MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Storie di ebrei torinesi

 

 

Daniela Fubini

Intervista di Anna Segre

 

Daniela Fubini è nata e cresciuta a Torino, ha lavorato a New York per alcuni anni e poi è arrivata in Israele nel 2008. Si occupa di comunicazione e dopo un decennio a Tel Aviv vive da qualche anno in un moshav.

 

Com'era la tua conoscenza dell'ebraico prima della tua alià?

La definirei una conoscenza ad orecchio, prevalentemente musicale. Grammatica pochissima, agio con l'ebraico scritto vicino allo zero, ritornelli di canzoni e musica da tempio invece molto presenti. Solo dopo l'alià ho capito che le canzoni che sapevo a memoria avevano dei testi spesso di un certo spessore, addirittura politici, e questo senza entrare nel "Shir HaPalmach" e altre marcette militari che prima di studiare davvero cantavo senza sapere che cosa cantavo. Ancora meno sapevo che tutte le canzoni dei libretti che giravano nei miei anni Ottanta, gli anni per me della formazione, erano emanazione della Sochnut, l'Agenzia Ebraica, e che quindi non era un caso che emanassero sano idealismo sionista, portatore di nuovi pionieri e affini. Quanto ai canti sinagogali, si sono rivelati utilissimi per far colpo sugli israeliani, che al tempio più che altro leggono, e parecchio rapidamente. 

La scuola ebraica ti è stata utile per imparare l'ebraico?

Al contrario di quanto scritto qui sopra, in realtà si. Perché non saprei altrimenti come spiegare la relativa facilità con la quale l'ebraico mi è ritornato a galla nei cinque pur durissimi mesi dell'ulpan. Evidentemente qualche cosa di nozionistico era rimasto attaccato nella corteccia cerebrale, e solo con lo studio attivo ho potuto mettere tutto in uso, insieme a quello che studiavo man mano in classe.
Quanto ti senti a tuo agio con l'ebraico adesso?

Sono in Israele da 13 anni ormai, ma già dopo un paio d'anni ho iniziato a sentirmi a mio agio nel parlato. Ha aiutato molto il fatto di aver scelto di non chiudermi nel mondo degli immigrati: troppo facile vivere la vita in inglese o francese, cosa del tutto possibile almeno nei grandi centri. Volevo una alià completa, e la completezza passava attraverso la facoltà di comunicare senza troppa fatica nella lingua locale. L'ebraico scritto è rimasto invece nella lontana periferia della mia comunicazione.
Secondo te oggi tra gli ebrei italiani l'ebraico è più conosciuto di un tempo?

Non credo, a meno che non abbiate tutti visto Fauda e Schtisel senza sottotitoli. Credo che come da sempre sappiano di più l'ebraico gli ebrei che sono andati alla scuola ebraica, meglio ancora se a Milano o a Roma, dove c'è la possibilità di studiare per più anni complessivamente.

A tuo parere cosa si potrebbe fare per migliorare la conoscenza dell'ebraico tra gli ebrei italiani?

Metterli a studiare, semplicemente. I metodi possono esser molti, dallo studio in classi a quello fatto online. Ma si possono anche organizzare fine settimana di studio, per esempio, dove invece di studiare le fonti, spesso tradotte, ci si concentra su grammatica, radici dei verbi, vocaboli dell'ebraico moderno. Il problema non è tanto tecnicamente come migliorare la conoscenza della lingua, ma come convincere gli ebrei italiani che sapere l'ebraico è importante. Senza ebraico, si leggono preghiere spesso senza sapere che cosa si sta dicendo e perché, e ci si preclude la possibilità di sentirsi più naturalmente vicini ad Israele. Sul tema del filtro, su quanto sapere l'ebraico avvicini le diaspore tutte ad Israele, dovrebbe essere proprio Israele secondo me a impegnarsi con fondi massicci e eserciti di insegnanti, armati di matite rosse e blu, e di moltissima voglia di lavorare, perché siamo tutti d'accordo, credo: il lavoro non manca.

Intervista di Anna Segre

 

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