MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Letteratura

 

Rinchiuso?

Emilio Jona

“Tre volte il fe' girar con tutte l'acque,

Alla quarta levar la poppa in suso

E la prora ire in giù, come altrui piacque...”

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani io e lui potremmo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli, nel Medioevo, del così umano e necessario e pur inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto soltanto ora, nell'intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere qui oggi...

Siamo ormai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata degli Essenholer degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle.”Kraut und Rüben?” “Kraut und Rüben.”

Si annuncia ufficialmente che la zuppa oggi è di cavoli e rape: “ Choux et navets” “Kaposzta és répak.”

“Infin che il mar fu sopra noi richiuso.”

 

Sono le parole con cui si chiude “Il Canto di Ulisse”, un capitolo famoso e ampiamente studiato di Se questo è un uomo. Sono tratte dalla sua prima edizione, quella di De Silva nel 1947, la piccola casa editrice di Franco Antonicelli, che ne aveva immediatamente compreso l'importanza documentaria e la grandezza letteraria. Va ricordato che Silvio Ortona nel corso del 1946 ne aveva già pubblicato cinque capitoli su L'amico del popolo organo del Partito Comunista di Vercelli, mentre era stato rifiutato da grandi editori. Il libro ebbe scarsa attenzione nella critica e modesta diffusione tra il pubblico, delle 2500 copie stampate se ne vendettero circa la metà, le altre finirono nei magazzini di Firenze di Vallecchi e andarono perdute nell'alluvione del 1966. Einaudi ripubblicò il libro nel 1958 e da allora, sia pur con un'iniziale lentezza, cominciò la sua immensa, meritata fortuna.

Vorrei soffermarmi solo sull'ultima parola dell'ultimo verso di Dante che chiude il capitolo dove, nel 1947, la parola RICHIUSO, cioè chiuso nuovamente, appare quest'unica volta nella corretta lezione dantesca, perché in tutte le edizioni successive essa muta e diventa RINCHIUSO, cioè segregato, imprigionato. Lo aveva rilevato molti anni orsono Luca Baranelli, uno dei più attenti redattori einaudiani, e ne fece cenno Tommaso Munari che riscontrò che l'originario dattiloscritto leviano portava il refuso “rinchiuso”, che Antonicelli aveva corretto nell'esatta lezione di Dante. Il fatto che dal 1958 in avanti sia stato sempre mantenuto questo presunto refuso ha dato luogo a varie interpretazioni. Alberto Cavaglion lo considera un lapsus, eliminato nella prima edizione e ristabilito in quelle successive, come se le intemperanze della memoria siano perdurate, sia pur a livello inconscio, negli undici anni che separarono la prima edizione da quella successiva. Cesare Segre si limita a dare per scontato che “rinchiuso” è la conseguenza di un citare a memoria ed è la lacuna tipica di un ricordo parzialmente cancellato, che è insieme altissima voce d'umanità e riferimento all'inferno che ha inghiottito i protagonisti. Giovanni Tesio, che a lungo si è occupato del “fragile alfabeto della memoria”, considera questo passaggio come una deroga deliberata alla lezione dantesca, legittimato dallo sforzo del ricordare “ tenacemente perseguito” e “ plausibilmente difettivo”. Pier Vincenzo Mengaldo dedica un lungo capitolo al Canto di Ulisse in cui mette in luce il montaggio non lineare dei versi danteschi insieme alla fatica del ricordare e ai buchi della memoria sino a quel rinchiuso, chiusura spaziale invalicabile in cui è costretto il recluso, colui che è sommerso e non salvato.

Vorrei solo aggiungere a queste puntuali considerazioni quelle di un semplice ma appassionato lettore. Per quanto mi risulta non vi sono tracce di come siano andate le cose, ma è plausibile pensare che entrambe le vicende, quella della presenza del refuso nel dattiloscritto nel 1947 e quella del suo ripristino in tutte le edizioni successive, siano state volute da Levi. Levi nel 1947 non poteva non aver riscontrato qual era la corretta lezione dantesca, ma aveva preteso che prevalesse la sua memoria e la sua lettura concentrazionaria, accettando poi, non sappiamo se a fatica, il ripristino di Antonicelli della lezione dantesca. Non mi è stato possibile consultare l'archivio di Einaudi, ma, avendo conosciuto i redattori di quegli anni, tengo ad escludere che si sia trattato di un refuso, mantenuto poi in tutte le edizione successive come fosse una citazione autentica di Dante. È ragionevole pensare che Levi, undici anni dopo, nella sua autorevolezza di scrittore, abbia voluto che fosse ripristinata la sua lettura originaria. Nel 1947, nel 1958 e in ogni successiva edizione non si è trattato quindi né di un refuso, né di un lapsus, ma di una scelta deliberata e consapevole dell'autore. È evidente che originariamente è avvenuto uno scarto della memoria nello sforzo dichiarato di far capire a Pikolo la forza salvifica delle terzine dantesche nel contesto di un campo dello sterminio. Per questo, sopravvissuto e chiamato a ricordare e a raccontare, Levi aveva deliberatamente ripristinato la sua lezione concentrazionaria di un mare come definitiva prigione. Mi piacerebbe pensare che il mite implacabile testimone abbia voluto che il Canto di Ulisse fosse irrevocabilmente ricordato così dai suoi lettori di oggi e di domani come l'autentico Dante nell'inferno di Auschwitz.

Emilio Jona

Eva Romanin Jacur,
Ritratto psicologico di Michele

 

Share |