MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Ebraismi

 

Intervista a Carlo Jossef Riva, Presidente Fiep

 

A distanza, a causa del Coronavirus, domenica 6 febbraio si è tenuta l’assemblea annuale della Federazione italiana dell’Ebraismo Progressivo. Un appuntamento particolarmente importante perché oltre a fare il punto sull’andamento del movimento progressivo e sulle sue prospettive, l’ordine del giorno prevedeva l’elezione del nuovo gruppo dirigente destinato a sostituire nei prossimi tre anni quello che, fin dalla fondazione ha gestito la Federazione che associa le cinque comunità progressive attive in Italia.

Per questo ogni comunità, dopo aver indicato i tre suoi rappresentanti che faranno parte del nuovo consiglio direttivo, ha inviato all’assemblea cinque delegati a cui è spettato il compito di votare il nuovo presidente e il segretario della Fiep. E il risultato ha portato Carlo Jossef Riva di Lev Chadash alla presidenza e Fabio Benjamin Fantini di Beth Hillel alla segreteria.

Carlo Jossef Riva, 73 anni il 24 febbraio, giornalista, tra i fondatori di Lev Chadash, di cui è stato presidente negli ultimi nove anni, prende il testimone da Franca Coen e Joyce Bigio che hanno guidato la Fiep dalla fine del 2017.

 

Ritiene soddisfacente l’esito dell’assemblea anche se non ha potuto svolgersi in presenza?

Abbiamo fatto di tutto per cercare di riunirci fisicamente, ma l’Omikron si è messo di mezzo e non potevamo rinviare ulteriormente l’appuntamento. Ad ogni modo, anche se costretti ancora davanti a un monitor c’è stata una partecipazione non solo numerica ma emotivamente importante. Merito anche dei contributi di rav Joel Oseran della comunità romana Beth Hillel, del chazan Evan Kent della milanese Bet Shalom, delle rabbine Ariel Friedlander della comunità bolognese Or’Ammin e Silvya Rothschild di Lev Chadash e del nascente gruppo bergamasco e bresciano Har Sinai, come la studentessa rabbina Martina Yehudit Loreggian. Purtroppo non ha potuto essere presente rav Leigh Lerner di Shir Hadash Firenze, ma lo spirito toscano è stato ben rappresentato dalla partecipazione del professor Bruno Di Porto, che ha lavorato per la Riforma ancor prima della nascita delle attuali comunità.

Infine non è stato affatto rituale l’intervento di Sonja Guenter, chiar dell’European Region della World Union for Progressive Judaism, l’organizzazione che a livello mondiale riunisce 1,2 milioni di ebrei progressivi in più di 1250 congregazioni di oltre 50 Paesi, di cui la Fiep e le sue comunità fanno parte. Sonja ha parlato del consolidato rapporto con la Commissione della Ue, anche in relazione alla nostra rappresentanza, alla difesa dei diritti umani, all’impegno comune contro l’antisemitismo.

Franca e Joyce hanno davvero lavorato molto bene, costruendo una solida base da cui noi potremo partire per sviluppare ulteriormente l’ebraismo riformato. Non c’è dubbio che la Fiep ha dato una notevole mano alla crescita delle comunità.

Lo sviluppo dell’ebraismo progressivo in Italia è un fenomeno relativamente recente: da quanto tempo esistono le vostre comunità? Qual è la loro consistenza numerica?

In Italia alcuni tentativi di costruire un gruppo che si richiamasse all’ebraismo progressivo erano stati fatti a Firenze negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nacque anche un giornale. Purtroppo, il tentativo non decollò. Probabilmente il contesto era molto diverso da quello in cui ci siamo mossi quando abbiamo iniziato, nel 1999, con il supporto del compianto rav David Goldberg. Dopo i primi passi, nel 2001 sono nate Lev Chadash e Beth Shalom: in 22 anni ci siamo consolidati e sono nate altre comunità, tra cui a Roma Beth Hillel, la più grande numericamente. Le comunità aderenti alla Fiep hanno appena superato complessivamente i 700 iscritti. E molti di più sono quelli che partecipano alle nostre attività. Una dimostrazione la si è avuta con il successo di numerose delle iniziative anche culturali, soprattutto i corsi, organizzati durante la pandemia. La difficile esperienza del Covid non ha disgregato le nostre comunità, ma le ha rafforzate.

Quali sono i punti più rilevanti del suo programma?

A parte gli aspetti organizzativi – tra l’altro, come ho anticipato all’assemblea, alla prima riunione del consiglio direttivo proporrò che Daniela Gean, presidente di Beth Hillel, divenga vice presidente della Fiep – ritengo che il movimento riformato debba muoversi all’insegna del pluralismo religioso, dell’accoglienza e dell’inclusione sempre manifestando l’orgoglio di essere ebrei progressivi. Dobbiamo farlo democratizzando ulteriormente le nostre strutture e dimostrando nei fatti, nella vita di ogni giorno, che il nostro non è un ebraismo ‘leggero’, come affermano caricaturizzandolo quanti – e purtroppo sono ancora molti anche tra i nostri interlocutori nell’ortodossia – non conoscono affatto l’ebraismo progressivo. Per questo dobbiamo affermarci come una corrente dell’ebraismo che si richiama alle fonti e alle tradizioni, davvero in sintonia con quella che è la pratica ebraica storica italiana. Sicuramente, un’ulteriore mano ce la potrà dare una nuova generazione di rabbini di lingua italiana. Per cui ritengo importante che la Fiep supporti le sue comunità nei loro sforzi di studio e formazione, ma non solo in ambito religioso. Dobbiamo formare nuovi leader comunitari. Ma è decisivo che, se davvero vogliamo essere ebrei progressivi, dobbiamo proporci singolarmente e come comunità, con i nostri valori ed essere una presenza attiva nella società che ci circonda. Una presenza viva da esprimere tra l’altro a livello culturale e sociale, nel dialogo interreligioso, oltre che realizzando e partecipando a progetti di Tikkun Olam.

Come giudica i rapporti con l’Ucei, con cui avete aperto un Tavolo di consultazione?

Ritengo che il confronto con l’Ucei debba continuare. Oltretutto, è un importante e necessario momento di conoscenza reciproca. C’è da capire, però, in che modo sia possibile realizzare nel concreto le collaborazioni che gli stessi rappresentanti dell’Unione ci hanno prospettato fin dall’inizio del confronto. A livello di comunità finora si è concretizzato solo il punto riguardante la sicurezza: a Milano le nostre comunità rientrano nei piani della Cem [Comunità Ebraica di Milano]. Ma per il resto, non ci sono grandi progressi. Ci è stato proposto di collaborare sul piano culturale, per la memoria e la lotta all’antisemitismo e all’antisionismo, ma le nostre comunità ricevono sonori no ogni qual volta presentano loro progetti per la Giornata europea della cultura ebraica o per il 27 gennaio. C’è sempre qualche motivo per non essere accettati.

È possibile che i problemi siano legati allo status di molti vostri aderenti, non riconosciuti ebrei secondo criteri halakhici.

Non ne capisco le ragioni. Anche al Tavolo di consultazione, fin dalla prima riunione siamo stati sempre molto chiari: noi non chiediamo assolutamente un riconoscimento religioso, ma vogliamo essere rappresentati come ebrei nei confronti dello Stato italiano. Paradossalmente lo siamo in Israele, dove un convertito da un Bet Din progressivo aderente alla World Unjon for Progressive Judaism può chiedere e ottenere la cittadinanza israeliana. Con la sentenza della Suprema Corte lo Stato israeliano ora riconosce anche le conversioni conservative e riformate effettuate in Israele. Ci sono molti membri delle nostre comunità che hanno fatto l’aliah e i nostri rapporti con il ministero della Diaspora israeliano sono eccellenti.

Ci accusano di voler dividere l’ebraismo italiano. Oltre che sbagliato, è colpevolmente fuorviante affermarlo. A differenza di quanti nella pratica continuano a frammentarlo, noi vogliamo arricchirlo, collaborare a mantenerlo vivo e svilupparlo in nome del pluralismo che storicamente ha caratterizzato l’ebraismo non solo in Italia. Oltretutto, moltissimi dei nostri iscritti appartengono anche alle comunità aderenti all’Ucei. E tanti altri delle comunità tradizionali si rivolgono a noi per risolvere situazioni che consentano alle loro famiglie di mantenere un’identità ebraica e trasmetterla. Vale, per esempio, per bar e bat mitzvah, fino alle sepolture.

Quindi come pensate di risolvere il problema della rappresentanza?

Leggendo alcuni scritti e ascoltando alcuni suoi ultimi interventi, il professor Giorgio Sacerdoti, uno dei padri dell’Intesa tra Ucei e lo Stato italiano, afferma in pratica che l’Unione – ho qui i suoi articoli e posso citarlo – “è l’ente rappresentativo della confessione ebraica nei rapporti con lo Stato e per le materie di interesse generale dell’ebraismo” e “cura e tutela gli interessi religiosi degli ebrei in Italia”. Di conseguenza, a suo parere “la ‘confessione ebraica’ è unica nella realtà dell’ebraismo contemporaneo, pur nella varietà delle sue principali correnti, e unica l’ha considerata lo Stato italiano in sede di Intesa”. Al di là di mie interpretazioni, credo veramente che ci sia largo spazio per trovare soluzioni che possano soddisfare le nostre esigenze, senza dover esplorare, per ottenere lo stesso risultato, le possibilità giuridiche offerte dal sistema italiano e internazionale.

 

Carlo Jossef Riva

 

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