MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Italia e UK

Paure

Alisa Ventura

 

In seguito alla vicenda di Venturina di pochi giorni prima della Giornata della Memoria, ho voluto mettere per iscritto e pubblicare il mio vissuto, con la speranza che i nuovi genitori possano fare più attenzione a come parlano di fronte ai propri figli, e che le future generazioni non debbano vivere tali aggressioni. 

Ero così felice quando finalmente ereditai il vecchio cellulare di mia sorella maggiore, finché un giorno arrivò il primo messaggio antisemita, proveniente da un numero anonimo. Tutti lo sanno se sei ebreo in un paesino italiano come quello in cui vivevamo, è inevitabile. Ma prima di allora non mi aveva mai nemmeno sfiorata l'idea che la mia identità fosse una cosa di cui mi sarei dovuta vergognare. Sapevo di avere qualcosa di diverso, per il quale fino ad allora avevo suscitato interesse e curiosità, mai odio. Pensavo che i miei nonni avevano già pagato quel prezzo. La mia salvezza è stata quella di avere fratelli con cui condividere l'identità mista che io per anni ho vissuto come angoscia. Mi ricordo vividamente il senso di vergogna, dispiacere ed incredulità nel leggere quel messaggio. Diceva "Heil Hitler ebrea di m****". Lo cancellai senza esitare, e non lo dissi a nessuno, almeno per un po'. Non volevo dispiacere ai miei genitori, o che si preoccupassero, ma soprattutto non volevo che andassero a parlare con le insegnanti. Era l'ultimo anno delle medie, e prima di quel momento ero fiera della mia diversità. Ci furono in seguito altri messaggi anonimi, saluti romani nei corridoi di scuola, commenti in classe... alcune cose le ho rimosse, ma ricordo bene la profonda disperazione che provavo ogni volta. Cominciai poi a notare le svastiche sui banchi di scuola, venni a sapere che il liceo che frequentava mia sorella era risaputamente pieno di fascisti, e che anche lei aveva subìto un'aggressione antisemita da parte di quella che lei riteneva la sua migliore amica. Tutti e quattro, io ed i miei fratelli, abbiamo vissuto esperienze simili.  Non sapendo più di chi potessi fidarmi, decisi che da quel momento in poi non avrei più parlato del papà ebreo con nessuno al mondo. E se qualcuno lo fosse venuto a sapere avrei detto "sì ma la mia mamma è svizzera e cristiana, e poi non siamo religiosi". Chiesi anche alle mie amiche più care, con cui dalle medie passai al liceo, di non farne parola nella classe nuova. Divenne un segreto angosciante che mi perseguitava. La parola "ebreo" mi faceva rabbrividire se proveniente da persone al di fuori della mia famiglia. Spesso la sentivo usata in modo dispregiativo, che confermava che la mia scelta di non dirlo era giusta. Ricordo che una sera in piazza nascosi il Magen David di mio fratello piccolo dentro la sua maglietta perché i miei amici non lo vedessero. Io smisi di indossare il mio. In quel periodo e per il resto della mia adolescenza, la cosa peggiore che immaginavo potesse capitarmi era che qualcuno potesse scoprirlo. Mi rendo conto, e me ne rendevo conto anche allora, che era una speranza ridicola ed irraggiungibile, data la numerosa famiglia e la popolarità di mio papà, dottore conosciuto, attivo nella sua vita ebraica e aperto sulla sua identità. Se potessi tornare indietro cercherei più supporto, invece di tormentarmi e chiudermi in un guscio di terrore. Un terrore che forse solo in parte era fondato.

Mi ci sono voluti anni di distacco per dar fine alla battaglia interiore che si era creata in me. Quando a 19 anni mi trasferii a Londra quel senso di angoscia cominciò a dissiparsi. L'essere circondata da persone di culture, religioni e provenienze diverse mi consentì di ritrovare il respiro, e cominciare ad esplorare la mia identità senza paura. Per quanto mi sentissi più sollevata ed aperta con le persone che avevo intorno, con amici italiani, vecchi e nuovi, ho continuato a non farne parola. Il dolore che mi era stato causato dal mio paese di nascita era stato troppo forte, e mi sentivo tradita. Mi ci sento tutt'ora, e tutt'ora non mi fido, nonostante sappia bene quante persone hanno messo in pericolo la propria vita per salvare quella di ebrei in fuga, come quella dei miei nonni Edoardo e Miriam, che senza l'aiuto di un numeroso gruppo di italiani avrebbero perso la vita prima di poterla dare a mio padre. 

20 anni dopo mi strugge il pensiero che altri bambini debbano ancora vivere questo odio. Se due ragazzine di 15 anni sono in grado di aggredire un bambino perché ebreo nel 2022 qualcosa deve essere andato seriamente storto nell'autoconsapevolezza del popolo italiano, anch'esso responsabile del genocidio degli ebrei due generazioni fa.

Alisa Ventura

Glasgow, 2 febbraio 2022

 

Eva Romanin Jacur, Onda

 

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