Israele
Yesh Gvul di Gianfranco AccattinoPer iniziativa del Centro Studi Sereno Regis e di Ingegneria Senza Frontiere, il Politecnico ha ospitato di recente un incontro con Itay Ryb, Refusnik israeliano.
Chi forse si attendeva un atteggiamento perentorio, risoluto e ideologicamente schierato, si è trovato di fronte un giovane pacato, pragmatico, alieno da ogni retorica. Itay non si è soffermato a lungo sulle sue motivazioni, ha preferito la cronaca e i dettagli della sua vicenda personale. Dopo il regolare triennio di servizio militare in Libano, un successivo richiamo come riservista lo mette di fronte alla prospettiva di prendere parte ad azioni contro i civili dei Territori e di Gaza. "Mi resi conto subito che questo non si poteva fare". Una presa di posizione immediata e laconica: due parole, come il nome del movimento di obiezione, Yesh Gvul (Cè un limite). Itay vuole che tutti i presenti vedano la cartolina di precetto. Capiremo più tardi che lo stesso emblema dellesercito che vi appare stampigliato è stato assunto come proprio emblema da Yesh Gvul.
Itay mostra alluditorio un libretto verde di consigli pratici e legali che YG distribuisce in Israele. Nel suo inglese dallaccento sabra, spiega con ironia di avere obbedito per un solo pomeriggio. Anziché ignorare la chiamata, la accetta, raggiunge la sua postazione e solo qui dichiara il suo rifiuto. In questo modo le conseguenze legali del suo atto sono ridotte. Viene condannato a un mese di carcere (durante il quale un amico si presta a sostituirlo nel tenere le lezioni di fisica allUniversità di Gerusalemme), anche se la sua vicenda giudiziaria non è conclusa.
"Questo non si può fare". Non importa che cosa ne pensano il paese e la famiglia. Itay non si fa illusioni, sa che le idee sue e delle centinaia di Refusnik finora incarcerati non hanno grande popolarità nel paese. Quanto alla famiglia, sorride, "Mia sorella ha ventanni, è nellesercito e mi disapprova, mio fratello mi considera un idealista, mentre mia madre, che è di origine italiana, è una madre protettiva, si preoccupa per le conseguenze ma mi capisce".
Poche illusioni anche sullaltra parte. Itay, a proposito dellautorità palestinese, usa chiaramente il termine "dictatorship", che linterprete accanto a lui si premura di addolcire con un giro di parole. Lincomprensione della parte che dovrebbe vederti con favore può giungere alla violenza. Itay mostra la maglietta dei simpatizzanti di YG: il timbro, Yesh Gvul, e dei versi che parlano di crimini di guerra. "Alcuni di noi sono stati picchiati perché indossavano questa maglietta". Noi pensiamo subito che i picchiatori siano dellestrema destra israeliana, ma la verità è unaltra. "Picchiati da palestinesi, perché nei Territori basta qualcosa di scritto in ebraico, non importa che cosa, per qualificarti come nemico". Così i Refusnik vivono in prima persona i paradossi del conflitto mediorientale. Hanno scelto la soluzione dei "due stati" come chiave per la risoluzione pacifica del conflitto, ben sapendo che laltro stato, quello potenziale, già da ora non garantisce ai suoi cittadini i diritti che Israele garantisce ai suoi Refusnik. Non ci è dato di sapere quanti dei palestinesi sommariamente liquidati come "collaborazionisti" non siano in realtà anchessi fautori di nonviolenza.
A un interlocutore che cercava di "tirarlo per la giacca" chiedendogli di schierarsi, Itay Ryb ha risposto "Im not pro-Israeli, Im not pro-Palestinian, I am pro-Human".
Pochi giorni dopo, ancora al Politecnico, lo stesso richiamo ai diritti umani veniva ribadito da Sari Nusseibeh, rettore dellUniversità di Al Quds, chiamato dalla CGIL.
Chi ha assistito a entrambe le iniziative, ne è uscito con la certezza che una via per la pace esiste, ma anche con la consapevolezza che, per ora, le voci ragionevoli di Itay Ryb e Sari Nusseibeh sono sopraffatte dalle grida di guerra di Sharon e Arafat.
Per conoscere più da vicino Yesh Gvul, si può consultare il sito, in cui i testi della pagina principale, in ebraico, sono ripresi e tradotti in sei lingue.
Gianfranco Accattino