MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Prima pagina

 

 

La memoria nella pandemia

Emilio Hirsch

 

Pandemia e Giorno della Memoria si incrociano in risvolti inattesi che lasciano inquietanti domande. Almeno due mi vengono prepotenti alla mente. In primo luogo è difficile non rimanere storditi davanti alle immagini dei no-vax che si vestono da deportati o che mettono le stelle gialle sui vestiti. Non succede solo in Italia: è ormai diventato un fenomeno europeo. Non ci sono solo le catene di novaresi che si tengono per un finto filo spinato e si vestono di sacco a righe bianche e grigie. Scene analoghe si sono viste anche persino in Germania, con una reazione delle autorità ben più vigorosa delle nostre: ora in quel paese, che forse più del nostro, ha elaborato la colpa della Shoah è proibito usare simboli che ricordino le leggi razziali. Tuttavia, la domanda che mi si pone con insistenza davanti non è tanto quanto in Italia le colpe delle persecuzioni si siano sfumate scaricando tutta la responsabilità all'invasore straniero, ma piuttosto perché una torma di facinorosi, ma probabilmente più ebeti che rissosi, usino l’immagine del genocidio ebraico per rappresentarsi. Da dove deriva questa idea? Cos’è successo nella comunicazione della memoria e nell’educazione di questi gruppi così incredibilmente numerosi e vocianti che ha portato ad associare la loro condizione a quella degli ebrei perseguitati? Non è certamente un rigurgito di antisemitismo che stimola una derisione della tragedia: i no vax sono davvero convinti di essere perseguitati e di condividere con i sommersi del lager un destino di segregazione, di negazione dei loro presunti diritti ed infine una coercizione verso un trattamento, il vaccino, che loro ritengono mortale. Tralasciando l’aspetto antiscientifico e regressivo di tale atteggiamento mi soffermerei piuttosto a considerare il fatto che questi pur oscurati da una loro personale allucinazione credono davvero di essere paragonabili ai nostri nonni sotto la scure delle leggi razziali. Una volta elaborata la sensazione di essere segregati, pur trattandosi per la maggior parte dell’umanità tutta di una considerazione insensata e pericolosa, si sono immediatamente proiettati verso l’ebreo perseguitato. Perché questa equazione è risultata così immediata e naturale? È questo il risultato di anni di Giornate della Memoria? È questo il risultato di quasi ottanta anni di rievocazioni? Non so dare una risposta ma queste domande mi arrovellano. La Shoah è entrata ormai nell’immaginario collettivo ed è entrata a far parte del bagaglio culturale delle masse. La conseguenza è che ciò che il volgo ha introiettato e macinato negli ingranaggi poco oliati della semplificazione andrà sempre più spesso a banalizzare e stravolgere i significati anche senza un intento apertamente antisemita. Il paragone tra le restrizioni di chi non ha il green pass e le tragedie della persecuzione che ci tramandiamo in famiglia non sono commensurabili. Quanto però questo viene recepito nel mondo moderno? Quanto viene internalizzato e rielaborato? I no vax non sono antisemiti e non sono revisionisti. Come faremo a spiegare loro che la relativizzazione che esprimono non solo ci ripugna ma è ancora una volta ingiusta nei confronti di chi dalla tragedia è stato travolto e di cui noi tutti ci sforziamo di mantenere intatta la memoria?

Molti mi ripeteranno che dopo tutto i no vax sono ignoranti e scriteriati e che con i beceri il dialogo non solo è impossibile ma pure inutile. Tuttavia, i ragionamenti palesemente scriteriati di chi rifiuta vaccino e pass vaccinale lasciano pur sempre una sensazione di perplessità. Fino a che punto ci si può spingere nella coercizione? Per il bene comune, per il mestiere che faccio e per il futuro dell’umanità, personalmente non ho dubbi. Tuttavia appare evidente che non tutti sono in grado di ragionare razionalmente e di prendere decisioni scientificamente corrette. Cosa fare di queste persone? Quando la dialettica e la comunicazione si trovano davanti a muri invalicabili, come è possibile portare un poco di luce in un buio culturale e razionale infinito? È vero che il numero degli individui da convincere è piccolo e che, cinicamente, le leggi della natura stanno causando perdite incontrastabili nelle file di chi non segue il metodo ed i progressi della scienza. Tuttavia la massa vociante dell’irrazionalità mi colpisce e mi ispira una seconda constatazione a cavallo tra pandemia e Giorno della Memoria. Nel corso della mia vita, e quindi degli ultimi cinquant’anni di storia, è la prima volta che mi trovo davanti alla cieca follia di movimenti che aggregano attorno alla palese insensatezza dell'anti scienza. Sono passato attraverso gli anni delle polarizzazioni ideologiche ma mai come oggi attraverso l’attrazione di folle verso un male per sé stessi e per il prossimo così evidente e così risoluto. Per fortuna, di nuovo, i numeri di queste masse guidate dall’oscurità sono pur sempre limitati e alla fine insignificanti. Tuttavia tendo ad immaginare che anche agli albori del fascismo e del nazismo ci si tranquillizzasse pensando che dopo tutto i seguaci erano pochi. Lungi da me  confrontare i no vax con gli orrori delle dittature novecentesche. Non voglio ricadere nello stesso errore di chi si traveste da deportato. Voglio però considerare il fatto che l’oscurità attira l’umano e che la forza del fanatismo irrazionale sull’animo dei più impreparati è drammaticamente potente. Non si tratta però del fanatismo religioso di qualche distante, disagiato e polveroso paese orientale, ma di una forza attrattiva che agisce di nuovo come ottant'anni fa in una società in crisi ma apparentemente istruita, progredita e generalmente opulenta. Di nuovo come nel novecento, un movimento con forte seguito e guidato da egoismo malvagio emerge nell’Europa più ricca, più colta e socialmente sicura, e non invece in un mondo arretrato dove forse la possibilità di sfuggire al contagio con il vaccino non esiste. Come reagire prima che sia tardi? Come affrontare le semplificazioni, l’ignoranza, la presunzione, l’incomunicabilità? È passato ancora un altro Giorno della Memoria, abbiamo commemorato, partecipato e comunicato. Sarà servito?

Emilio Hirsch

         Vignetta di Davì

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