MARZO 2022 ANNO XLVII-232 ADAR 5782

 

 

Libri

La scuola del silenzio
Per un profilo di Isacco Artom

Giorgio Berruto

 

Non è stato un sognatore politico, Isacco Artom, e certamente non è stato un rivoluzionario. È stato, piuttosto, un servitore dello stato costante, rigoroso e cauto negli oltre venti anni trascorsi prima come segretario particolare di Cavour e poi da diplomatico del regno nelle principali capitali europee. Silenzioso e riservatissimo, ha svolto incarichi ai quali nessun ebreo italiano era stato chiamato prima, non ultimo quello di senatore. Con La scuola del silenzio. Per un profilo di Isacco Artom Liana Elda Funaro restituisce una figura autorevole e allo stesso tempo modesta, schiva e con l’orrore della retorica. Il volume, che costituisce il quarto dei “Quaderni dell’archivio ebraico Terracini”, disegna il ritratto di Artom a partire dal ricco carteggio con politici, intellettuali e famigliari, dalle pagine di diario, da appunti, articoli, traduzioni e perfino poesie. Dai documenti emerge una riservatezza fattiva come autentico stile di vita con cui Artom, figlio del ghetto di Asti, sale fino ai massimi gradi della politica del suo tempo. Qui la sua fedeltà a Cavour è totale e continua anche molti anni dopo la morte del conte artefice dell’unità italiana. Di Cavour Artom condivide la moderazione e la politica filofrancese, mentre sceglierà di ritirarsi dall’attività diplomatica nel 1876, con l’ascesa della sinistra storica, non condividendo modi e scelte di Depretis e bollando come dittatoriali quelli successivi di Crispi, tacciato di “megalomania africana” per la spregiudicata politica coloniale.

Anche per quanto riguarda l’ebraismo prevalgono in Artom le cifre del silenzio e della riservatezza, tuttavia possiamo identificare tre dimensioni principali in cui si sviluppa la sua riflessione. In primo luogo l’appartenenza ebraica per Artom è consapevolezza di un passato di esclusione. Non c’è qui alcuna vocazione all’assimilazione, ma come chiarisce Alberto Cavaglion il “disperato tentativo di arginare l’incubo del passato”. Artom sa che cosa significa il ghetto perché lì sono le sue origini e di conseguenza è critico di coloro che, già ai suoi tempi, rimpiangevano le alte mura che escludendo proteggevano allo stesso tempo i dettami della tradizione. “In noi s’illanguidisce /Di giorno in giorno il lume della fede…/L’uomo rinasce ed il Giudeo sparisce” sono versi modesti che richiamano però la grande opera poetica di Heine e, soprattutto, nascono dalla stessa consapevolezza di trovarsi a un bivio epocale della storia. Artom è lontano da chi guarda al passato per non guardare il futuro, da chi ha già dimenticato il dolore del ghetto o finge che nulla sia cambiato, così come da chi vagheggia “nazionalità estinte” oppure sinagoghe monumentali. Nelle carte private lo statista cita spesso il peso della plurisecolare persecuzione fino a fare di questa pesante eredità il nucleo del proprio ebraismo come ricordo vivissimo di una lunga esperienza di sofferenza ed esclusione. Il ghetto rimane perciò un monito (e una realtà tutt’altro che scomparsa: Artom si interessa alle condizioni misere di vita degli ebrei in Marocco e in Persia) che deve spingere verso la piena integrazione nella società maggioritaria in nome della fraternità universale.

Giungiamo così alla seconda dimensione di ebraismo centrale nella riflessione di Artom, che prende a riferimento l’universalismo e il cosmopolitismo degli antichi profeti. Questi, tra i quali viene compreso anche Gesù, sono gli eredi della migliore tradizione mosaica che sottolinea l’idea di divinità unica e la fratellanza tra uomini. Artom considera l’ebraismo rabbinico a partire dal suo testo cardinale, il Talmud, una fase dell’ebraismo, non l’ebraismo stesso, e collega la “corazza ritualistica del Talmud”, ritenuta ormai “logora”, ai “mefitici ghetti” aperti solo da pochi anni. Torna la consapevolezza della frattura determinata dall’ingresso repentino degli ebrei nella società da cittadini come gli altri. “Non siam di Cristo e più non siamo ebrei”, scrive. Se Artom ritiene che al suo tempo, in condizioni radicalmente nuove, la tradizione rabbinica vada messa da parte, lo fa non in nome della ricerca a tutti i costi della perdita delle peculiarità ebraiche, l’assimilazione, ma dello spaesamento prodotto dalla fine di un mondo. Un mondo indesiderabile, quello dei ghetti, e tuttavia un mondo nel quale ha preso forma a lungo l’esistenza degli ebrei. Artom non rinnega l’ebraismo e anzi presenta se stesso come “fedel Semita che non si prostra agli idoli/Non al vitello d’oro!”. Suo auspicio è che i popoli possano riunirsi in una fratellanza universale in nome del monoteismo, idea ebraica come nessun’altra: “Chi porrà pace alfine/Fra le razze e fra gli Dei?/Chi cristiani, turchi, ebrei/In un popolo unirà?”.

La terza dimensione dell’ebraismo di Artom ci riporta all’inizio, cioè alla sua figura pubblica caratterizzata da rigore, modestia e riservatezza. Per lo statista astigiano la fede, se c’è, è questione di coscienza, una questione privata insomma. L’ebraismo emerge quindi quasi esclusivamente nel contesto famigliare e intimo, ben distinto da quello pubblico. La scuola del silenzio e della compostezza coinvolge così la stessa appartenenza ebraica. Ad altri vengono lasciati gli schiamazzi e la distribuzione di patenti di ebraismo buono o cattivo. Ai nostri giorni il rimpianto della prigionia del ghetto in nome del recente revival identitario è ben più diffuso rispetto ai tempi di Artom, e allora la sua lezione rimane in qualche modo attuale. Certo, la storia è andata in una direzione diversa con nuove persecuzioni, nuove forme di aggregazione, nuovi nazionalismi. C’è stato il 1938, poi il 1943 e infine il 1948, con la realizzazione del progetto sionista. Ma dopo è troppo facile puntare il dito e accusare, attribuendo magari responsabilità per il declino demografico delle comunità ebraiche in Italia. Meglio un’opera di pietà filiale, come scriveva Primo Levi nel 1984 in occasione del centenario dell’inaugurazione del Tempio grande di Torino, per mostrare ai nostri amici e ai nostri figli chi siamo e da dove veniamo. È quello che fanno Liana Elda Funaro con un ritratto né apologetico né di condanna e l’archivio Terracini con la sua opera instancabile di valorizzazione e ricerca.

Giorgio Berruto

 

Liana Elda Funaro, La scuola del silenzio. Per un profilo di Isacco Artom, prefazione di Alberto Cavaglion, Belforte 2021, pp. 226, 20

 

 

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