Lettere

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Gentilissimi Lettori di Ha Keillah,

mi rivolgo a voi nella speranza di dare un volto e una voce a personaggi ed episodi poco noti, in alcuni casi dolorosamente rimossi, della Torino del ventennio fascista.

Sto concludendo le ricerche per la mia tesi di laurea sul poeta e pubblicista Arturo Foà (1877-1944), deportato e morto ad Auschwitz. Inseguendo questo scrittore negli ultimi anni della sua vita, setacciando i documenti, è affiorata la rete claustrofoba, meticolosamente tessuta, in cui il fascismo stritolò gli ebrei ed i suoi oppositori.

Le zone d’ombra sono incredibilmente numerose e mi auguro che un appello ai testimoni di quei giorni o di chi ne custodisca la memoria possa ovviare ad alcune delle lacune dei documenti degli archivi e delle biblioteche che ho consultato.

Sto tentando di rintracciare alcuni sopravvissuti, o le loro testimonianze, del convoglio che partì da Fossoli per Auschwitz il 22 febbraio 1944, il trasporto n. 08, secondo il Libro della Memoria della Picciotto Fargion: Leonardo De Benedetti (15-11-1898), Remo Jona (1905), Stella Valabrega (10-6-1923), Schochoff Erich (1913) arrestato a Torino.

Vorrei ricostruire la condizione dei detenuti nel braccio tedesco delle carceri Nuove di Torino [in particolare di Renzo Levi (5-10-1880), Carlo Levi (3-5-1881), Mario Zargani (20-11-1895), Alessandro Ovazza (7-4-1900), Donato Garda (20-3-1877) e Alfredo Pescarolo (25-11-1886)] e dei mediatori con le autorità nazifasciste, spesso contattati dalle famiglie dei detenuti nel tentativo di portar soccorso ai propri congiunti.

Un’ultima richiesta riguarda i sopravvissuti di Auschwitz che rientrarono a Torino prima dell’ottobre del 1945 o chi ebbe loro notizie dal marzo all’ottobre del medesimo anno: la scelta dei mesi è dettata dall’esigenza di confutare un’importante testimonianza.

Ringrazio voi tutti e la redazione di Ha Keillah per la gentile disponibilità.

Daniela Marendino

 

Ebrei Laici Umanisti

Il tema della condizione dell’ebraismo nell’età contemporanea è di viva attualità e suscita notevole interesse anche in Italia. Su questo argomento riceviamo molte lettere e, allo scopo di favorire il dibattito, continuiamo a pubblicare quelle più significative, riproponendoci di intervenire nei prossimi numeri anche con contributi redazionali.

Care Amiche, cari Amici,

sono lieto di informarvi che anche in Italia esiste finalmente un’associazione ebraica affiliata alla International Federation of Secular Humanistic Jews. È la nuova Associazione Italiana "Ebrei Laici Umanistici", che un gruppo di amici ha appena registrato davanti ad un notaio, e di cui sono stato eletto presidente.

In particolare, in accordo con la Risoluzione di Bruxelles (1988), riconosce che: "....ebreo è una persona di nascita ebraica o chiunque si dichiari ebreo e si identifichi con la storia, i valori etici, la cultura, la civiltà, la comunità e il destino del popolo ebraico".

In accordo con la Risoluzione di Mosca (1994), afferma e dichiara quanto segue:

"Il movimento degli ebrei laici umanistici è cresciuto a livello mondiale al punto di comprendere un numero elevato di singoli individui e di comunità che desiderano contribuire a edificare una forma moderna di ebraicità e intendono definire con maggiore precisione il significato del loro identificarsi con il popolo ebraico.

Non esiste un modo unico di essere ebrei. L’identità ebraica è un fenomeno storico in evoluzione. Nel corso della storia e in luoghi differenti, gli ebrei hanno sviluppato modi diversi di affermare ed esprimere la loro identità. Per il movimento degli ebrei laici umanistici, questo pluralismo costituisce una caratteristica essenziale della vita ebraica, tanto entro il popolo ebraico considerato nella sua globalità, quanto al livello dei rapporti fra singoli ebrei laici.

Parte integrante dell’identità ebraica è un profondo attaccamento allo Stato di Israele, alla sua cultura, alla sua gente.

Gli ebrei laici umanistici si impegnano a fare sì che le loro parole e le loro azioni siano specchio delle loro convinzioni.

 

DICHIARAZIONE

Gli ebrei laici umanistici non fanno distinzioni di alcun genere fra gli ebrei che, indipendentemente dalla loro genealogia, abbiano scelto di identificarsi con il popolo ebraico.

Gli ebrei laici umanistici traggono ispirazione, apprezzamento e illuminazione dall’esperienza e creatività ebraica del passato e del presente, come pure dall’esperienza e creatività di altre culture.

Gli ebrei laici umanistici incoraggiano e sostengono attività che promuovono lo sviluppo continuo dell’identità ebraica.

Con il dare vita e l’associarsi in comunità, organizzazioni e scuole laiche, gli ebrei laici umanistici colgono ogni occasione per dare vigore alla loro identità di gruppo, per arricchire la loro esperienza ebraica, per approfondire il significato dell’ebraicità e per coltivare l’identità ebraica nei bambini e nei giovani.

Gli ebrei laici umanistici esplorano in modo attivo le forme più idonee sia a fare dell’ebraicità una parte significativa della loro esperienza quotidiana, sia a stringere vincoli di solidarietà con gli ebrei ovunque. Questo programma può comprendere i seguenti punti.

a) Lo studio dell’eredità storica, letteraria e culturale degli ebrei, inteso a comprendere in modo pieno la specifica esperienza ebraica, particolarmente nelle sue dimensioni umanistiche e laiche.

b) La celebrazione delle festività ebraiche e dei passaggi fondamentali della vita come espressioni culturali dei cicli della natura e dell’esistenza umana e degli eventi della storia ebraica. A fronte dell’osservanza tradizionale, gli ebrei laici umanistici si considerano liberi di adottare quelle forme che, a loro giudizio, siano significative, e di modificarne altre o di creare forme nuove che si palesino capaci di soddisfare le esigenze delle generazioni presenti e future.

c) Lo studio e la pratica di una o più lingue in uso presso gli ebrei e, in particolare, dell’ebraico – la lingua storica degli ebrei, divenuta ora anche lingua ufficiale dello Stato di Israele – nonché dello yiddish, del ladino e di altri idiomi. Ciascuna di tali lingue ha offerto un suo singolare contributo alla cultura degli ebrei e dell’intera umanità, e a ciascuna si deve un’intima capacità di esprimere un mondo di ricordi, di creatività e di valori specifici del popolo ebraico.

d) L’adozione di codici etici fondati su valori laici quali l’autonomia personale, la dignità, la giustizia, l’opposizione alla tirannia, allo sfruttamento e all’oppressione: valori, questi, che derivano dall’esperienza e dalle testimonianze letterarie dello stesso popolo ebraico.

e) La partecipazione alle concrete iniziative della più ampia comunità ebraica e la difesa dei diritti umani di tutti, dovunque."

Un caro shalom,

Franco Israel Piazzese

 

 

Muoversi tra i cristalli

Da qualche anno ricevo e leggo il vostro bel giornale e mi rammarico di non averlo mai percorso quasi interamente come nel numero di luglio. Sarà la situazione critica in Israele, sarà un’insieme di contingenze personali, credo di avere saltato poche righe.

Sono rimasto colpito dall’articolo di Silvio Ortona, più che un articolo uno studio di ampio respiro.

Ho notato con piacere la lettera di Fiamma Bianchi Bandinelli, esempio di come Ha Keillah possa presentarsi ai non ebrei come una voce ebraica che ascolta con attenzione e senza pregiudizio.

Da tempo mi sento critico verso la politica di Israele e del governo Sharon e constato le difficoltà dei non ebrei a presentare a qualcuno di noi i propri argomenti senza sentirsi come se si muovesse in un magazzino pieno di preziosi oggetti di cristallo. Chiara espressione di questo disagio è un recente articolo di Maurizio Maggiani apparso sul Secolo XIX di Genova, riguardo alla difficoltà di un gentile ad esprimersi senza remore con un amico fraterno ebreo.

È un disagio che in parte avverto anch’io, essendo uscito dalla Comunità Ebraica di Genova, essendo profondamente laico e non avendo ancora deciso se rientrare o no.

La situazione di Israele oggi fa soffrire tutti, gli ebrei, i palestinesi e gli amici degli ebrei e dei palestinesi.

Anche la lettera della signora Fiamma B. B. e la risposta della redazione di Ha Keillah sono una chiara manifestazione di sofferenza e di disagio.

Pur premettendo che " nessuno nella redazione è favorevole a Sharon e tutti consideriamo la sua vittoria elettorale una vera iattura", la Redazione si è soffermata a fare obiezioni e precisazioni su alcuni punti.

E la risposta mi fa pensare che anche la sinistra ebraica sia costretta a muoversi, quasi come i gentili, in una stanza piena di cristalli.

Forse l’articolo di Silvio Ortona, che tratta di orizzonti più ampi, poteva essere considerato una risposta e in parte una condivisione di preoccupazioni. Forse bisogna avere più coraggio.

La speranza era ed è nella possibilità di un incontro civile, leale e aperto tra persone senza pregiudizi, amanti della pace, incontro da ripetersi e continuare perché ognuno possa onestamente esaminare i punti di vista propri e altrui, superando atteggiamenti di difesa a tutti i costi, al fine di arrivare ad una graduale, dolorosa ma utile composizione dei conflitti.

Molti cordiali saluti

Gilberto Salmoni

 

 

Risposta alla risposta

Sono da anni un lettore e sostenitore di Ha-Keillah (anche per l’amicizia con Guido Fubini, compagno di classe al "D’Azeglio") e ne avevo sempre apprezzato l’alto livello culturale e lo stile "crociano" nei dibattiti anche fra opinioni fortemente diversificate. Mi ha quindi colpito sgradevolmente la caduta di stile e il tono derisorio della risposta alla lettera del gruppo Lev Chadash, che cercava di rompere la barriera del silenzio, che, in Italia, vuol impedire il libero diffondersi di opinioni di gruppi ebraici largamente diffusi e spesso predominanti fra gli ebrei del mondo anglosassone e americano. La qualifica di "Ebrei non religiosi" usata spregiativamente dall’anonimo autore, che si cela dietro la sigla redazionale H.K., coinvolgendo tutti i Redattori (che spero vorranno pubblicamente dissociarsi) è il segno dell’ignoranza di chi pensa di vincere il contraddittorio usando l’insulto gratuito. È abbastanza risibile tale qualifica, che presuppone un Ebraismo italiano rigorosamente ortodosso e osservante, quando tutti sappiamo (come bene lo descriveva Primo Levi) come sia sempre stata tiepida e "liberal" la partecipazione e l’osservanza, salvo l’annuale presenza in Sinagoga il giorno di Yom Kippur. A Milano, anche oggi nella Sinagoga centrale, in settimana, è quasi sempre impossibile raggiungere il minian : gli iscritti sono circa 8000.

Alle funzioni di Lev Chadash tale problema non si pone. Un’ultima domanda: considerando le previsioni dei sociologi ebrei che danno come certa la scomparsa delle Comunità ebraiche italiane entro 60/70 anni, siamo sicuri che ostacolare il recupero di centinaia di ebrei, oggi lontani dalle Comunità ancora ferreamente blindate dalla Legge del ’30, ripresa nella sostanza dall’ultimo concordato, sia per il bene dell’Ebraismo?

Un cordiale Shalom

Pier Paolo Ottolenghi

 

 P.S. Invito l’autore della "Risposta" a leggere sulla Rassegna Mensile di Israel (n. 1 del gen/apr. 2002, a pag. 25) l’articolo della ricercatrice parigina Diana Pinto sul futuro delle Comunità europee. Ci dirà forse che anche la "Rassegna" è un organo degli "Ebrei poco religiosi" ?

 

Un po’ di ironia o di cattiveria aiutano a cogliere certi aspetti senza dover sempre riprendere tutto un lungo discorso daccapo. Se siamo stati troppo cattivi ce ne dispiace e chiediamo scusa.

Sulla sostanza però ora siamo assai stupiti: abbiamo risposto proprio parlando bene delle risposte laiche degli Ebrei "non religiosi" e ci viene detto che ne abbiamo parlato male. Abbiamo detto che l’ebraismo (anche italiano) è uno, proprio perché ne comprende tutti i tipi e le forme e ci si accusa di credere che siano tutti religiosi e osservanti. Abbiamo chiesto di sporcarsi le mani, di operare per il cambiamento dall’interno, insieme a tutti gli altri Ebrei (tra cui noi) invece di separare e dividere l’ebraismo in tanti ebraismi, e ci si accusa di essere blindati.

Siamo stupiti ma anche un po’ tristi. Perché condividiamo alcune delle preoccupazioni. Ma non sarebbe meglio prima imparare un po’ a capirsi ?

H.K.

 

 

Messia DOC

Cara Redazione,

dopo avere letto con attenzione tutto ciò che è stato scritto ultimamente sul vero o falso Messia, sono colto dal dubbio se questa polemica sia una cosa seria, o una pura esercitazione accademica, in cui si sia voluto evitare esplicitamente di arrivare al nocciolo del problema. Mi sembra infatti che siano stati finora evitati volutamente gli aspetti che costituiscono, secondo i profeti, la caratteristica fondamentale della venuta del Messia, nella dimensione universale: riconoscimento dell’unità di Dio, cessazione della violenza, pace mondiale e giustizia. È stato più volte citato Maimonide, ma, se non erro, sono mancate le riflessioni sui seguenti passi (Mishnè Torà: Trattato sui Re, Capp. XI-XII):

"Egli restaurerà il mondo intero, unificherà il genere umano nel culto del Dio unico, come è detto: "In quel tempo Io trasformerò la lingua di tutti i popoli in una lingua pura, affinché tutti invochino il nome del Signore e Lo servano unanimamente".

Il popolo d’Israele vivrà in tranquillità assieme ai malvagi delle nazioni, paragonati al lupo e al leopardo, e tutti torneranno alla vera fede, senza più depredare, né violentare, ma cibandosi serenamente di ciò che è lecito, assieme al popolo d’Israele, come è detto: "E il leone, come il bue, si ciberà di erba".

Ma non verrà, né per dichiarare impuro il puro, o puro l’impuro, né per pronunciare l’irregolarità genealogica di chi era considerato regolare, o la regolarità genealogica di chi era considerato irregolare, ma per instaurare la pace nel mondo, come è detto: "Riporterà il cuore dei padri sui figli e il cuore dei figli sui loro padri".

In quel tempo non vi sarà più né fame, né guerra, né invidia, né rivalità, ma i beni materiali saranno straordinariamente abbondanti e le cose più prelibate saranno diffuse come la polvere della terra.

L’umanità, allora, si preoccuperà esclusivamente di conoscere Dio. E i figli d’Israele saranno tutti grandi sapienti, conoscitori dei misteri più riposti e realizzatori della scienza del loro Creatore, nei limiti della loro umanità, come è detto: "La terra sarà piena della conoscenza di Dio come il mare è colmo di acqua"."

Tutto ciò non si è verificato, e quindi siamo ancora in attesa!

Come è possibile, parlando seriamente del Messia, dimenticarsi di queste cose?

Franco Segre

 

 

La destra che cambia

Milano, 17 novembre 2002

Cara Ha Keillah,

sono grato a David Sorani per il suo articolo Teshuvah e ambiguità pubblicato sul numero 5 dell’ottobre 2002, al solito ben argomentato e colto. Sono questi i contributi che aiutano la riflessione; e vorrei così dire anch’io quel che penso di questo non inatteso incontro tra AN e il governo di Sharon, anche perché sullo scritto di David Sorani, pur condivisibile nella sua prospettiva generale, non sono d’accordo proprio su tutto. Non è un argomento molto importante, è solo una questione che relegherei tra quelle secondarie, ma poiché investe una certa revisione ideologica, ha tuttavia il suo peso. Parliamone, sia pure con leggerezza.

Io vedo questo: AN non è più considerabile come l’erede del fascismo storico italiano. Il fascismo era antidemocratico, AN no. Il fascismo era nemico della Francia, dell’Inghilterra e degli US, AN, no. Il fascismo era corporativo e autarchico, AN è liberista con prudenti aperture sociali. Il fascismo era razzista, AN non lo è, è solo patriottica. Il fascismo esprimeva il tentativo di portare a compimento il Risorgimento, AN è innanzi tutto inscritta nel clima europeista di questi anni. Mussolini era un insindacabile duce, Fini è un ragionevole uomo politico come altri: nessuna relazione mistica tra il leader di AN e il popolo italiano è francamente immaginabile.

Insomma, al Congresso di Fiuggi molte cose sono state dette che poi hanno effettivamente trovato un’adeguata soluzione politica conseguente. Tra queste, anche la revisione delle leggi razziali antiebraiche e del dramma che ne seguì. Io credo se ne debba prendere atto e semmai cercare altrove, ma fuori da AN, l’eventuale presenza fascista dell’Italia attuale. È uno schema mentale oramai desueto, e anche ingeneroso verso chi sta compiendo il passaggio storico "dal fascismo alla democrazia reazionaria", quello di tacciarlo per le colpe (vergognose oltre ogni dire) dei suoi padri.

Uno potrà dire, si, è vero però non ci credo. Padronissimo. Però la politica si fa in un altro modo. Un partito si dà degli obiettivi, una linea programmatica, una leadership, dei tempi d’attuazione del programma, delle alleanze in Parlamento…ed è da questi elementi che dev’essere valutato, se no si rincorrono fantasmi. E chi rincorre i fantasmi alimenta poi illusioni, e chi alimenta illusioni sarà un perdente. Così dunque io, che resto un oppositore della linea politica di AN e di questo pessimo governo di centro-destra, debbo riconoscere che nessuna forza dell’attuale maggioranza si è finora comportata nella compagine governativa con altrettanta schiettezza e coerenza come AN, e che tutti gli elementi reazionari presenti nell’attuale governo italiano hanno trovato in AN un coerente interprete, supino e gregario rispetto a FI là dove non ha la forza di opporvisi, ma assolutamente coerente con una propria linea politica là dove le scelte del partito e quelle del governo all’incirca convergono. Paradossalmente quindi, proprio questo governo di centro–destra (che pure tante perplessità suscita per la sua leadership così vistosamente nelle mani di un autarca velleitario e venditore di fumo), sta esaurendo la coda storica di quanto rimaneva ancora del fascismo, aiutando la trasformazione di AN in una presenza democratica reazionaria (come ve ne sono state tante nel mondo, e ancora ve ne sono): da Reagan a Sharon, ma anche tanti altri.

Certo che questo governo italiano piace ad un governo come quello attuale in Israele! Perché non dovrebbe piacere? La discriminante politica non è tra le nazioni ma tra gli orientamenti politici, e due governi così vistosamente reazionari si cercano tra loro, reciprocamente si tendono dei ponti. Uno va dall’altro, uno cerca l’appoggio dell’altro, uno vuole essere presente dove l’altro c’è già. Cosa c’è da stupirsi in tutto ciò? Così come c’è un’Internazionale a sinistra, così ve n’è una a destra: in un mondo politico che va tanto rapidamente unificandosi spronato dalle comunicazioni e dalle immagini, questo dato mi parrebbe ovvio. Si, si, alle spalle c’è una storia e davanti a noi ve n’è un’altra, e di questo dobbiamo prendere atto: non possiamo trattare il futuro sulla mera esperienza di processi storici già conclusi.

Vorrei poi aggiungere, seguendo le riflessioni di David Sorani, che la distinzione tra "razzismo" e "xenofobia" mi parrebbe utile che permanesse nel nostro linguaggio di analisti politici. Perché il razzismo sottintende una politica volta alla distruzione dell’altro; la xenofobia invece allude alla non accettazione della diversità dell’altro. Dare morte all’altro è diverso che riconoscere che tra me e lui ci sono delle differenze che io faccio fatica ad accettare. Non sono razzista se uno zingaro mi infastidisce e io l’allontano, sono razzista se metto in atto una strategia per l’eliminazione di tutti gli zingari. E non è questione di gradi, sono due cose diverse. In Italia v’è dunque una diffusa xenofobia, ma non sarei d’accordo nel tacciare come razzista ogni atteggiamento che si dichiara problematico verso la costruzione di una società multietnica.

E io stesso, che pure mi dichiaro a favore della creazione di una società multietnica e che cerco di non essere né razzista, né xenofobo, vi riesco?, non vi riesco? Non so: vorrei riuscirvi, ma conosco anche la difficoltà ad essere aperto con tutti e non mi scandalizzo di fronte a comportamenti che pure non apprezzo. La costruzione di una società multietnica passa attraverso un forte conflitto sociale, e questo crea problemi, prevede che un certo ordine debba sparire e che al suo posto ne possa nascere un altro…Lasciamole aperte queste opzioni così complesse, non chiudiamole subito dentro a degli schemi rigidi.

Da democratico progressista, come penso di potermi definire, accetto che altri possano non desiderare questa mia stessa prospettiva. Che i piccolo – borghesi, ad esempio, così timorosi del cambiamento sociale, preferiscano "prima gli italiani e poi gli altri", come peraltro si legge su tutti i cartelloni politici in tempi di elezioni in tutte le nazioni, quando l’immigrato è stigmatizzato come uno che arriva a rubare i posti di lavoro ai locali. (E quanto a Israele, non è certo secondo a nessun paese su questo punto, dal momento che "la legge del ritorno" allarga enormemente in favore degli ebrei e in opposizione a chi ebreo non è, le scarse risorse interne della nazione).

Ebbene, se AN dà voce a questi miei concittadini, che pure la pensano diversamente da me, compie un’azione politica che io non seguirò, ma che non ho in alcun modo il diritto d’immaginare razzista.

Io credo (e m’interesserà enormemente sapere il punto di vista di David Sorani su questo punto), che quella metamorfosi sociale tanto profonda alla quale stiamo assistendo, e che ci assedia ogni giorno con mille novità, richieda da parte nostra, sia come singoli che come cittadini, ma anche come antifascisti, una duttilità di elaborazione sensibile e profonda. Ciò che non dev’essere confuso con l’opportunismo o con il camaleontismo, ma proprio come "l’assunzione di tutti i dati politici che mutano, che stanno cambiando, che sono in procinto di diventare altra cosa".

Se no, faremo solo del vittimismo. E quelle ragioni che un tempo, quando effettivamente fummo vittime, ebbero il loro spessore storico, non valgono invece più oggi, se le impugnassimo per rispondere adeguatamente a tutti i temi aperti di questo passaggio d’epoca tanto aggrovigliato. Questa tentazione non deve neppure sfiorarci, in nome del dolore di quei nostri cari morti nella barbarie, e in nome di una dignità che non ci è data una volta per tutte, ma che personalmente dobbiamo rinnovare e testimoniare di fronte ai problemi dell’oggi.

Mi scuso se l’ho fatta troppo lunga. Grazie per il vostro sforzo di elaborazione redazionale. Io penso che la vostra rivista rappresenti il meglio che l’ebraismo italiano sa esprimere, e quindi rinnoverò l’abbonamento per il prossimo anno.

Giuliano Della Pergola

 

Ringrazio il signor Della Pergola per i suoi apprezzamenti e per la lettera meditata ed articolata, di cui condivido il tono pacato e le conclusioni. Concordo in particolare sull’esigenza di non brandire la memoria come un’arma politica, di non cavalcarla come una tigre utile a prevalere comunque sull’avversario: si tratta di un impegno morale vincolato all’identità di chi si identifica con quella memoria e al rispetto profondo per gli eventi e per le vittime. È innegabile, però, che i princìpi politici e l’azione che ne consegue si fondano su valori accettati e fatti propri: la memoria consapevole della persecuzione, i cardini dell’antifascismo possono e auspicabilmente devono essere valori su cui si costruisce il nostro percorso politico. Per quanto riguarda il "caso Fini" oggetto specifico del mio pezzo, niente da dire – ripeto – sulla personale posizione del Vicepremier in merito alle leggi razziali; gli rimproveravo solamente una certa reticenza sulle responsabilità specifiche dei gerarchi fascisti allora e sulle troppe tentazioni nostalgiche di tanti suoi "colonnelli"(e "sergenti") di AN oggi.

David Sorani