di Anna Segre
Un grande teatro trasformato in bet-hakeneset con gli uomini in platea e le donne sul palcoscenico. Gruppi eterogenei di dieci o venti persone (uomini e donne, osservanti e non, di tutte le età) che studiano midrashim con guide improvvisate, tra cui il Presidente dellUnione delle Comunità Ebraiche Italiane. Rabbini che spiegano la parashà della settimana mentre i camerieri girano per i tavoli distribuendo polli arrosto, orate o salmoni, e si scopre che una di queste dissertazioni ha lo scopo di introdurre una degustazione di distillati kasher.
In questa atmosfera così tipica dellebraismo italiano, con questa allegra contaminazione di "religiosi" e "laici", che si ritrovano, si confrontano, convivono per più giorni negli stessi locali, fanno più o meno le stesse cose, si è svolto, dal 31 ottobre al 3 novembre il moked autunnale di Montecatini Terme, dal titolo Storia, memoria: società e individui, organizzato, come sempre dal Dipartimento Educazione e Cultura dellUnione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il livello, la ricchezza di idee, il numero dei presenti (centinaia di partecipanti, e la sala delle conferenze quasi sempre pienissima) di un convegno come quello di Montecatini dimostra tra le altre cose, secondo me, quanto il "modello italiano" di ebraismo unitario possa essere vincente.
Poco più di tre giorni fittissimi, al punto che le pause previste per i pasti non erano sufficienti (almeno per chi stava negli alberghi più lontani) e solo lultimo giorno è stato ritagliato il tempo per un dibattito, al termine della tavola rotonda conclusiva con Rav Alfonso Arbib, Giovanni Levi, Daniel Epstein e Bice Migliau. Dato il titolo del convegno, ci si poteva attendere, tra i relatori, una netta prevalenza, se non una totalità di storici, oppure di insegnanti di storia; invece di storia in senso stretto hanno parlato solo Giovanni Levi e, in parte, Alberto Cavaglion; per il resto il tema è stato trattato dal punto di vista filosofico, (Daniel Epstein, Haim Baharier), pedagogico (Clotilde Pontecorvo), psicologico (Giorgio Caviglia), senza contare la serata dal titolo Memorie sonore e visive, in cui si è parlato di filmati (Ruggero Gabbai), monumenti (Adachiara Zevi) e musica (Enrico Fubini). Oppure la storia è stata affrontata da punti di vista insoliti come negli interventi di David Bidussa sui luoghi della memoria o di Bice Migliau sulla storia delle sinagoghe romane. Tutti contributi estremamente interessanti e stimolanti, che non riassumo qui per non banalizzarli.
Questa scelta di temi ed oratori non è casuale; già nel depliant di presentazione del convegno, lidea stessa di una storia ebraica è stata problematizzata: Nella tradizione ebraica la parola chiave per fissare gli eventi è "zachor" (ricorda) che ha un significato del tutto diverso dalla parola "historia" Il Talmud distorce e capovolge epoche ed avvenimenti, sulla base di quel principio interpretativo secondo il quale nella Torà "non cè né un prima né un dopo" Esiste, in buona sostanza, una contraddizione tra la Storia e lapproccio tradizionale ebraico alla memoria?
Alcuni anni fa era di moda dire che il popolo ebraico vive nel tempo più che nello spazio, che siamo il popolo della storia, anzi, che siamo stati noi a inventarla. Oggi cè la moda contraria: la parola storia non esiste nella lingua ebraica antica, il midrash è acronico, lhaggadà di Pesach annulla le distanze tra noi e i nostri padri che uscirono dallEgitto, ecc.
Entrambe le posizioni estreme sono troppo schematiche, e quindi facilmente confutabili. Comunque sarebbe riduttivo ricondurre, come talvolta si tende a fare, lattenzione per la storia ad una visione "laica" dellebraismo e il disinteresse ad una "religiosa": si possono citare numerosi elementi che rivelano lesistenza e limportanza di una prospettiva storica anche allinterno dellebraismo tradizionale; ne citerò alcuni a titolo di esempio, senza alcuna pretesa di completezza.
1. La Torà segue un ordine cronologico, in cui è possibile ricostruire la data di ogni singolo evento; non ha lo stile del mito, che è fuori dal tempo, ma quello del racconto storico.
2.Il midrash autorizza interpretazioni sincroniche (per esempio, mediante il collegamento tra fatti accaduti in epoche diverse per la comunanza di un termine) perché si basa sullidea che la Torà sia comunque divina ed eterna, preesistente alla stessa creazione del mondo. Ma questo non significa negare la storicità (e quindi la diacronia) dei fatti in essa narrati
3.Quanto allhaggadà di Pesach e alla prescrizione di considerarci come se fossimo usciti dallEgitto, non bisogna dimenticarsi che cè il come. Si possono citare infiniti elementi a dimostrazione dellimportanza di questo come (ci ho fatto sopra una tesi di laurea); basti considerare che neppure la narrazione vera e propria della schiavitù e delluscita dallEgitto utilizza il racconto dellEsodo, ma è costituita da un midrash che spiega quattro versi del Deuteronomio
4.Nellebraismo non cè mai lidea di un tempo ciclico: gli eventi non sono mai identici a se stessi; la creazione, luscita dallEgitto, il dono della Torà, sono accaduti una volta per tutte, e non si può tornare indietro
Comunque sia, il problema di fondo è un altro: nelle scuole ebraiche italiane si dà per scontato che la storia ebraica sia una disciplina autonoma a cui dedicare tempi precisi negli orari settimanali. Mentre si dibatte sullesistenza di una storia ebraica, gli insegnanti continuano ad arrabattarsi con materiale vario, fotocopie, filmini, giochetti, nel presupposto implicito che una storia ebraica esista e che occorra in qualche modo trasmetterla agli allievi. Non porto questo elemento allattenzione dei lettori solo per una deformazione professionale: il moked comprendeva anche un seminario per insegnanti, e limpostazione generale del convegno induceva a pensare che si volesse avviare una riflessione sullinsegnamento della storia nellambito delle scuole ebraiche italiane. Il moked ha alternato la trattazione teorica con alcune stimolanti proposte didattiche, ma è difficile evitare limpressione di uno scollamento tra i due piani
Interessante la riflessione di Rav Alfonso Arbib nella tavola rotonda conclusiva: come il Tanakh sceglie cosa deve essere ricordato e cosa deve essere dimenticato, così anche nellinsegnamento occorre prendere decisioni; e se non decidiamo qualcun altro deciderà per noi. Che cosa, dunque, deve essere insegnato? In che misura il Tanakh può essere utilizzato come un libro di storia? Che fare in caso di discordanze tra il testo biblico ed altre fonti? Trattare la storia ebraica nellambito della storia generale, oppure mettere in evidenza maggiormente le dinamiche interne? Quali periodizzazioni proporre? Queste sono le scelte che le scuole ebraiche, e i singoli insegnanti, devono affrontare quotidianamente.
E ancora: a chi tocca la storia ebraica? A un rabbino, alla maestra della classe, a uninsegnate di lettere? Rientra nellambito delle materie umanistiche o di quelle ebraiche? Queste scelte determinano pesantemente la percezione che gli allievi avranno della disciplina, e della stessa storia del popolo ebraico; pericolosissimo, quindi, prendere decisioni simili esclusivamente sulla base di considerazioni pratiche (disponibilità, orari, ecc.).
Lo stesso discorso vale per il materiale didattico e i metodi dinsegnamento; a Montecatini sono state presentate (in particolare da Sonia Brunetti e Shlomo Balzam) proposte interessanti e affascinanti: giochi di ruolo, discussioni guidate, ecc.; Balzam, proponendo questi giochi ai partecipanti stessi del convegno, ha dimostrato come queste attività riescano a far scatenare persino gli adulti, quindi figuriamoci i ragazzini. Occorre ricordare, però, che questi metodi sono forse ancora più manipolatori di una lezione frontale tradizionale, perché propongono uninterpretazione degli eventi già cucinata da chi imposta lattività. Non che questo sia un male: è meglio essere consapevoli di ciò che si manipola, che manipolare a casaccio, finendo per cadere nella manipolazione di qualcun altro (per esempio lautore del libro su cui si prepara la lezione). Limportante è esserne consapevoli: non si può scegliere di svolgere unattività solo perché è meno noiosa e più coinvolgente. È vero che anche il metodo è portatore di significati; ma tanto più allora occorre una riflessione teorica sul senso della propria pratica didattica.
È quindi auspicabile che in un prossimo moked si possa proseguire il discorso, e avviare un confronto tra storici e insegnanti di storia sui nodi problematici della storia ebraica e del suo insegnamento. Probabilmente emergeranno opinioni molto differenziate, ma esserne consapevoli non può essere dannoso, finché le divergenze emergono in un clima di rispetto reciproco, come quello che ha caratterizzato il Moked di Montecatini.
Anna Segre