Recensioni

Teatro

La ricca e ben riuscita rassegna di cultura ebraica Arcastella di cui si è già occupato H.K. di ottobre non poteva non inserire la voce teatro nel multiforme panorama in cartellone. Così i percorsi culturali cittadini ci hanno portato alla rinnovata e accogliente saletta del Gobetti di Torino, ospiti di prestigiosi attori per tre serate opportunamente predisposte a un clima inquieto di meditazioni sul divino e di drammatiche e concitate rivisitazioni.

Martedì 1° ottobre

Il ben noto Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Zvi Kolitz, Adelphi, 1997, "un testo bello e vero, vero come solo la finzione può esserlo" (Emmanuel Levinas), unisce nell’economia di uno spettacolo tascabile tutti gli ingredienti per una rappresentazione di alto livello teatrale. Adonai, "tu dici che ora non si tratta di colpa e punizione, ma che hai nascosto il tuo volto… Ti voglio chiedere, Dio, … che cosa ancora deve accadere perché tu (ti) mostri nuovamente…? … Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che … noi abbiamo il diritto di sapere … mi puoi offendere, mi puoi colpire … sempre crederò in te… sempre ti amerò". Qui si tratta di un rapporto adulto e maturo, a testa alta, per nulla timoroso, hared, e genuflesso. "È sulla legge, nella Torà, che l’uomo fonda la relazione con questo Dio. Una legge che … resterebbe giusta persino se Dio non ci fosse" (dal programma di sala). A commento della serata Stefano Levi. Della Torre ha parlato di strepito divino come fatto di propaganda e di silenzio come dialogo con l’uomo, mentre il chiasso della creazione si completa col silenzio dello Shabbat. Per Paolo De Benedetti la differenza fra la voce di Dio e quella di Satana è pari ad una goccia d’acqua che cada nell’oceano. Il rigetto lo può avere solo chi crede, mentre il non credente è relativamente pacificato. La fede non può essere, oggi, accettazione, ma deve essere tempesta. "Io prego il Signore per farlo esistere". Già ben conosciuto al pubblico torinese, il lavoro era andato in scena per iniziativa di Moni Ovadia all’Alfieri di Torino (Dibbuk, Preghiera e devota bestemmia, H.K., giugno 2001) e di Gabriele Vacis all’Arsenale della Pace. Marina Bassani ha affrontato un cammino scosceso e in salita e, con coraggio e professionalità, ci ha proposto il suo Yossl Rakover consapevole di andare incontro ad un inevitabile confronto di stile e di tonalità. Partita con voce narrante bassa e profonda è andata via via in crescendo fin sopra le righe. Non c’è pianto e, almeno all’inizio, non si può parlare di un’alta emozione urlata. Poi si viene coinvolti, dalla platea, in una scena di alta drammaticità grazie ad un transfer che rimbalza dal testo all’attore, dall’attore allo spettatore. Come fondale un telaccio verdastro, grigio, maculato di nero prolunga il discorso che il librino – atto unico non è riuscito a concludere fra le rovine e gli incendi del ghetto.

 

Mercoledì 2 ottobre

Per la seconda serata del tutto-teatro, Oliviero Corbetta e gli Architorti ci hanno proposto La novella degli scacchi, ultimo desolato messaggio di Stefan Zweig scritto nel 1941 in navigazione da New York a Buenos Aires. Un avvocato austriaco fuggitivo, braccato e atterrito si misura in una sfida agli scacchi, ma viene tosto e facilmente battuto da un campione semianalfabeta. Le possibilità combinatorie del gioco sono infinite, e qui il personaggio ne è perfettamente consapevole. Con forte richiamo autobiografico prefigura la propria sconfitta e la fine del Mondo di ieri, con la morte della sensibilità, dell’intelligenza e della cultura: lo scacco al re, appunto. Corbetta accompagnato dai musicanti del Quintetto degli Architorti si è presentato nelle vesti di attore-lettore, in solitudine, in piedi di fronte al leggio: voce narrante che modulando pause e tonalità incarna i vari personaggi. Su uno schermo cinematografico-televisivo che penzola sbilenco, grazie a una tecnica di doppiaggio diretta dalla cabina di regia, compaiono, mute, le figure del racconto e mimano quanto gli spettatori vanno ascoltando dalla viva voce recitante. Non occorreva contare i minuti di applausi, senza dubbio calorosi e convinti. Il solista Corbetta non ha certo bisogno di incoraggiamenti e brilla di luce propria per il solo fatto che calca la scena.

 

Giovedì 3 ottobre

La terza serata ha imposto, più che proporre, alcune pagine da Ripudiata di Eliette Abécassis, Marco Tropea ed., 2001 e da I digiuni di Santa Caterina di Dacia Maraini riunite sotto il provocatorio: Integralismi? Le donne sono "oggettivamente vittime di una situazione… che ha le radici in interpretazioni quasi sempre arbitrarie… dei rispettivi testi sacri…, l’orrore degli integralismi nasce laddove le pratiche sono imposte e non scelte" (dal programma di scena). "Dal mio letto si assenta. Dice che non abbiamo diritto. Dice che è scritto sul libro che lo scopo dell’amore fisico è la procreazione… Cerco il figlio desiderato, non lo trovo", sospira Barbara Amodio, la ripudiata del romanzo. La trama è nota e ha già commosso le platee internazionali con la proiezione del film Kadosh di Amos Gitai. "Quel mondo… oggi, … ha perduto quel carattere di contestualità, di necessità e di realtà che aveva un tempo e appare non dissimile da tutti i fondamentalismi religiosi che sono tornati ad invadere il mondo", Emilio Jona, HK, giugno 2000. Nella seconda parte della serata assistiamo alla lenta agonia di Santa Caterina che si lascia morire di inedia invocando il Signore. Analfabeta, secondo Dacia Maraini, conosceva solo il suo corpo e la cucina. Si santifica e si avvicina a Dio rinunciando agli unici valori di cui disponeva. In un Cantare laico e moderno assistiamo a un frenetico dialogo fra la Santa, Barbara Amodio, che si annulla nel digiuno e il famelico frate-scrivano, Giuseppe Moretti, goloso e affamato, alla perenne ricerca di cibo. Lo spettacolo tiene e non manca di fascino, forse un po’ ardito è stato l’accostamento fra la sterile ebrea ortodossa e la Santa Patrona d’Italia.

Dibbuk

 

 

C’era una volta la guerra

a cura di Sonia Brunetti e Fabio Levi  -   Silvio Zamorani editore, Torino2002   (euro 15,00)

Dedicato alla memoria diVirginia Montel Levi

 

"E se i tuoi figli ti chiederanno, racconta loro...". Questo precetto biblico ben si addice a questo libro realizzato con amore, con passione, con dedizione da tutta la scuola ebraica diTorino, dagli allievi come dal corpo insegnante, dalla preside Marta Silva, dai curatori Sonia Brunetti e Fabio Levi, ma soprattutto da tutti i nonni che sono venuti in classe a rispondere alle domande dei bambini, a raccontare.

Si sono sentite tante voci, una diversa dall’altra, tante microstorie, tante esperienze individuali che, messe una accanto all’altra, hanno composto un variegato quadro d’insieme.Ciascuno ha vissuto gli anni della seconda guerra mondiale in un suo modo particolare, con esperienze, vicende, reazioni psicologiche diverse.Si sono ascoltate e raccolte voci di nonni ebrei e non, di partigiani, di combattenti sui vari fronti, di prigionieri, di famiglie sfollate, nascoste, in fuga.È la vita di tutti giorni quella che emerge da queste testimonianze, particolari che certo non si trovano nei libri ufficiali di storia.

Parole estranee ai bambini di oggi, ma abituali ai bambini del tempo di guerra, come oscuramento, coprifuoco, tessere annonarie, sfollamento, per non ricordare che le più banali, hanno aperto ai nipoti squarci sulla vita quotidiana dei loro nonni, le mille esperienze, le mille difficoltà che ogni singolo ha dovuto affrontare.

Nel libro non mancano però anche accenni alla Grande Storia, per inquadrare meglio i singoli fatti, le singole vicende, che altrimenti non potrebbero essere capite. E non manca pure una documentazione fotografica e stralci dei giornali dell’epoca.

Questo libro è veramente encomiabile e sa trasmettere, ricalcando l’antico monito, anche quest’importante messaggio alle nuove generazioni: ricordate che non solo i vostri nonni e i vostri padri furono liberati, ma insieme a loro anche voi.

Nedelia Tedeschi

 

 

Imre Kertesz: quattro ragioni per un Nobel

Imre Kertesz   Essere senza destino,   Feltrinelli, Milano 1999   (pagg. 223 - euro 15,49)

 

Il Premio Nobel per la letteratura assegnato quest’anno all’ungherese Imre Kertesz, ha richiamato l’attenzione del mondo della cultura su questo autore pressoché sconosciuto al grande pubblico e di cui in lingua italiana è stato fin ad oggi solamente pubblicato Essere senza destino nel quale egli racconta la storia della sua deportazione.

Amaro destino quello di Kertesz: deportato in gioventù perché ebreo, messo al bando nell’Ungheria comunista perché non allineato, visto con diffidenza nell’Ungheria post-comunista per quel tanto di endemico antisemitismo che affligge questo paese, non particolarmente amato in campo ebraico per le sue posizioni apertamente ostili contro l’attuale politica dello Stato d’Israele.

Kertesz è nato a Budapest nel 1929 e nel 1944 è stato deportato ad Auschwitz. Trasferito successivamente a Buchenwald, venne liberato nel 1945 dall’esercito russo.

Vi sono almeno quattro elementi che concorrono a far sì che questo unico suo libro che al momento ci è dato conoscere, si presenti sotto una luce tutta particolare nell’ambito del vastissimo panorama della memorialistica concentrazionaria; talmente particolare da giustificare l’assegnazione di un premio Nobel.

Si tratta innanzitutto della vicenda che l’autore ha vissuto da ragazzo e che ha cercato, ormai adulto e con un lavoro durato dieci anni, di raccontare con gli occhi e con i sentimenti del ragazzo di allora. Tutta la prima parte del libro è infatti pervasa da un miscuglio di ingenuità e di stupore di fronte ai fatti che lo vedono quale protagonista o che si svolgono attorno a lui, coinvolgendolo più o meno direttamente.

All’arrivo ad Auschwitz, Kertesz non aveva che quindici anni ed aveva in qualche modo saputo che per non essere immediatamente eliminati occorreva, durante la visita medica che si svolgeva all’ingresso nel campo, dichiararne sedici: "Quel medico mi ispirò fiducia perché aveva un aspetto gradevole, la faccia lunga e simpatica, la barba appena rasata, labbra abbastanza sottili e occhi azzurri o grigi, in ogni caso chiari, dallo sguardo benevolo. Lo osservai bene, mentre lui, appoggiandomi la mano guantata sulle guance, mi tirava un po’ giù col pollice la pelle sotto gli occhi – esattamente con lo stesso movimento che conoscevo dai medici di casa. Contemporaneamente mi domandò con voce bassa ma chiara che rivelava l’uomo istruito: "Wie alt bis du?" – lo chiese, però quasi per caso. Risposi: "Sechzen". Allora annuì appena, come per dire che avevo dato la risposta giusta a prescindere che fosse o meno la verità….Mi sembrò in qualche modo contento, quasi sollevato; ebbi la vaga impressione di piacergli. Poi mi spinse via…sul lato opposto della strada, dove c’erano quelli idonei. I ragazzi già mi aspettavano esultanti, ridevano dalla gioia. E alla vista di quelle facce raggianti compresi la differenza che davvero separava il nostro gruppo da quelli sul lato opposto: era il successo, se il mio intuito non mi ingannava".

Da queste poche frasi emerge il secondo aspetto che caratterizza l’opera di Kertesz: il riuscire a vivere, anche nelle situazioni più drammatiche, momenti di "felicità" come egli stesso li definisce: "Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli "orrori", sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno".

Il terzo elemento particolare che emerge dalla lettura di questo autore è la sua capacità a superare, almeno in parte, il limite indicato da Primo Levi di riuscire a testimoniare l’esperienza della deportazione da parte dei sopravvissuti. Ne "I Sommersi e i Salvati" Primo Levi affermava: " A distanza di anni, si può oggi ben affermare che la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione". Kertesz è un deportato che "ha scandagliato il fondo", senza tuttavia perdere la sua capacità di osservazione ed avendo la ventura di riuscire ad essere annoverato tra i "salvati": "…determinate cose alle quali in precedenza avevo attribuito un’importanza enorme, addirittura incomprensibile, persero ai miei occhi tutto quanto il loro peso. Durante l’appello, per esempio, quando ero stanco di stare in piedi, non mi importava più che lì ci fosse del fango o una pozzanghera: semplicemente mi sedevo, mi accovacciavo e rimanevo lì finchè i miei vicini mi tiravano su con la forza. Gelo, umidità, vento o pioggia, niente mi disturbava più: non mi tangevano, nemmeno li avvertivo. Anche la fame mi passò; ancora portavo alla bocca qualunque cosa trovassi di commestibile ma lo facevo distrattamente, meccanicamente, per abitudine, per così dire. Durante il lavoro? – non badavo più nemmeno all’apparenza. Se non andava bene, al massimo mi picchiavano, tanto anche di questo non mi importava, anche così guadagnavo solo del tempo: fin dal primo colpo mi buttavo a terra e il resto neppure lo sentivo, perché già dormivo". Kertesz, ridotto al livello di "mussulmano", di colui cioè che ormai è destinato a soccombere, ad essere "sommerso", ebbe la "fortuna" di ammalarsi gravemente ad un ginocchio e di venire ricoverato in infermeria, dove venne colto dall’arrivo dell’esercito russo di liberazione.

Ma vi è ancora un ulteriore elemento che caratterizza l’opera di Kertesz e che contribuisce a porla su di un piano davvero straordinario, anche dal punto di vista strettamente letterario, nell’ambito delle testimonianze sulla deportazione: mi riferisco all’efficacia con la quale è resa, nelle ultime pagine del libro, l’incomunicabilità del sopravvissuto; "alla stazione presi il tram, perché la gamba cominciava a farsi sentire e tra i tanti tram in arrivo c’era proprio il numero che conoscevo fin da prima. Sulla piattaforma esterna una signora anziana e secca con uno strano colletto antiquato di pizzo si scansò un po’ da me. Di li a poco arrivò un uomo col berretto e la divisa e mi chiese il biglietto. Gli dissi che non lo avevo. Mi propose di comprarne uno. Gli dissi che venivo dall’estero e che non avevo soldi. Allora guardò la mia giacca, poi me, poi l’anziana signora e infine mi spiegò che l’utilizzo dei mezzi pubblici era soggetto alle norme, e queste non le aveva inventate lui, ma quelli che gli stavano sopra. "Se non compra il biglietto, deve scendere," concluse. Gli dissi che però mi faceva male la gamba, al che l’anziana signora si voltò dall’altra parte a guardare fuori, ma con un’aria in qualche modo offesa, come se, sa Dio il perché, io le avessi fatto qualche rimprovero".

Tullio Levi

 

 

Il soffio della terra

Il 4 Dicembre si è inaugurata, presso il Museo dell’Automobile di Torino, una mostra dedicata all’artista israeliana Dvora Weisz. La mostra, promossa dalla Regione Piemonte, è organizzata dall’Associazione Piemontese Arte ed è curata da Sarah Kaminski.

Dal catalogo, edito dalla Eled Editrice srl di Torino, per gentile concessione, pubblichiamo alcuni stralci del contributo di Paolo Levi.

 

L’israeliana Dvora Weisz è artista eticamente responsabile del proprio rapporto verso i misteri del vuoto celeste e la provvisorietà delle certezze terrene.

Ciò che mi unisce a Dvora Weisz sono quesiti – senza risposta – che abbiamo ereditato dai nostri padri e che recitano come una litania: noi ebrei chi siamo? un popolo? una religione? una cultura?. L’unica nostra certezza unificante è che abbiamo origine da un Alito vitale soffiato sulla sabbia del deserto.

I materiali che la nostra utilizza sono la terra, la sabbia del deserto, l’acqua, l’aria e il fuoco, in una sorta di alchimia sorvegliata da un’angelica guida, che lei inutilmente interroga. Nascono così queste pagine informali, cromaticamente terrose, prospetticamente terrestri che, se viste dall’alto, trasmettono il silenzio mistico dell’infinito.

Rispetto agli artisti della Land Art degli anni Settanta, Dvora Weisz non interviene sulla toponomastica del terreno, non pone paletti, non traccia misteriosi geroglifici. Al contrario trasmuta la sabbia nella finitezza di un oggetto che ritrasmette la presenza archetipica di un Eden antico e ancora disabitato, di un preludio di vita.

A volte però il paesaggio si fa tetro, tragico come accade nella grande tela Siccità, dove la pittrice narra in chiave espressionista e informale la morte della natura in una cromia tesa e non inferiore, come bellezza, a quella di un Alberto Burri.

I materiali che la nostra artista utilizza non giocano un ruolo di superficie, ma sembrano sottintendere granuli significativi di un infinito trasmutato in misura terrena, e si direbbe esibiscano forme allusive di un’archeologia fuori del tempo storico.

C’è inoltre un rapporto tra arte e musica in questi lavori, dove la sinfonia delle forme e delle tonalità costruisce un canto arcano, come una sorta di improvviso: il grande trittico Vai alla terra si rivela dunque un’opera affascinante, che va ascoltata nella sua armoniosa lucentezza, nella sua inquietante prosodia che rimodella gli echi di una ritualità perduta.

Ogni suo lavoro è comunicazione vocale di una visione allusiva. Il dialogo dell’osservatore con la sua opera avviene lungo il fluire tranquillo di un pensiero che comunica senza mediazione l’idea primaria che l’opera creativa è sostanzialmente la concretizzazione della Parola. E qui va detto che nella lingua ebraica i termini Parola e Cosa coincidono, intrinsecamente legati come sono all’idea che è dalla Parola che nasce la Creazione.

Ecco perché l’allestimento di questo evento culturale gioca sulle due coordinate dell’orizzontale e del verticale, come fosse l’esposizione dello scompaginamento di un libro fatto di volumi bidimensionali, ed evitando la profanazione idolatra di una collocazione di tipo scultoreo.

Le dodici composizioni che formano il Pozzo trasportano un bagaglio di memorie dove il pozzo, che appare infinite volte nella Bibbia – pensiamo a quelli di Abramo, di Mosè, di Agar – è l’affermazione di una simbologia sapienziale che la nostra autrice traduce nell’oggi, in una compresenza temporale fra il mito e la cronaca.

Per Dvora Weisz la Torah, i cinque libri biblici che per la tradizione ebraica sono la concretizzazione stessa della Parola divina, è la fonte viva della sua ispirazione in ogni lavoro, da Goccia d’acqua a L’otre di Agar.

Ma d’altra parte l’artista conosce il sapere della qabbalah – traduzione letterale di tradizione ricevuta – ma alle sue interrogazioni estetiche d’ottima fattura corrispondono le sue inconsce, inquiete contemplazioni estatiche. Nel suo minimalismo apparente esiste un confine fra l’autocoscienza e l’inchinarsi devoto di fronte alla propria intima eredità di un sapere antico.

Il suo concetto di qabbalah, come accade per tutti i mistici, non vive in un sistema coerente di significati. Esso gioca piuttosto attraverso lo specchio dei propri quesiti e di certezze provvisorie, come accade nei suoi lavori dove appare come costante la struttura numerica del dodici. Ogni sua pagina pittorica, come La Benedizione delle madri, parte da una visualizzazione reale e concreta, ma sottintende contenuti segreti i cui margini sfuggenti si propongono come richiami interiori alla nostra coscienza, che li recepisce accettando di non comprenderli.

Dietro al procedere di questa signora del deserto si nasconde un modo dolcemente dotto di concepire l’opera come pagina, dove la filosofia non è metodo ma ri-conoscenza, dove l’invisibile energetico diviene tattilità di forma immobile e armoniosa. Dvora Weisz porta nel suo inconscio eticità, emozione e gratitudine di fronte a un granello di sabbia che crea squilibrio cosmico e che la propria opera riporta in un nuovo equilibrio.

Dvora Weisz procede con finta innocenza nella casualità del caos, tenendo a mente il proprio retroterra culturale, la biblioteca scritta del suo spirito antico.

Quando per esempio affronta la storia di Giuseppe la sua modalità espressiva non si propone di illustrare ma solo di alludere poeticamente. Questo ciclo, di straordinaria ed eloquente bellezza, trasmette contenuti emozionali all’osservatore. La fossa, la tunica, il tradimento: è questo il cammino rivelatore, che si snoda attraverso un susseguirsi di tappe simboliche dove la trasmutazione si coniuga su un piano puramente estetico e contemplativo.

Dvora Weisz non è un’artista nel senso tradizionale del termine: le sue sperimentazioni di arcana devozione, più che in un museo, le immaginerei all’aria aperta sotto un cielo infinito. Sabbia e cielo, in effetti, da sempre dialogano nel vuoto denso dell’astrazione spaziale.

Nel territorio umano in cui per curioso destino siamo relegati, dove l’unica parola che ancora vale è quella della preghiera, queste opere occupano perentoriamente la verticalità in un crescendo di interiorità che non appartiene solo all’artista, ma anche all’osservatore che sa leggere e che conosce le parole della devozione.

Viviamo in tempi oscuri dove l’immagine tende sempre di più a sostituirsi alla bellezza della parola; Dvora Weisz scrive la propria parola attraverso una materia granulosa e compatta, uno sparpagliamento e unificazione di particelle di enigmatica scrittura che ha valore di ritualità, di memoria.

I lavori di Dvora Weisz hanno la sembianza di una litania fatta di tonalità che mutano secondo il passaggio del sole durante la giornata, sino al giungere della notte.

Ma quello che in queste composizioni pare forma umana non è altro, in definitiva, che una presenza apparente, dove il mistero si sposa alla mistica, dove la Torah è regina, e i Profeti svolgono il loro ruolo inascoltato.

Chi partecipa alla sperimentazione visuale di Dvora Weisz si rende conto di come essa faccia parte di un mosaico teso a ricomporsi all’interno del cosmo, ordinando le schegge di una ferita della cui origine si è persa la memoria storica.

Dvora Weisz, nomade del deserto, riunisce e ricompone la friabilità della terra, riportando in superficie l’ombra dei suoi antichi padri, la memoria ancestrale di una perdita, e la materia fragile di cui sono fatti i sogni e le nostalgie del Paradiso Perduto.

Paolo Levi

 

 

Alberto Cavaglion, Ebrei senza saperlo, l’ancora del mediterraneo, Napoli 2002 (euro 11,50)

Pagine coinvolgenti, in questa raccolta di saggi di Alberto Cavaglion; pagine che lasciano perplessi, che certo fanno molto discutere, che obbligano a prendere posizione. Chi sono, innanzitutto, gli ebrei senza saperlo? È Eugenio Montale a introdurre l’espressione, legandola – nel 1926 – alla sua "possibilità di sofferenza" e al suo "senso dell’arca…fatta di pochi affetti e ricordi, che potrebbe seguirmi ovunque, inoffuscata". Ma per Cavaglion essa indica oggi una condizione di decadenza: "non una possibilità per chiunque, ma un limite per gli ebrei che in effetti lo sono, o credono di saperlo, e per coloro che ebrei non sono ma vorrebbero esserlo, senza sapere che cosa voglia dire esserlo veramente". In sostanza, par di capire, l’ebreo senza saperlo è l’immagine di quella che l’autore vede come l’attuale condizione ebraica (e non solo ebraica) italiana: in forse, svuotata di senso, priva di autenticità. In una serie di scritti di carattere anche molto vario e non tutti recentissimi si snodano le argomentazioni storiche, filosofiche, letterarie tese ad analizzare e a stigmatizzare questa presunta situazione di degrado. Bersaglio polemico è in prima istanza l’evoluzione dell’ebraismo italiano nei primi decenni del Novecento, un mondo nel quale Cavaglion vede prevalere le posizioni centralistiche e filo-statali, naturalmente tradizionaliste ed omologatrici, a tutto danno delle nobili e aperte figure che all’inizio del secolo avanzavano ipotesi di riforma nei precetti e nel rituale, quei personaggi emblematici da lui chiamati "ebrei modernizzanti" (Felice Momigliano, Angelo F. Formiggini, qualche altra rara avis), così diversi dagli asettici e inconsistenti "ebrei laici": "L’ebreo modernizzante è invece un individuo in carne e ossa, che comprende le ragioni della fede, conosce altrettanto bene la storia dell’ebraismo, ma si pone il problema della conformità di certe norme rispetto alla società moderna e alle sue trasformazioni". Il Regio Decreto Legge 1731 del 1930 sulle Comunità Israelitiche portò al culmine, secondo l’autore, il processo di accentramento e allineamento. Nasceva l’Unione delle Comunità, organismo unitario al di sopra delle istituzioni ebraiche locali. L’art.5 sanciva l’iscrizione obbligatoria e automatica di chi era figlio di madre ebrea, esigendo una sorta di abiura per la dissociazione: con ciò, moriva nell’ebraismo la libertà religiosa individuale. Attraverso la statalizzazione delle istituzioni e delle regole comunitarie il fascismo, che proprio in quegli anni si evolveva in regime, conquistava il consenso e assumeva il controllo dell’ebraismo ufficiale, che di fatto si allineava al potere totalitario. Questa pesante corresponsabilità deve essere presa in considerazione – sostiene Cavaglion – quando si analizza il percorso che portò alle leggi razziali, che non furono affatto un fulmine a ciel sereno ma vanno inserite nel quadro della degenerazione di un rapporto. Nel dopoguerra, riemergendo dalla tragedia, l’ebraismo italiano – in modo giudicato ancora più colpevole – proseguì su questa linea concordataria di rigido centralismo e confermò la validità della legge del 1930. E le Intese che dalla fine degli anni Ottanta regolano i rapporti tra la Repubblica Italiana e le Comunità ebraiche prolungherebbero tale orientamento, vincolate alla stessa logica monolitica e perciò chiuse alle iniziative di rinnovamento "modernizzante" (o riformista che dir si voglia) oggi in pieno sviluppo anche da noi.

Sin qui Cavaglion, almeno su quella che appare la linea centrale del libro, e anche il nervo scoperto e sensibile dell’ebraismo italiano. Ma sono obiettive le sue analisi, e sensate le sue conclusioni? Personalmente ho qualche motivo per dubitarne.

Gli ebrei "modernizzanti" di ieri e di oggi mi paiono figure di tutto rispetto ma volutamente isolate (elitarie per scelta): in quanto tali pienamente libere di vivere come credono il proprio ebraismo anche in maniera lontanissima dall’ortodossia, non tuttavia rappresentative e trainanti al punto da essere promotrici di movimenti per un nuovo ebraismo (tant’è che in Italia non ci sono mai riuscite, e non solo per l’oppressione centralistica dell’Unione). L’isolamento in cui i "modernizzanti" sono vissuti e vivono non dipenderà per caso anche da una certa qual ritrosia a coinvolgersi nel mondo ebraico italiano, da una diffidenza nei confronti del vasto movimento e dell’azione di trasformazione interna capace di non stravolgere un edificio consolidato e funzionale? In parole povere e senza offesa, non c’è stata e non c’è per caso in loro una certa dose di presunzione, di supponenza nei confronti del profanum vulgus degli ebrei comuni, considerati retrogradi e superstiziosi? Non tutti coloro che nel volume sono definiti come "modernizzanti" mi sembrano comunque tali: perché arruolare in questo gruppo anche Enzo Sereni ed Emanuele Artom? Ebrei colti, aperti sul mondo e all’altezza dei tempi, certo, ma che mai si sarebbero sognati di mettere in discussione i fondamenti dell’ebraismo, a prescindere dal loro personale livello di osservanza.

L’ebraismo italiano, nel suo insieme e nei suoi vertici, finì certo per essere "ingoiato" dal fascismo e la legge del 1930 sanzionò la realizzazione effettiva di questa dipendenza. Ma c’è da stupirsi? Il totalitarismo, appunto perché tale e anche se "imperfetto" come quello italiano, domina il sistema Stato a tutti i livelli; niente e nessuno ne resta fuori, pena l’annullamento. Come avrebbe potuto l’ebraismo italiano non essere fascistizzato (e in molti casi spontaneamente fascista) in un’Italia del tutto conquistata dal fascismo? Molti comunque furono gli ebrei antifascisti (molti soprattutto in proporzione al loro esiguo numero): la maturità culturale e politica che l’opposizione al regime richiedeva, però, era forzatamente merce rara anche all’interno dell’ambiente ebraico. Dobbiamo per questo condannare tutta una minoranza e la sua dirigenza? L’insieme della popolazione italiana sarebbe allora da processare allo stesso modo. Mi pare poi che la storiografia contemporanea abbia già accertato e accettato da tempo e senza scandalo eccessivo il fascismo della maggioranza degli ebrei italiani durante il ventennio. Già, dice Cavaglion, ma l’atteggiamento chiuso verticistico e accentratore delle istituzioni ebraiche italiane fu precedente al fascismo e alla sua politica del consenso, fu una scelta politica autonoma. E perché, gli chiedo a mia volta, dobbiamo giudicare in modo assolutamente negativo la volontà e l’impegno allora profusi dai responsabili delle Comunità, dai rabbini e da altre figure di rilievo per il raggiungimento di una struttura e di un ordinamento unitari, capaci di mettere in luce gli aspetti comuni dell’ebraismo italiano? Nonostante il giudizio negativo dell’autore, infatti, l’ebraismo italiano dei primi decenni del Novecento mostrava segni di forte risveglio culturale e politico.

Il discorso si sposta dunque a monte, all’interno dei caratteri propri dell’ebraismo come sistema e come cultura. Mi pare che a Cavaglion ne sfugga un aspetto essenziale: la dimensione pubblica e direi istituzionale. L’angolazione prettamente individuale, la prospettiva della coscienza – centrali e fondanti in altri ambiti religiosi, tra l’altro nell’ottica protestante – sono certo importanti dal punto di vista ebraico, ma cedono di fronte alla questione collettiva, all’insieme sociale e alla sua organizzazione. In altre parole l’ebraismo, che come è noto non è solo una religione ma ha una visuale più ampia, non è mai stato e non potrà mai essere una sintesi di scelte puramente individuali: la comunità ne è un elemento essenziale, tanto dal punto di vista teoretico quanto dal punto di vista pratico e strutturale. Ecco perché fu importante e significativo l’impulso unificatore dei primi decenni del Novecento che portò alla nascita dell’Unione delle Comunità. L’esistenza, la viva presenza di gruppi ebraici riformati in Europa e in America si basano sullo stesso principio: essi sono, innanzitutto, comunità riformate, non accolite elitarie di intellettuali universalisti. La scarsa fortuna dell’ebraismo riformato in Italia è dovuta, mi pare, a questo non saper o non poter essere comunità, prima che ai verticismi e alle esclusioni dell’ebraismo ortodosso. Perché l’ebraismo è appartenenza, prima di essere scelta. La direzione non cambia se guardiamo alla situazione del dopoguerra e alle Intese. La via maestra, anche se non sempre seguita con linearità, fu quella dell’organizzazione unitaria, diversa dall’adesione individuale, dall’iscrizione a un club. Un’organizzazione collettiva strutturata, appunto, sulla tradizione localistica della comunità; capace cioè di conciliare le esigenze "nazionali" con le storie e le identità particolari. Le Intese hanno accettato questo modello, ma nella trattativa e nell’accordo tra istituzioni diverse si sono nettamente staccate dal quadro verticistico dello Stato dominatore in cui la legge del 1930 ancora rientrava, realizzando invece con ciò un preciso dettato costituzionale. Il criterio laico del separatismo (Stato da una parte, singoli ebrei dall’altra) che Cavaglion invoca in opposizione a quello delle intese richiamando gli studi fondamentali di Ruffini, Sraffa, Jemolo appare certo più "puro" e meno "compromettente" per le singole coscienze, ma difforme rispetto ai caratteri centrali dell’ebraismo e inevitabilmente aperto al rischio della frammentazione, anticamera della dispersione. E che ne sarebbe del sacrosanto diritto all’osservanza dei precetti (diritto laico di libertà religiosa) se esso non fosse garantito e in certo qual modo protetto dallo Stato? Gli articoli 3 e 8 della Costituzione necessitano di accordi e di norme per la loro pratica attuazione.

Gli "ebrei senza saperlo" – e anche quelli che lo sanno – sono coinvolti dall’autore su molti altri temi, sollecitati a uscire da immagini e atteggiamenti stereotipati, a prendere ogni volta posizione in modo consapevole e critico. Viene analizzato il rapporto tra storia e memoria. Viene messo alla berlina l’incerto, superficiale passaggio tra vuoti ed eccessi di memoria ("Smemorati e memoriosi", "Sui vuoti di memoria") che caratterizza l’atteggiamento italiano nei confronti della persecuzione e del genocidio. Viene revocato in discussione il tipo di "uso pubblico della storia" che si è realizzato attraverso un’immagine delle leggi razziali avulsa dall’analisi del rapporto tra ebraismo italiano e fascismo. Viene rivisitata la figura di Primo Levi, di cui certo Cavaglion è tra i più profondi conoscitori. Viene esaminato il livello di "autenticità" della letteratura della persecuzione, italiana e non ("Zucche barucche"). E tutto, sempre, attraverso inesauribili, coltissimi riferimenti storico-letterari. Ma anche qui si moltiplicano i motivi di perplessità. Si può fissare una memoria a comando? Si può cioè prescindere dal modo in cui naturalmente, tra vuoti ed eccessi, la memoria si sedimenta sulle trasformazioni storiche, si deposita sulla nostra realtà attuale? Calcando la mano sugli innegabili legami dell’ebraismo italiano col fascismo, non si rischia di "neutralizzare" la portata sconvolgente e la violenza giuridica (nonché sociale e fisica) delle leggi razziali? Sminuire la portata del Primo Levi affabulatore e romanziere (Storie naturali, Vizio di forma, Se non ora, quando?) rispetto al Primo Levi testimone e analista della condizione umana nel Lager – di una grandezza comunque indiscussa – non significa spezzare lo sviluppo unitario dello scrittore, lasciarne in ombra l’aspetto della costruttività razionale e della capacità inventiva? E, in questo senso, perché Cavaglion non ci dice niente del Levi chimico del Sistema periodico e di altri scritti? Se è importante aver colto in Se questo è un uomo una dimensione – un’esigenza in senso lato "religiosa" nel richiamo a Dio e al rapporto umano-divino ("Un modo diverso di dire io"), perché non approfondire questa analisi nel contesto de I sommersi e i salvati, punto d’arrivo della riflessione e del tormento di Levi, stranamente sottovalutato da Cavaglion?

Si emerge dalla lettura di questo libro certo arricchiti dalla vastità di prospettive e di riferimenti impensati, anche se scarsamente convinti dalle conclusioni e dalle posizioni di un indomabile, burbero Don Chisciotte che pare guardare alla realtà di oggi con gli occhi di un altro tempo e un’individualistica insofferenza. Ma anche la polemica, se meditata e fonte di approfondimenti, è un prezioso strumento culturale.

David Sorani