MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Difetti di memoria
Cosa si vuol dimenticare nel Giorno del Ricordo?

David Calef e Stefano Levi Della Torre

 

In occasione del Giorno della Memoria l’assessore alla cultura (Fratelli d’Italia) ha diffuso per conto della Regione Piemonte, governata dalla destra, un manifesto di grafica asettica e neutra che avrebbe potuto essere utilizzata per celebrare la giornata della numismatica o per quella del tiro con l’arco (Figura 1).

Qualche giorno dopo, nel promuovere il Giorno del Ricordo che commemora le vittime dei massacri delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata, la Regione, con il sorprendente avallo della Fondazione Circolo dei Lettori, ha diffuso una locandina di tenore, questa volta, fortemente emotivo (figura 2): i partigiani comunisti jugoslavi sono minacciosi giganti senza volto che inseguono italiani terrorizzati in fuga. Lo stile rétro si rifà ai manifesti della campagna elettorale del 1948, a rinfocolare emozioni politiche da Guerra Fredda e a rievocare la “minaccia comunista” che incombe sugli italiani.

La tragedia delle foibe, delle fucilazioni di civili in Istria e Dalmazia come in ogni dove durante la II Guerra Mondiale, e l’esodo forzato di più di 300.000 persone che si protrasse a guerra finita, fino alla metà circa degli anni 50, sono fatti accertati. In questo senso la ricorrenza del Giorno del Ricordo è un’occasione per la conoscenza e la coscienza storica. Ma nell’immagine della locandina, l’enfasi sull’innocenza perseguitata vuole mascherare le responsabilità del fascismo e del nazismo che, scatenando la guerra, sono stati la causa prima perché tutto ciò avvenisse. E con questo non s’intende affatto tacere o sottovalutare le atrocità commesse dalle formazioni partigiane comuniste durante la guerra di liberazione jugoslava.

Ma è chiaro che dietro l’immagine di quella tragedia subita, la destra politica, specie quella che si rifà al fascismo, intende raccontare solo la parte che le conviene di quella storia, e perciò la falsifica. Mettendo al centro della sua narrazione il ricordo pietoso per le vittime dei vincitori, vuol censurare il ricordo delle responsabilità primarie dei regimi di cui vuol legittimare la tradizione e l’eredità. Per questo mira a deformare il necessario ricordo dei fatti incentrando il racconto sulle vittime “proprie” e i crimini altrui per tacere dei crimini “propri” e delle vittime “altrui”. È l’uso strumentale delle vittime: per la destra il Giorno del Ricordo è giorno di oblio della storia e di celebrazione della propria demagogia emotiva e vittimistica.

Fratelli d’Italia, la Lega, ambiguamente Forza Italia e la galassia mediatica che li sostiene propongono dunque una ricostruzione intenzionalmente parziale: descrivono infatti i massacri di italiani da parte dei partigiani iugoslavi nell’autunno del 1943 in Istria e nel maggio 1945 come esplosioni di violenza omicida, mosse esclusivamente da un odio etnico e ideologico anti-italiano. Tutto ciò che ha preceduto i massacri del ’43 e del ’45 non viene contemplato. Vengono omesse la repressione e l’italianizzazione coatta compiute dal governo italiano sulle popolazioni slave nel periodo tra le due guerre e soprattutto l’occupazione violenta da parte del regime fascista dei territori slavi (Istria e parte della Dalmazia) tra l’aprile del 1941 e l’autunno del 1943. Quindi si parla di foibe ma non viene fatto cenno ai massacri delle popolazioni slave (eccidio di Podhum), alle fucilazioni sommarie... e ai campi di concentramento fascisti (Arbe, Gonars). Si ricordano gli infoibamenti e gli esuli dimenticandosi che la perdita dell’Istria e l’esodo degli Italiani sono stati una conseguenza della guerra voluta dal fascismo e combattuta a fianco alla Germania nazista.

La locandina non ha mancato di suscitare polemiche su La Stampa, su altri quotidiani nazionali e tra la società civile e da parte dell’ANPI. Ma queste non sono che un episodio di una disputa con un respiro nazionale che da almeno 18 anni vede contrapposti la destra illiberale e pressoché l’intera comunità degli storici specialisti delle foibe e dell’esodo dei giuliani-dalmati nonché ambienti della cultura e della politica.

In Italia, il Giorno del Ricordo è ricorrenza dello Stato, istituita per legge nel 2004. Non così in Germania. La Germania democratica post-bellica si è guardata bene dal cercar di compensare, neppure in parte, le responsabilità tedesche col ricordo di Stato del bombardamento degli alleati su Dresda del febbraio 1945 (25000 morti circa) o dell’esodo forzato delle popolazioni tedesche dalla Slesia. Non ha tentato di strumentalizzare le loro innumerevoli vittime civili per schermare le proprie responsabilità storiche. Al contrario, le destre di ascendenza fascista o non antifascista italiane forzano il Giorno del Ricordo e strumentalizzano le vittime dell’infamia delle foibe per equiparare fascismo e antifascismo e alimentare la zona grigia del qualunquismo da cui traggono consenso o indulgenza. Per questo propugnano un’estensione abusiva e disinvolta dei termini di genocidio e sterminio per applicarlo all’orrore delle foibe. Ma le foibe erano equiparabili alle fosse comuni conseguenti alle fucilazioni di gruppo di civili e militari per il dominio territoriale durante la II Guerra mondiale, terribili ma altra cosa dalle procedure industriali per lo sterminio nei lager; le sostituzioni forzate di popolazioni erano in corso durante la II Guerra mondiale, terribili ma altra cosa rispetto alla pulizia “razziale” praticata dal nazifascismo; le stragi erano operazione di guerra, terribili ma altra cosa rispetto alla ”soluzione finale”riservata agli ebrei e ai rom. Il genocidio degli ebrei e dei rom non era legato a un conflitto territoriale,: era piuttosto l’organizzazione premeditata di un sistema continentale di deportazione e di annientamento totale.

La ricorrenza del Giorno del Ricordo cade il 10 febbraio, il giorno del trattati di pace di Parigi (10 febbraio 1947) che sancivano l’assetto del confine orientale. Caso o intenzione, la data risulta contigua al 27 gennaio, il giorno della liberazione di Auschwitz (1945), ricorrenza del Giorno della Memoria della Shoah. Ciò ha facilitato la distorta competizione, da destra, tra l’argomento del “Ricordo” e quello della “Memoria”.

Il vittimismo è l’anima profonda della demagogia della destra. Sia il nazismo sia il fascismo hanno puntato sul vittimismo per guadagnare consenso: entrambi proclamavano che il mondo era perseguitato dall’occulto complotto ebraico e che era un dovere perseguitare gli ebrei, annientarli e sconfiggere i loro presunti alleati. La “legittima difesa”, invocata a giustificazione della propria aggressione al mondo.

Più banalmente la destra attuale (in Italia come altrove) si mobilita in difesa dal complotto per una sostituzione di popolazione, di culture e religioni di cui i migranti (in ispecie quelli musulmani e/o africani) sarebbero i portatori.

Paura e vittimismo, dunque, animano la demagogia delle destre. Per questo esse aspirano ad accreditarsi rappresentanti delle vittime dimenticate; per questo tendono ad assimilare il Giorno del Ricordo al Giorno della Memoria; invidiano negli ebrei un carattere poco invidiabile, ma utilizzabile, quello di rappresentare le vittime per antonomasia. Per questo le destre post-fasciste pretendono che le foibe vengano equiparate ad Auschwitz; per questo pretendono che vengano adottate per le loro tesi misure che imitino quelle che proteggono la memoria della Shoah dal negazionismo. Come documentiamo di seguito.

La locandina piemontese si inscrive nel solco di iniziative legislative approvate di recente da amministrazioni regionali e locali. Merita ricordarne almeno una per comprendere le intenzioni della destra post-fascista italiana.

Nel febbraio del 2021, il Consiglio Regionale del Veneto ha approvato la mozione n. 29/2021, presentata da sei consiglieri (Fratelli d’Italia e Lista Zaia), che impegna la Giunta a “sospendere ogni tipo di contributo finanziario e di qualsiasi altra natura (es. patrocinio, concessione di sale, ecc.) a beneficio di soggetti pubblici e privati che, direttamente o indirettamente, concorrano con qualunque mezzo e in qualunque modo a diffondere azioni volte a macchiarsi di riduzionismo, giustificazionismo e/o di negazionismo nei confronti delle vicende drammatiche quali le Foibe e l’Esodo, sminuendone la portata e negando la valenza storica e politica di questa enorme tragedia”.

La mozione sostiene tra l’altro che gli italiani “assassinati e infoibati” sono stati 12.000 e che le stragi devono essere considerate “pulizia etnica” e “genocidio”. Va detto che sia queste tesi sia la stima delle vittime non sono affatto condivise dagli storici più accreditati di quegli eventi. Al contrario, gli storici sostengono che le foibe, per quanto tragiche, non abbiano nulla a che fare con un genocidio, ovvero atti commessi con l'intenzione di annientare, in tutto o in parte, un gruppo nazionaleetnicoreligioso o “razziale”.

Il problema della mozione non sta tanto nel sovrastimare il numero delle vittime o nel proporre tesi prive di fondamento storiografico ma nel tacciare di negazionismo chiunque elabori analisi storiche sulla base di fonti rigorosamente accertate che differiscano da quelle approvate dalla Giunta. In questo modo, la Regione Veneto intende imporre ope legis una lettura del passato piegata a obiettivi politici.

La mozione e quelle simili che l’hanno preceduta (Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia, 2019) non si può fare a meno di notare lo sforzo esplicito di assimilare la tragedia delle foibe alla Shoah. Quest’obiettivo non è affatto circoscritto ai consiglieri regionali di Veneto e Friuli Venezia Giulia. Nel 2019, un deputato di Fratelli d’Italia ha presentato un disegno di legge che propone appunto di equiparare la Shoah e le foibe. Se venisse approvato, i cittadini italiani che minimizzassero i crimini delle foibe, ovvero non si allineassero alla versione decretata da una parte politica, commetterebbero un reato passibile di reclusione da 2 a 6 anni.

La strategia di equiparazione proposta dalle iniziative legislative degli ultimi anni è quindi così sfrontata da spingersi ad utilizzare anche l’accusa infamante di negazionismo e riduzionismo nei confronti di chi dissente da interpretazioni di parte delle foibe.

Secondo le mozioni già approvate chiunque contesti gli intenti genocidari delle foibe o il carattere di pulizia etnica dell’esodo deve essere censurato ed escluso da eventi organizzati dalle istituzioni regionali, di fatto riducendo lo spazio per un dibattito pubblico e per una ricerca storica liberi dai condizionamenti politici della destra. La quale per pudore sovranista e amor di patria postfascista, preferisce che nel Giorno del Ricordo si dimentichi che, dal settembre 1943, il litorale adriatico venne sottratto alla sovranità italiana non dai partigiani jugoslavi ma dai nazisti, a formare l'Adriatische Kustenland, integrato nel Reich hitleriano. 

A 18 anni dalla sua istituzione, sarebbe opportuno che il Giorno del Ricordo non si prestasse alle commemorazioni e a dimenticanze faziose, ma che fosse occasione per riconsiderare di quella tragedia vittime e responsabili d’ogni parte.

 

David Calef e Stefano Levi della Torre

 

Manifesto per il Giorno della Memoria 2022,
a cura della Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte

 

Manifesto della Regione Piemonte per il Giorno del Ricordo 2022

 

Share |