MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Diario dal confine


Beatrice Hirsch

 

Przemyls è la seconda città più antica della Polonia, dopo Cracovia, venne divisa a metà tra la Germania e l’URSS durante la Seconda guerra mondiale, accolse negli anni Quaranta migliaia di ebrei che scappavano dai regimi sterminatori e nel ’41 sembra contasse circa 24.000 ebrei, rinchiusi poco dopo all’interno del ghetto e successivamente deportati e uccisi in massa. Oggi, come allora, Przemysl è una città di confine fondamentale; al sud est del paese, da tre mesi è la prima meta per migliaia di ucraini che attraversano il confine in cerca di un riparo polacco dalla guerra. In questa città sono stati aperti due centri umanitari gestiti dal governo e dalle innumerevoli ong accorse sul territorio. Il primo centro si trova praticamente sul confine ed è costituito da tendoni e strutture temporanee, mentre il secondo si colloca a circa quindici minuti dal confine ed è stato allestito all’interno di un ex centro commerciale. In quest’ultimo, due mesi fa, il movimento mondiale dell’Hashomer Hatzair, insieme a quello israeliano della Tnuat Haim (il movimento degli adulti), è riuscito ad aprire un asilo che durante la giornata potesse prendersi cura dei bambini che soggiornano nel centro, sollevando i genitori da un grosso impegno, in modo che possano avere il tempo e la mente per trovare una soluzione di vita per la famiglia, e regalando a questi bambini qualche ora di spensieratezza. Le persone che soggiornano nella struttura sono principalmente mamme giovani con cinque o sei figli, insieme ai genitori e i nonni, famiglie particolarmente numerose ma prive di figure maschili, costrette a rimanere all’interno del confine ucraino. La maggior parte delle famiglie si ferma per due o tre giorni prima di decidere in che paese andare a ricollocarsi temporaneamente o definitivamente, in attesa del resto della famiglia; altre però sono nel centro da settimane, oppure sono partite per qualche paese sconosciuto e arrivati lì, senza lavoro né supporto di alcun tipo, hanno deciso di tornare al confine e aspettare a Przemysl la fine della guerra.

Ogni giorno centinaia di persone arrivano al centro su autobus, macchine e treni (anche alla stazione centrale è stata allestito un sistema di accoglienza e servizi), ogni giorno altrettante ripartono e innumerevoli macchine e furgoni si mettono in coda aspettando di poter rientrare in Ucraina per andare a recuperare parenti, animali, amici, portare provviste oppure rientrare a casa. Nel centro tutti i servizi sono gratuiti: il cibo, la clinica, la farmacia, i veterinari, l’asilo, le coperte, le brandine, e centinaia di volontari si apprestano a dare tutte le proprie energie per rendere il più sopportabile possibile la permanenza. Tra questi volontari una grande maggioranza, almeno nel centro in cui sono stata io, sono israeliani; questo fatto mi ha lasciata molto stupita, non me lo sarei mai aspettato, eppure nel centro sono accorse più di dieci organizzazioni umanitarie da Israele, e nei corridoi l’ebraico era una delle lingue che sentivo di più. Non so quale possa essere il motivo di questa grande affluenza, forse perché gli israeliani sono abituati e preparati alle emergenze e ai conflitti armati, forse perché fare volontariato umanitario è molto comune in Israele, soprattutto tra i giovani, o sarà un retaggio della tradizione ebraica del tikkun olam?

All’interno del nostro asilo, aperto dalle 9 del mattino alle 17 per i più piccoli e dalle 18 alle 21 per i più grandi, ogni settimana lavorano circa dieci volontari; questa settimana eravamo in dodici: due italiane, quattro russi-israeliani, quattro israeliani e un americano. Le nostre giornate erano molto diverse l’una dall’altra, alcune molto tranquille altre molto difficili, un giorno siamo arrivati ad avere circa quaranta bambini da gestire tra i tre e i dodici anni, ognuno con i suoi traumi e le sue necessità, altre volte invece ne avevamo meno di dieci. A noi volontari dell’Hashomer qualche giorno si sono uniti dei soldati americani, più o meno miei coetanei, per la prima volta lontani da casa; abbiamo chiesto loro di togliere la giacca e gli scarponi e di indossare le pettorine dei volontari prima di mettersi a giocare con i bambini. Dai loro racconti abbiamo appreso che molte divisioni dei paracadutisti dell’esercito americano sono state mobilitare e trasferite lì al confine ad aspettare un possibile coinvolgimento dei paesi NATO, che verrebbe seguito quindi da un loro intervento. Durante la settimana si addestrano alla guerra e nei giorni di pausa vengono al centro a guardare in faccia le vite umane che la guerra sconvolge (così ci ha detto il loro comandante). Vedere decine di soldati americani passeggiare all’interno del centro mi ha molto impressionata, nessun altro esercito era presente, a parte i soldati polacchi alle porte che controllavano e scannerizzavano i QR code sui braccialetti, obbligatori, rilasciati all’arrivo sia ai volontari che ai rifugiati.

Questa settimana è stata intensa e mi ha permesso di entrare in contatto con così tante vite, anche se è stato difficile comunicare con le persone, non parlando la loro lingua, ma grazie ai volontari che parlano russo sono riuscita a fare testimonianza di tante storie diverse, traumatiche, di addii, bombe, famiglie distrutte e resistenza. Sicuramente quest’ultima è una parola fondamentale in quel contesto, alcuni lo considerano un eccessivo nazionalismo, ma sentire tutti i giorni i bambini cantare le canzoni della resistenza ucraina, vederli disegnare bandiere ucraine ovunque, fare braccialetti gialli e blu, disprezzare i russi, e addirittura allontanarsi traumatizzati alla scoperta della nazionalità russa di alcuni volontari, mi ha dimostrato quanto il popolo ucraino non si arrenderà facilmente e combatterà fino alla liberazione, costi quel che costi. Dall’altra parte le testimonianze di tanti russi accorsi a fare volontariato al confine, soprattutto offrendo traduzioni e mediazione (quasi tutti i rifugiati, infatti, non parlano ucraino ma russo), dimostrano quanto il regime di Putin tenga un popolo gigantesco sotto il giogo, in una bolla di propaganda e disinformazione, istigando una paura e un odio totalmente infondati che difficilmente riusciremo a sconfiggere.

Beatrice Hirsch

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