base di sue autonome e legittime scelte, a deciderlo.

La cosa importante, a mio parere, è però comprendere le ragioni profonde di questa insistenza degli uomini di AN – di Fini così come di altri esponenti minori – per una visita in Israele. L’essere accolti in Israele costituisce per essi la legittimazione internazionale che da tempo inseguono, che si affiancherebbe a quella nazionale. Soprattutto, nella loro concezione rozza e dal fondo antiebraico il viaggio in Israele è il viatico per gli Stati Uniti per via dell’influenza che essi ritengono predominante degli ebrei americani nella società, nella cultura, nella politica di quel paese. È una variante edulcorata dei Protocolli dei Savi di Sion – il mito antisemita del potere ebraico nel mondo. Di questo disegno noi ebrei italiani non dobbiamo farci strumento.

Giorgio Gomel

(1) Intervista a La Repubblica, 26 aprile 2002.