MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Storie di ebrei torinesi: l'ebraico

 

 

Ruth Mussi e le madrilingue

Intervista di David Terracini

 

Questa intervista ha avuto luogo per telefono, causa covid. Non in video, perché non avrei potuto registrare (non ne sono capace). Se anche avesse avuto luogo in presenza, si sarebbero perse le espressioni del viso, causa mascherina. Un disastro. Qui per iscritto non posso nemmeno far sentire l’ombra di lieve accento israeliano che le è rimasto, che comunque le serve per trasmettere naturalmente ai suoi allievi l’ebraico parlato. L’accento è importante. Io, che sono l’ultimo della classe all’Ulpan ma l’accento l’ho imparato bene, quando parlo ebraico vorrei essere scambiato per israeliano…

 

Com’è che sei venuta in Italia?

Sono venuta nel ‘98 col progetto ‘Arevim, (che significa garanti). Il termine deriva dal versetto talmudico che dice: Tutti i membri del popolo d’Israele sono garanti l’uno per l’altro. Il progetto è promosso dall’Agenzia Ebraica in accordo con le Comunità, che manda studenti da Israele nella Golà per rafforzare i legami tra Eretz e la diaspora. Un unico popolo. Il mio compito non era solo quello di trasmettere la cultura israeliana insegnando l’ebraico, ma anche di trasmettere al mio Paese la cultura della diaspora. Allora erano tempi diversi, perché non c’era il covid, a Torino facevo un po’ il jolly: intrattenevo gli anziani della casa di riposo con la chitarra e giochi di società, o stavo coi bimbi della scuola che correvano nei corridoi della Comunità cantando in ivrit, o lavoravo coi ragazzi del GET (allora CGE, Centro Giovanile Ebraico) e con gli studenti israeliani. Alla scuola ho insegnato ebraico per 15 anni.

Ma tu sei anche tornata in Israele…

Sì, con Edoardo, mio marito, siamo stati là due anni, dal 2017 al 2019 con i nostri tre bambini, che allora avevano 5, 7 e 9 anni. In due anni hanno migliorato l’ebraico a meraviglia, e ti garantisco che se tu vai là anche solo un mese e mezzo lo impari alla perfezione… (a condizione che non passi il tempo a parlare con i parenti israeliani in italiano!).

Quando siamo tornati avevo lasciato la cattedra di ebraico in Comunità: ho insegnato ancora un anno alla scuola ebraica come supplente. Ora faccio solo un’ora di ebraismo alla settimana e faccio altro…

Cioè?

Fornisco la mia attività di docente libera professionista di lingua e cultura ebraica per la Comunità (l’Ulpan), per l’UCEI e per altri enti nel mondo…

Nel mondo?

Sì, insegno anche via Zoom in una scuola internazionale di Gerusalemme per chi fa un percorso ufficiale di ghiur , la conversione all’ebraismo. Ho allievi in Brasile, Svizzera, Olanda e fino a poco tempo fa anche in Australia. Con loro parlo anche l’inglese, che conosco bene. Sono molto impegnata. E poi ho le 54 donne, progetto cui sono affezionata e di cui sono molto orgogliosa, come fosse il mio baby.

54 donne? Cos’è? È una tua invenzione?

Sì, in realtà adesso siamo 105, tutte di Torino e dintorni. Ci incontriamo via WhatsApp. A turno ciascuna di noi commenta la parashà della settimana con un intervento personale, legato anche ai commenti classici, ma soprattutto alla sua esperienza di vita, idee, valori, interessi e passioni, dopo aver studiato l’argomento. Non sono lezioni ex cathedra, ma coinvolgono tutte nell’apprendimento, secondo una modalità di studio della Torah molto diffusa in Israele, anche in ambienti ortodossi. Questa è la Torah di Eretz Israel: la porta per entrare, studiare, partecipare, proporre una lettura originale ed attingere da essa un insegnamento o una morale per la vita – è aperta a tutte e a tutti. Non devi essere un rabbino o definirti “religioso” per farlo. Devi semplicemente sentire che la Torah è tua come è per tutti noi.

È un metodo ancora poco in uso in Italia.

Penso che per poter essere a “casa propria” con la Torah e con la nostra cultura, gli ebrei italiani devono sapere l’ebraico, tutti, non solo chi si definisce religioso. Ma non solo in Italia. La lingua riflette anche una scala di valori. Faccio un esempio: in ebraico crisi si dice mashber, che è anche la sedia della partoriente. Vuol dire che la crisi in ebraico non è solo uno squilibrio traumatico come in italiano, ma è un’occasione di rinascita, un sollievo, una forza! Un altro esempio: la parola tzedakah in italiano viene tradotta carità, che deriva da caro, un moto di amore, ma in ebraico vuol dire giustizia:  per l’italiano fare la carità è un gesto pietoso, per l’ebreo invece è un dovere, lo devi fare anche se non provi amore o pietà per chi riceve. La tua lingua riflette le basi della tua cultura ed è per questo che l’ebreo è obbligato a conoscere l’ebraico.

Correggimi se sbaglio. L’ebraico per la maggior parte degli ebrei in passato era la lingua delle preghiere. In maggioranza lo si recitava quasi come una filastrocca. Si conosceva in linea di massima l’argomento del pezzo, ma non se ne conosceva il significato parola per parola.

Questo è vero, e con la Haskalah (il movimento dell’illuminismo ebraico) e la nascita dello Stato di Israele si è compiuto un vero miracolo, è rinata la lingua. Ma non è vero che l’ebraico fosse totalmente sconosciuto come strumento di comunicazione. I commercianti ebrei che giravano il mondo tra loro si intendevano parlando ebraico: nel libro Viaggio alla fine del millennio di Yehoshua, ambientato attorno all’anno mille, due cugini, l’uno di origini marocchine, l’altro di origini tedesche, hanno in comune il siddur, la tefillah e riescono a comunicare in ebraico.

Gli ebrei hanno girato per tutta l’Europa e il Medio Oriente. Tu dove sei nata?

Sono nata a Holon nel 1973. La mia mamma si chiama Sasson, un nome di famiglia ebraico dell’Irak, l’antica Babilonia. Mio papà ha fatto l’alià dall’Iran, l’antica Persia, quando aveva cinque anni. La mia mamma in famiglia in Irak parlava l’arabo, mio papà invece in Iran parlava, e parla ancora, una lingua rarissima, il Nash didan (la lingua di noialtri) che è un neo-aramaico, la lingua del Talmud. In Israele i miei genitori tra loro e con noi figli parlavano ebraico. Dalla fondazione dello Stato in Israele parlare ebraico era il bon ton. Erano disprezzate le altre lingue, specialmente quelle degli ebrei provenienti da paesi arabi. Io rimpiango moltissimo di non avere appreso l’arabo e l’aramaico. Oggi invece tra gli intellettuali c’è un ritorno molto orgoglioso alle lingue parlate dai nonni nelle varie terre di origine: l’aramaico, l’arabo, l’yiddish ecc. Gli ebrei irakeni sono probabilmente gli eredi dei deportati in Babilonia dopo la distruzione del primo Tempio. L’ebraismo irakeno è gioioso, aperto, privo di barriere. Per lo Shabbat in casa dei miei nonni arrivavano frotte di parenti, chi in macchina, chi a piedi da molto lontano, alcuni religiosi, altri meno, ma ciascuno era accettato per quello che era. I miei avi materni dall’Irak hanno fatto l’alià alla fine degli anni ’40 perché sionisti e a causa delle persecuzioni scoppiate in Irak contro gli ebrei, il Farhud. La famiglia di mio papà è arrivata in Israele dall’Iran per motivi economici, un anno o due prima della fondazione dello Stato. L’ebraismo iraniano, a mio avviso, è molto più “aristocratico” di quello irakeno, più elegante e posato, meno “rumoroso”. Ho la fortuna di aver vissuto entrambi. Forse gli ebrei iraniani sono gli eredi della regina Ester. Secondo alcuni sono arrivati ancora prima, già nell’8° secolo a.e.v., esiliati dalla terra di Israele dagli Assiri. Queste sono state le tue origini del passato. Dimmi cosa intendi fare nel futuro.

Questi ultimi due anni mi hanno insegnato che il futuro è assolutamente imprevedibile. Prima del covid si poteva programmare. Oggi no. Certo, mi piacerebbe tornare a vivere in Israele, con la mia famiglia, e lo farò, se Dio vuole, ma chissà quando?

 

Intervista di David Terracini

 

 

 

Ruth Mussi con i libri dell'Ulpan

 

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