Memoria

Gli zingari e il silenzio

su di un genocidio

di Emilio Jona

 

Sullo sterminio del popolo zingaro da parte della Germania nazista la documentazione e la ricerca sono scarse e relativamente recenti. Posso ricordare Il destino degli zingari di Donald Kenrick e Grattan Puxon tradotto da Rizzoli nel 1972 e una intensa e partecipe Cronaca di un campo di Rom di Marco Revelli (Fuori luogo, Bollati Boringhieri, Torino 1999), mentre lo studio fondamentale di Michael Zimmermann (1996) non è mai stato tradotto in italiano.

Colma ora questa lacuna La persecuzione nazista degli zingari dello storico ebreo americano Guenter Lewy (Einaudi, Torino 2002).

È evidente che questo disinteresse nasce da un pregiudizio, comunque non giustificato, perché la storia del rapporto della Germania nazista con il popolo zingaro merita di essere studiata.

Vi provvede ora Lewy in modo minuzioso, sia pur privilegiando di gran lunga la situazione meglio documentata, che è quella tedesca e austriaca.

L’ostilità e la persecuzione nei confronti degli zingari è antica, risale a quando questo popolo lasciò il nord ovest dell’India ed emigrò, molti secoli or sono, verso l’occidente. È come sempre la presenza del diverso e la sua marginalità, e, in questo particolare caso, il suo nomadismo e la sua precarietà economica e sociale a generare diffidenza e rifiuto e a instaurare quel meccanismo e quell’intreccio perverso per cui l’ostilità e la persecuzione producono marginalità e microcriminalità e a loro volta queste producono atteggiamenti persecutori e di rigetto.

Voglio dire con ciò che la Germania nazista trovò un terreno fertile di ostilità diffusa, già arato dalle disposizioni repressive di polizia della Repubblica di Weimar, che essa coltivò e portò alle sue estreme conseguenze, favorita dal generale consenso della popolazione e dalla spinta delle strutture periferiche del potere nazista.

Si passò così dal razzismo come atteggiamento spontaneo e irriflesso nei riguardi del diverso, al razzismo come ideologia, che postula razze diverse e poi razze di persone inferiori e infine razze che debbono dominare e altre che debbono essere dominate e talvolta sterminate.

Comunque originariamente nella Germania nazista la diversità dello zingaro non fu fondata su motivazioni razziali, ma socio-ambientali.

Essi vengono perseguitati dal potere hitleriano per la loro asocialità, per il nomadismo, per la precarietà dei loro lavori, cioè per il loro modo di vita; e viene creato fin dal 1936 un istituto per la lotta contro la nocività degli zingari, che censisce e analizza in pochi anni pressoché tutti gli zingari tedeschi (circa 25.000) e poi quelli austriaci (circa 8.000).

Non esiste tuttavia una specifica legislazione antizingara, come quella antisemita varata nel 1935 con la legge di Norimberga, bensì una serie di disposizioni repressive delle varie polizie. Si agisce così contro gli zingari imponendo loro la sedentarietà, impedendo o limitando il lavoro girovago, proibendo di predire la fortuna, imponendo un lavoro fisso e la sterilizzazione "volontaria" come asociali, pena, in difetto, l’internamento.

A ciò si aggiunga che i bambini zingari non vanno più a scuola con i bambini tedeschi, mentre gli adulti sono esclusi dal servizio militare e, affinché il sangue zingaro non danneggi il sangue tedesco, sono proibiti loro i matrimoni e i rapporti sessuali con i cittadini germanici.

Inoltre li si costringe ad un lavoro coatto e sottopagato, mentre lo scarso impegno o l’abbandono, anche momentaneo, del posto di lavoro conducono al loro internamento nei campi di concentramento e ben presto di sterminio.

Una volta introdotti gli zingari nella categoria degli estranei alla comunità, il passo è breve per affermare una loro diversità razziale ed estendere di fatto, dopo il 1938, nei loro confronti le leggi di Norimberga; anche se c’è in questa estensione una profonda contraddizione, in quanto gli zingari non sono semiti, ma ariani di origine indoeuropea, tant’è che Himmler ha nei loro confronti uno strano interesse e un atteggiamento contraddittorio; egli infatti in un primo tempo esclude dalla deportazione gli zingari tedeschi razzialmente puri, cioè quelli con ascendenti totalmente zingari, destinando alla deportazione solo quelli di sangue misto, cioè parzialmente tedesco.

Comunque con l’aggressione della Polonia (1939) ha inizio la deportazione degli zingari via via in ogni paese occupato, e già nel 1941 moriranno di stenti migliaia di zingari ammassati nel ghetto di Lodz, mentre i sopravissuti saranno gasati a Chelmno. Da quell’anno cominciano poi i terribili massacri anche di zingari da parte degli Einsatzgruppen al seguito delle armate tedesche occupanti, e il 16 dicembre 1942 Himmler firma l’ordine di internamento ad Auschwitz di tutti gli zingari tedeschi.

In questo luogo viene creato il campo per famiglie zingare e sono realizzati da Mengele agghiaccianti studi di igiene razziale, con induzione di infezioni e malattie, esperimenti su bambini zingari, (specie sui gemelli monozigoti), su adulti con occhi eterocromatici, tutti conclusi poi con l’uccisione nelle camere a gas. Così circa 20.000 zingari sono eliminati ad Auschwitz e altre migliaia e migliaia nei tanti e tristemente noti campi di sterminio austriaci polacchi, cechi e tedeschi.

I numeri di questo massacro sono controversi, secondo Lewy e altri studiosi persero la vita per mano tedesca circa 200/220.000 zingari, le organizzazioni zingare parlano invece (poco attendibilmente) di 500.000 morti, ma qualunque sia il numero, resta ferma l’infamia della persecuzione, la scarsa attenzione del mondo a questo genocidio, e il fatto che nessuno dei loro più infami persecutori ha pagato il conto con la giustizia.

Lewy sostiene a questo proposito che non vi fu un piano preordinato di eliminazione delle comunità zingare da parte dei nazisti, che non si può parlare in senso tecnico e giuridico di genocidio e che non si può mettere sullo stesso piano lo sterminio degli ebrei con le tremende sofferenze patite dagli zingari.

Ritengo anch’io che la Shoah sia un fatto imparagonabile ad ogni altro sterminio di popoli civili. Ne ho discusso a lungo su questa rivista in passato e non è il caso di ripeterne le ragioni. Ma anche se non vi fu, con tutta probabilità, un piano preordinato di sterminio, vi fu certamente un genocidio, nell’accezione che a questo termine ha dato la Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 e ratificata da 120 paesi) come di "atti compiuti con l’intento di distruggere in tutto o in parte, e in quanto tale, un gruppo nazionale etnico, razziale o religioso" e in questi atti rientravano espressamente anche le misure, "intese e impedire le nascite" e "le condizioni di vita espressamente concepite per realizzare la parziale o totale distruzione fisica di tali gruppi".

Sergio Luzzatto nella quarta di copertina del libro di Lewy scrive al riguardo cose perfettamente condivisibili:

"Lo sterminio degli zingari fu o non fu un genocidio comparabile a quello degli ebrei? Qualunque sia l’opinione di Lewy in proposito, compiuta la lettura di questo libro riesce difficile accettare che un giorno del calendario sia stato istituito, in molti paesi occidentali, quale "Giorno della memoria" della Shoah anziché del Genocidio in generale. Come gli armeni sterminati dai turchi all’inizio del Novecento, come i tutsi sterminati dagli hutu nel Rwanda di fine secolo, gli zingari sterminati dai nazisti meriterebbero di condividere, nella memoria collettiva dell’umana vergogna, un posto accanto agli ebrei".

Emilio Jona