MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Storia e memoria

 

 

 

Evelina Valabrega e i suoi bambini

Daniela Cosetta Levi ed Eva Vitali Norsa

 

Da una ricerca sulla lapide dei deportati al Cimitero di Torino in base ad alcune carte dell’Archivio Terracini e a Il libro della memoria di Liliana Picciotto, è sorto l’interesse per la storia della famiglia Valabrega-Jachia, di cui nessuno dei Valabrega della Comunità sembrava avere notizie. Il nucleo familiare risultava composto da Evelina Valabrega, vedova Jachia, nata a Torino nel 1907, dai suoi quattro bambini (Pasqua del 1932, Anselmo del 1934, Ercole del 1936, Ida del 1937), da sua madre Ida Moresco in Valabrega, nata a Livorno nel 1877, e dai suoi due fratelli, Anselmo del 1902 e Umberto del 1914.

All’Anagrafe di Torino abbiamo ritrovato l’atto di morte e il bollettino necroscopico del marito di Evelina , Salvatore Jachia, nato a Torino nel 1904 , ricoverato all’Ospedale S.Giovanni il 3 gennaio 1942 e morto a soli 38 anni per insufficienza cardiaca il 13 febbraio 1942. La sua tomba, coperta da piante ed erba ed in stato di abbandono, si trova nel cimitero israelitico 6, campo E, n.21.

In base agli elenchi del censimento ebraico pubblicati dall’Archivio Storico della Città di Torino è stato possibile ricostruire l’albero genealogico della famiglia da cui risulta che Guglielmo, uno dei cinque fratelli di Evelina, aveva avuto tre figli, tra cui Bruno che lavorò per molti anni nella Comunità ebraica di Torino.

Abbiamo così contattato Ester Valabrega, figlia di Bruno, che ci ha fornito una foto di Evelina e di Umberto e un’annotazione del padre ma che non ha mai saputo come e perché Evelina con la mamma Ida, il fratello Umberto e i quattro figli piccoli arrivò fino a Montagnana, vicino a Padova, dove furono tutti catturati.

Attraverso la successiva consultazione del fascicolo relativo ad Evelina Valabrega presso l’archivio dell’EGELI (L’Ente gestione e liquidazione immobiliare istituito con le leggi razziali del 1938 per curare la gestione e liquidazione dei beni ebraici espropriati) è risultato che la giovane vedova con i quattro bambini, il fratello Umberto e la madre vivevano in affitto in via Baretti 31 in un alloggio di ballatoio molto modesto al terzo piano. L’elenco dei beni confiscati nel 1943 è terribile: una carrozzina senza una ruota, piatti rotti, mobilio rovinato. La povera Evelina nei documenti compare ora come casalinga ora come cameriera, il fratello come fattorino disoccupato; certo una famiglia che viveva in gravi ristrettezze economiche. In una lettera all’istituto San Paolo in data 3 maggio 1944 la proprietaria Angiolina Musso Rossi lamenta che Evelina Valabrega si è allontanata senza pagare l’affitto di gennaio, febbraio e marzo.

Pertanto, pur avendo pagato l’affitto del mese di dicembre, forse verso i primi del mese di dicembre 1943, Evelina con i fratelli Umberto, Anselmo, Guglielmo e le loro famiglie partirono da Torino in treno per Trieste, come risulta dalla memoria del nipote Bruno Valabrega, consegnataci dalla figlia Ester. Vicino a Milano il treno si fermò per un bombardamento, Guglielmo e famiglia riuscirono a fuggire e ritornare a Torino e si salvarono nascondendosi presso dei conoscenti. Anselmo, arrestato a Milano, detenuto a San Vittore poi a Fossoli, deportato da Verona il 2/8/1944 ad Auschwitz , morì a Mauthausen il 20/11/1944.

Evelina con la mamma Ida, il fratello Umberto e i quattro figli arrivò a Montagnana, vicino a Padova, il 13 dicembre 1943 e qui si stabilì in via Decima n.3.

Consultando Internet abbiamo scoperto che la seconda classe del Liceo classico di Montagnana aveva già svolto un’approfondita ricerca in merito: consultando oltre a varie altre fonti anche l’Archivio storico del Comune di Montagnana e il Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Padova, aveva prodotto un pregevole opuscolo e aveva ottenuto la posa di pietre d’inciampo ufficiose nella piazzetta antistante il Municipio di Montagnana il 27 gennaio 2021. Grazie a questo opuscolo, ora depositato nella Biblioteca Artom, abbiamo potuto proseguire la ricerca.

Il 15 dicembre 1943 il Podestà di Montagnana scrive alla prefettura di Padova che “la famiglia di ebrei sfollati da Torino non possiede né beni mobili né immobili e ha finora vissuto dei soccorsi corrisposti dalla Comunità israelitica di Padova”. Purtroppo nella Comunità di Padova non si sono trovati documenti relativi a questo periodo

Il 20 dicembre 1943 la Tenenza di Montagnana, legione territoriale dei Carabinieri di Padova, comunica alla Questura di Padova che una famiglia di sfollati da Torino risiede dal 13 dicembre in Montagnana, via Decima 3, elencandone tutti i componenti.

La notte tra il 23 e il 24 dicembre 1943 tutti vennero arrestati dalla Guardia nazionale repubblicana e portati al campo di concentramento di Villa Contarini Giovanelli Venier a Vo’ Vecchio che funzionò per circa sei mesi fino ad ospitare 47 ebrei, prevalentemente padovani. La seicentesca villa, che serviva come casa estiva delle suore, era stata individuata nel dicembre 1943 come luogo di concentramento degli ebrei della zona; la direzione del campo era affidata a personale di polizia italiano mentre le suore si occupavano della gestione della cucina.

Nella splendida cornice di questo edificio e del suo parco, che oggi ospita matrimoni (!), la vita doveva essere molto dura per i prigionieri, che soffrivano per la fame e il freddo, pur godendo, almeno all’inizio, di una certa libertà di movimento.

Nell’archivio parrocchiale di Vo’ Vecchio si conserva una memoria del parroco don Giuseppe Raisa che ricorda: “Tra gli internati vi erano persone di varie età e condizioni sociali. Uomini e donne, gioventù maschile e femminile, tre fanciulli dai 7 ai 10 anni [In realtà erano quattro, tra cui Ida Jachia di anni 6] figli di una vedova poverissima, macilenti, mal sviluppati”

 Il 17 luglio 1944 tutti gli ebrei presenti nel campo furono trasferiti dai tedeschi su due camion a Padova e il campo smantellato.

Sempre Don Raisa scrive: “Prima di partire gli hanno tolto tutto, anelli, soldi, orologi, tutto quello che avevano addosso. Anche i vestiti. Hanno detto che quello che avevano addosso bastava. Hanno fatto l’appello. E poi via con i camion”. Le donne e i bambini furono rinchiusi nel carcere dei Paolotti, gli uomini nella casa di pena di piazza Castello. Vi rimasero due giorni, poi nella notte due camion, uno per gli uomini, l’altro per le donne e i bambini, li condussero a Trieste nella Risiera di San Sabba e da qui il 31 luglio partirono (convoglio T33) diretti ad Auschwitz dove arrivarono il 3 agosto. Dei 47 ebrei internati a Vo’ solo 3 sopravvissero, tra cui una donna, Sylva Sabbadini , che lascia testimonianza della morte dei bambini e della nonna all’arrivo ad Auschwitz. Evelina e suo fratello Umberto non subirono la selezione subito ma morirono in luogo e data ignoti.

In loro ricordo abbiamo fatto domanda per far porre delle Pietre di Inciampo a Torino, in via Baretti 31, l’ultima dimora dove la famiglia Valabrega-Jachia aveva vissuto libera.

Daniela Cosetta Levi ed Eva Vitali Norsa

 

 

Evelina Valabrega e Umberto Valabrega

 

Villa Contarini a Vò Vecchio (PD)

 

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