Identità
Formazione di una "memoria" lungadi Silvio Ortona
Si discute sulla maggiore o minore "coscienza nazionale" di questo o quel popolo. Gli italiani, ad esempio, avrebbero una coscienza nazionale debole; ed una delle cause di ciò starebbe nel fatto di essersi riuniti in unico Stato soltanto nel XIX secolo.
Quanto agli ebrei italiani, essi, secondo la tesi formulata da Arnaldo Momigliano e accolta nei "Quaderni del carcere" da Gramsci, avrebbero avuto la ventura "di formarsi una coscienza nazionale italiana, pur conservando peculiarità ebraiche, in parallelo con la formazione della coscienza nazionale dei piemontesi e dei napoletani o dei siciliani". La validità e i limiti di questo assunto meriterebbero (ma non qui) un ampio esame.
"Coscienza nazionale" è concetto proprio dellEuropa del XIX secolo, un concetto che non può essere trasferito di peso ad altri tempi e luoghi.Di solito non lo si usa parlando del popolo ebraico.Forse perché il popolo ebraico è più visibile come "religione" che come "nazione". Nel nostro caso ci si scontra subito con il fattore religioso, collocato in posizione di quasi monopolio o almeno di pesante egemonia su tutto il resto.
Si parla più sovente della "memoria storica" degli ebrei, che sarebbe particolarmente buona.Il richiamo alla storia è logico. Sottolinea la forza ed anche la peculiarità di una coscienza comune che si è consolidata e mantenuta tra comunità che non vivevano su uno stesso territorio, non utilizzavano una stessa lingua parlata e ordinariamente scritta ed erano unite in virtù prevalente di un vincolo culturale-religioso, astratto e tuttavia tanto forte da tenere almeno fino ad ora anche dove e quando diminuisce la presa religiosa.
La peculiarità può trovare un inizio di spiegazione nel fatto che il fattore religioso non opera soltanto con il suo contenuto di fede/osservanza; esso ha costituito la base della nostra cultura; ha tanto a lungo compenetrato la nostra storia da riscuotere ossequio anche da chi religioso non è; può operare alla fine anche semplicemente come fonte di conformismo.
Più in generale va considerato che gli ebrei di oggi hanno dietro di sé una storia lunghissima, più lunga di quella della maggior parte delle attuali nazioni. Questa storia ha, sì, trasmesso da generazione a generazione la tradizione religiosa come nazionale; ma cè anche che in ogni generazione, in ogni località le famiglie ebraiche, le comunità ebraiche sono state plasmate e riplasmate dalle esperienze derivate da e connesse con il rapporto con la società umana esterna. Centrale la funzione del fattore religioso, ma la mole e la varietà delle esperienze da relazioni esterne vissute nei secoli dalle nostre comunità sono state certamente molto più grandi di quelle realizzate nei rapporti interni alle comunità, ambienti sottoposti a mutazioni endogene lente. Ciò anche nei secoli pre-emancipazioni, ai quali per ora il discorso si limita.
Per esaminare il depositarsi in memoria storica delle esperienze così vissute dalle varie e disparate nostre comunità si dovrebbe non soltanto ripassare la loro storia, quella perfino delle nostre principali famiglie, ma tener conto anche, in modo inscindibile, della storia di tante parti del mondo e porzioni di umanità. Cosa che non mi propongo, ovviamente, di fare.
Tenterò soltanto di individuare alcune particolarità del rapporto ebrei-mondo nei secoli diasporici pre-emancipazioni, quelle che sembrano sufficienti a dar ragione della peculiarità del nostro caso e che, inoltre, appaiono essere alla radice di taluni aspetti del nostro costume.
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Le relazioni economiche, culturali ed altre degli ebrei con lesterno sono state sempre mantenute, nel tempo indicato (due millenni), da posizioni di minoranza, comportanti una quasi costante subalternità. So bene che i richiami alla storia antica attraverso la Bibbia hanno solo una portata letteraria; ma si può ricordare che, anche nel periodo prediasporico (e salvo una breve e modesta parentesi imperiale), quasi permanente fu la consapevolezza di essere (Deuteronomio 7,7) "il più piccolo tra tutti i popoli".
Per altro verso, però, in molti luoghi e tempi gli ebrei hanno considerato il proprio livello culturale superiore a quello medio esterno, pretesa forse ingenua e/o consolatoria, tuttavia sovente non infondata.
Queste due peculiarità della nostra collocazione nelle società generali esterne paiono ritrovarsi in certi nostri costumi che, non essendo, per così dire, ufficializzati, non si possono riconoscere come componenti non religiose della nostra identità, ma che in qualche modo ci appartengono.
La permanente condizione minoritaria ha incentivato il senso di corresponsabilità dei singoli nei confronti della collettività (anche: delle collettività; ad esempio: ebraica, italiana, civica) in cui siamo inseriti.Perché la condizione minoritaria fa trasferire facilmente nel bene e più sovente nel male sulla collettività gli effetti dei comportamenti dei singoli.Anche se la corresponsabilità (Ezechiele 18,2-3) ha ufficialmente (ma non nella realtà) cessato di trasmettersi dalluna alle successive generazioni.
Daltra parte non arbitraria è la definizione che ci dice "il popolo del Libro", perché attraverso innumerevoli generazioni di scribi, traduttori, commentatori è giunta fino a noi la Bibbia. Ma non arbitrario è anche il senso traslato in cui "popolo del libro" può essere letto, perché di lì si è perpetuata tra noi nei secoli la tendenza alla diffusione dellistruzione, dal semplice saper leggere in sù.
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Il rapporto tra le comunità degli ebrei diasporici e il mondo esterno è stato inoltre caratterizzato da una quasi permanente condizione di precarietà, variabilità, insicurezza. Sulle comunità si ripercuotevano immediatamente le vicende della città, nonché quelle dellarea in cui la città era inserita, e così via fino alle più vaste mutazioni della società umana. La vita di intere comunità (e non soltanto per la durata di quella generazione) poteva essere radicalmente mutata dallavvento di un nuovo papa o anche di un nuovo signorotto locale, da un grande (o anche piccolo) evento bellico, da una novità progressiva o regressiva nel campo della produzione, della tecnica e così via per molte e molte variabili.
Forse leterogeneità e la precarietà delle esperienze da relazioni esterne rendevano più difficile la loro elaborazione in termini culturali, mentre spingevano a perfezionare i motivi di stabilità interni alle comunità e al popolo. Ma ha anche decisivamente operato il fatto che gli intellettuali ebrei fossero, come si è notato nel precedente articolo, prevalentemente orientati in altra, ben diversa direzione, tesi a togliere valore al presente e ad analizzarlo secondo uno schema semplificato, rozzo e subalterno, quello del "bene o male per noi".
Si possono qui trovare le radici di altri aspetti del nostro costume, ma siamo sempre al di sotto della elaborazione culturale lunghissima necessaria alla formazione di contenuti di sentire comune tali da costituire identità.
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Come gli ultimi due secoli abbiano prodotto un nuovo tipo di rapporto tra gli ebrei (occidentali) e il mondo, una nostra nuova collocazione nella società umana, questo è loggetto del prossimo articolo.
Silvio Ortona