MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Il giardino dei Finzi-Contini
A sessant’anni dalla nascita risorge a nuova vita

Annalisa Di Nola

 

Due distinti signori, alquanto attempati, si salutano nell’Upper West Side di Manhattan, lì dove la 72esima strada incontra Broadway, e decidono di sedersi in uno degli abituali caffè, nei pressi della stazione della linea rossa del subway. Si conoscono in realtà da diversi anni, hanno in comune tante cose: un grande amore per la musica, una sensibilità progressista, la frequentazione del vivace ambiente intellettuale e artistico gay newyorchese. Ma, soprattutto, hanno all’attivo un’assidua collaborazione, grazie alla quale hanno prodotto l’opera tratta da Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck, rappresentata con successo in tanti teatri statunitensi. Michael Korie, già redattore del Village Voice, autore affermato di testi di canzoni e di musical, aveva creato il libretto, mentre Ricky Ian Gordon, rinomato musicista, ne aveva composto la musica. Sulla scia di quel riscontro tanto favorevole, i due intendevano collaborare ad un nuovo progetto. Ricky Gordon, che fin da ragazzo si era appassionato ai film di grandi registi stranieri, aveva appena rivisto, per l’ennesima volta “Il giardino dei Finzi Contini” e più di ogni altra volta ne era rimasto commosso: i suoi recenti lutti, il timore per le nuove svolte autocratiche e la disinformazione dilagante nel proprio paese sembravano avergli improvvisamente rivelato quante analogie tutte queste vicende per lui drammatiche presentassero rispetto alle tragedie verificatesi al tempo della Shoah, alle aberrazioni del fascismo europeo, al dolore malinconico per un amore perduto, così ben ritratte nel film. Nel corso di dieci anni, superando vari impedimenti, i due artisti hanno realizzato una nuova opera lirica, in parte ibrida, apparentata ai più moderni musical: “The Garden of the Finzi-Continis”, prodotta dalla New York City Opera in collaborazione per la prima volta con il National Yiddish Theater Folksbiene, inaugurata il 27 gennaio di quest’anno al teatro del Museum of Jewish Heritage di New York. L’opera, che dopo una serie di rinvii dovuti al Covid ha esordito in coincidenza con il nostro Giorno della Memoria e si è volutamente inserita in questo solco commemorativo, ha una durata di tre ore, esibisce un’ampia varietà di registri musicali che accompagnano le voci e i dialoghi dei personaggi e vede proiettare, sullo sfondo della scena, belle riproduzioni fotografiche di luoghi e interni ferraresi, teatro delle vicende narrate.

Un’opera lirica contemporanea, che ha per soggetto una storia di ebrei italiani ambientata al tempo delle leggi razziali, assume dunque, secondo le intenzioni dei suoi autori, e forse anche per il pubblico che vi assiste, una valenza emblematica della condizione politico-culturale negli odierni Stati Uniti, afflitti da razzismo, strisciante antisemitismo e tentativi di virate autoritarie.

Qual è il livello di conoscenza dell’ebraismo italiano nella società americana? Si può tuttora riscontrare – come ironicamente, ma molto puntualmente osservava Tullia Zevi anni addietro - che per gli ebrei americani ebreo ed italiano costituiscono due termini inconciliabilmente antitetici, così come per gli italo-americani? È capitato infatti anche a me, come credo ad altri, in tempi più recenti, di verificare questo stato di cose. Gli ebrei americani, generalmente plasmati dalle tradizioni e dalla cultura ashkenazita dei paesi di provenienza dei loro antenati, incontrano qualche difficoltà nel riconoscere un qualche collegamento all’ebraismo per gli italiani, immediatamente identificati – da loro come dagli italo-americani – con l’appartenenza al cattolicesimo.

Certamente negli ultimi decenni le università e in generale le istituzioni culturali statunitensi hanno dedicato largo spazio alle opere e al pensiero di Primo Levi, divenuto così un perno fra i più significativi intorno a cui gravita il dibattito culturale accademico, accanto ai nomi di Calvino, Eco, Dante, Machiavelli (e talora Croce). Molto importante è stato il lavoro dei dipartimenti di italianistica, che hanno approfondito l’opera di una più ampia varietà di autori, come, ad esempio, fra gli altri, Morante, Moravia, Saba, Svevo, Sereni. E molto significativi nel promuovere la conoscenza del mondo letterario italiano, comprese le opere di autori ebrei, sono anche riviste letterarie e centri culturali quali - solo per citare quelli newyorkesi - il Centro Primo Levi, la Casa italiana Zerilli-Marimò della New York University, la Casa italiana della Columbia, e il Calandra Italian American Institute della City University. Di recente, un paio di documentari incentrati sulle vicende dell’ebraismo italiano durante le persecuzioni dell’ultimo conflitto mondiale, con riferimento alla figura di Bartali, agli espedienti adottati presso il Fatebenefratelli romano ed interviste a ebrei italiani, hanno richiamato l’attenzione sugli sviluppi della Shoah nel nostro paese, sia pure per un pubblico di nicchia.

E poi, tanti cittadini americani sono approdati sulle nostre sponde, imbattendosi più o meno volontariamente nei luoghi di sinagoghe e quartieri ebraici delle varie città italiane. È noto, peraltro, che il cinema italiano dei grandi registi degli anni d’oro del dopoguerra fino agli anni ’60 e ’70 ha raggiunto larga popolarità in America. Per cui, anche fra coloro che, vantando un certo numero di anni sulle spalle, tuttora diano segni di stupore al pensiero dell’esistenza di ebrei italiani e di una loro secolare storia, molti rammenteranno poi di aver visto a suo tempo il film di De Sica sul giardino dei Finzi-Contini e di averlo molto amato.

Ricorrono quest’anno 60 anni dalla pubblicazione del romanzo e 52 dall’uscita del suo adattamento cinematografico, che, come è noto, suscitò, per vari motivi, il disappunto di Bassani. Fu tuttavia forse questo film il principale vettore mediatico di conoscenza dell’ebraismo italiano per il mondo americano che lo accolse molto favorevolmente all’epoca del suo esordio. Solo fra le persone più colte troveremo conoscitori del romanzo di Bassani, che è giunto ormai alla terza traduzione in inglese, forse la più interessante e letterariamente raffinata.

D’altra parte, Bassani stesso si recò più volte negli Stati Uniti, anche per lunghi soggiorni, vi condusse seminari e rilasciò varie interviste. Si dice anzi che, fra i molti scritti critici sulla sua opera, non sempre in grado di coglierne la complessità, lo scrittore avesse particolarmente gradito proprio il saggio di una studiosa americana, Marylin Schneider (la cui interpretazione improntata a paradigmi di matrice jungiano-campbelliana non coincideva magari neanche con i deliberati intendimenti dello scrittore).

Forse non tutti sanno che alcuni Finzi-Contini in carne e ossa risiedono proprio negli Stati Uniti. Discendono da Bianca Maria Finzi-Contini - già docente di letteratura italiana e francese emigrata nel 1939 con la sua famiglia - suo figlio Guido Calabresi, professore di diritto e giudice di corte d’appello, e la nipote Bianca Finzi-Contini Calabresi, anche lei docente di letterature comparate alla Columbia University. Bassani utilizzò per il romanzo, dietro autorizzazione di alcuni familiari rimasti in Italia, quel cognome, non assumendo come referenti i suoi legittimi detentori, ma fondendo probabilmente tratti di luoghi, abitazioni e persone appartenenti a diverse famiglie ebraiche ferraresi cui ispirarsi, senza voler identificare le sue creazioni con individui effettivamente esistiti o luoghi agilmente identificabili.

E d’altronde Bassani ricreava, attraverso il filtro della memoria e della sua vivida immaginazione, un ambiente circoscritto nel tempo e nello spazio, sedimentatosi in secoli di storia e di vicende singolari, che ne facevano un unicum, anche rispetto al resto del pur minoritario ebraismo italiano. La ristretta comunità ebraica ferrarese annoverava tre sinagoghe di tradizione differente, cui aderivano membri con precise caratteristiche distintive, non semplicemente per ceto sociale e professione, ma specialmente in termini di osservanza, di consuetudini rituali e di provenienza ancestrale, perfino all’interno di una stessa congregazione. Mal si sarebbe prestata una realtà di questo genere a categorizzazioni riconducibili ipso facto a una contrapposizione di classe, o alla raffigurazione di contesti storico-politici di diversa ubicazione.

Ci si può pertanto chiedere se offrire una risonanza più universale alla vicenda narrata nel romanzo di Bassani, individuando nelle persecuzioni razziali degli ebrei ferraresi il dramma del razzismo contemporaneo, o nella morte precoce del personaggio di Alberto, delicatamente tratteggiato dall’autore del romanzo, un’analogia con gli omosessuali americani colpiti dall’AIDS, non possa in qualche modo stravolgere il significato e l’intento dell’originale lavoro dello scrittore ferrarese. Ugualmente problematici possono risultare un più disinvolto rapporto con la memoria, la definizione di aristocratici attribuita tout court alla famiglia romanzesca dei Finzi-Contini, così come vedere nell’adesione di alcuni ebrei ferraresi al fascismo o nella sprovvedutezza di alcuni di loro lo specchio fedele di una condizione più diffusa. (Trovo fra l’altro un sintomo curiosamente eloquente della ricezione dell’opera presso il pubblico americano l’utilizzo da parte di alcuni recensori di aggettivi quali conservative republican per descrivere i Finzi-Contini).

Ma un’opera lirica è indubbiamente cosa diversa da un romanzo, così come una forma di espressione artistica diversa fu il film. La finezza stilistica, l’aura poetica di cui il linguaggio e la trama erano soffusi, la delicatezza delle allusioni appena accennate o quanto di implicito proponeva il romanzo, rivolto ad un pubblico che almeno in parte era a conoscenza degli sviluppi storici di quel periodo, vengono trasformati, nell’opera lirica in questione, in enunciazioni apertamente esplicitate, atti scenici eseguiti sul palco e dialoghi o monologhi intonati dai cantanti lirici. La trasposizione in opera lirica di un romanzo, anche per intrinseche necessità formali legate al genere, non è ovviamente più il romanzo stesso; è un’altra opera, un clone infedele se vogliamo, con nuovi autori, nuovi intenti, nuovi messaggi, un linguaggio e un impianto strutturale diverso. Gordon e Korie, al pari dello stesso direttore d’orchestra e dello sceneggiatore, hanno cercato di documentarsi coscienziosamente con il supporto di individui e istituzioni residenti nella città stessa, sulla storia, le usanze, i rituali, i canti, il linguaggio della Ferrara bassaniana e sostengono di aver preso come punto di partenza il romanzo piuttosto che il film, sebbene si abbia talora l’impressione del contrario.

E tuttavia hanno anche immesso in questo diverso contenitore nuova linfa, l’hanno trasformato in una loro creazione, che potesse parlare a loro e al pubblico cui era destinato, che potesse risuonare dei temi a loro cari, degli echi di problematicità attuali e situazioni contemporanee, adattando, appunto, elementi e personaggi della storia narrata nel romanzo ad un nuovo racconto, consono all’ottica e alla sensibilità dei due musicisti ebrei americani, nonché dei loro spettatori. E va forse ascritta a merito più generalmente caratteristico della cultura americana questa capacità di reinventare e reinventarsi, di creare qualcosa di completamente nuovo e vivacemente attuale, smottando le zolle di un terreno da tempo assodato, per far sbocciare nuovi germogli. Si guarda al passato come a una fonte di stimoli creativi, piuttosto che ad un’ancora immobilizzante.

Sono riusciti tuttavia gli autori dell’opera in questione a penetrare quella realtà storica, socio-politica, e religiosa, a cogliere la complessità di interazioni pubbliche e private, amorose e intergenerazionali, a veicolare il vissuto di cocenti delusioni e tragedie consumate moralmente prima che fisicamente? L’introduzione di intrecci e implicazioni assenti nel romanzo, la rivisitazione in ottica tipicamente americana della caratterizzazione di alcuni personaggi, e l’omissione di altri importanti elementi contribuiscono davvero a rendere più attuale la performance o non ne stemperano invece il significato e la portata sfociando magari in un “incredibile pasticcio” capace di rievocare la descrizione bassaniana della tomba monumentale troneggiante nel cimitero ferrarese? Interrogativi questi cui ogni spettatore reagirà secondo le proprie inclinazioni e aspettative, e, ancor più, sulla scorta della propria formazione culturale.

L’opera è dedicata alla memoria dei padri degli autori, ebrei di origine ashkenazita.

Il botteghino ha registrato il tutto esaurito per la prima mondiale del 27 gennaio e le repliche si sono protratte fino al 6 febbraio. Il libretto è in inglese, ma contiene molti termini italiani ed ebraici. Autori e produttori non escludono che possa in seguito essere tradotto in italiano per future messe in scena nel nostro paese. Nonostante un certo numero di appunti mossi dalla critica, molti hanno apprezzato la melodiosità ed espressività emotiva di tanti passaggi musicali e la variazione dei generi che trascorrono da tonalità jazz ad evocazioni liturgiche, da caldi accenti quasi pucciniani a dissonanze tonali, adattandosi ai diversi momenti dell’azione melodrammatica rappresentata. La semplicità essenziale della scenografia, se pure arricchita e punteggiata, come si diceva, dalla riproduzione di precisi rilievi fotografici, non può che contrastare con le descrizioni minute di interni quasi ridondanti di oggetti e di particolari, grazie a cui Bassani vivificava gli ambienti per i suoi lettori; ma questo è inevitabilmente legato alla differenza dei generi espressivi. Ha suscitato effettivamente molto interesse e commozione fra il pubblico la storia dei personaggi narrata da un Giorgio, che, come già il protagonista del film, assume il nome che Bassani non aveva voluto assegnargli. Assistendo agli eventi ambientati nel contesto di un antisemitismo tradotto in regime giuridico entro e fuori le mura ferraresi, forse non tutti gli spettatori hanno riscontrato la rilevanza dei temi trattati rispetto ai rischi del clima politico-culturale attuale, secondo la volontà degli autori, ma di certo la materia trattata ha favorito riflessioni e sensibilizzato alla rievocazione storica.

Non sta a me giudicare il valore dell’opera, non possedendo di sicuro la stoffa né l’esperienza di un critico musicale. Né possiamo arguire con certezza quel che Giorgio Bassani stesso avrebbe potuto pensare o desiderare in merito. Il fatto però che il nucleo letterario originario e originale del suo romanzo si traduca in fonte di ispirazione per nuove imprese ne certifica, a distanza di sessant’anni l’indubbia vitalità.

 

Annalisa Di Nola

 

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