MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Lettere

 

 

 

Olocausti da non dimenticare

Alberto Bertone

 

Ancora una volta il Giorno della Memoria ci ha ricordato le vittime dell’Olocausto. Sarà sempre più difficile, per quei pochi revisionisti che rimangono, dimostrare che non è avvenuto, anche perché le celebrazioni ne hanno enfatizzata la pluralità.

 Il ricordo degli ebrei deportati, in primo luogo, ma anche l’esposizione mediatica di quella bacheca alla quale da 17 anni siamo stati abituati. Una serie di Triangoli di vario colore, nero, marrone, rosa, viola, a rammentarci le categorie, spesso dimenticate, incluse nella strategia dello sterminio: rom, disabili, omosessuali, testimoni di Geova.

Questi ultimi si rifiutavano di fare il saluto hitleriano, di prendere parte ad azioni razziste e violente o di arruolarsi nell’esercito tedesco. Inoltre, fin dalla seconda metà degli anni Trenta, nelle loro pubblicazioni a diffusione internazionale identificarono apertamente i mali del regime, incluso ciò che stava accadendo agli ebrei in tutta Europa. D’altra parte vi sono testimonianze che questi ultimi protessero i Testimoni, in più di un’occasione, in una sorta di mutuo soccorso. (Si veda L’INCONTRO, giugno 1999, “Durante la persecuzione nazista…”, di Matteo Pierro).

Dei circa 35mila Testimoni presenti nell’Europa occupata dai nazisti, più di un terzo subì una persecuzione diretta. La maggior parte fu arrestata e imprigionata. Centinaia di bambini furono affidati a famiglie naziste e ragazzi mandati nei riformatori. Oltre 4mila furono deportati nei campi. Si stima che ne morissero 1.600, di cui 370 per esecuzione capitale: prevalentemente giovani obiettori di coscienza.

Primo Levi ha dedicato un pensiero ad alcune minoranze internate: «Sacerdoti cattolici o riformati, rabbini delle varie ortodossie, sionisti militanti, marxisti ingenui o evoluti, Testimoni di Geova, erano accomunati dalla forza salvifica della loro fede». (I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986, p. 118) .

La scrittrice torinese Cristina Siccardi ha raccontato in suo libro un caso poco conosciuto, quanto singolare. Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III fu arrestata a Roma il 23 settembre del 1943, per ritorsione contro i Savoia in seguito dell’appoggio dato all’armistizio dell’8 settembre. Deportata a Buchenwald, con lo pseudonimo di Frau von Weber, le fu assegnata un’aiutante: Maria Ruhnau, una bibelforscher lì internata. Attraverso lei, le SS speravano di raccogliere informazioni confidenziali sulla famiglia reale. Maria Ruhnau fu per Mafalda l’amica che le adattò i vestiti recuperati nel campo, alla quale cedette le sue scarpe e stette accanto fino alla fine. La principessa si affezionò talmente a lei che prima di morire, il 28 agosto 1944, le lasciò in dono l’orologio che teneva al polso, in seguito sequestratole dal medico del campo. (Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald, Paoline, 1999, pp. 257-272).

 Quasi tutti sappiamo chi era Mafalda di Savoia. Quasi nessuno sa chi era Maria Ruhnau, così come non sappiamo i nomi di tutti coloro che rischiarono la vita per proteggere gli ebrei. La resistenza nonviolenta della gente comune di fronte al razzismo, al nazionalismo estremo e alla violenza offre, comunque, un motivo di riflessione in occasione di ogni Giorno della memoria.

     Alberto Bertone

bertonealberto1@gmail.com

 

 

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