MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Sognando Stalingrado
La sinistra di fronte alla guerra di Putin


Giorgio Berruto

 

 

La Russia è stata costretta a intervenire contro “la banda di drogati e nazisti al potere a Kiev”.

“Orrore comunista in Ucraina” e “L’Armata rossa sembra una brigata dell’Isis”.

“Ci sono torti e ragioni da entrambe le parti [pausa] Però tutti a puntare il dito sempre e solo contro la Russia”.

“Chi chiede l’invio di armi non è di sinistra”.

Chi lo ha detto? Nell’ordine: Vladimir Putin, due titoli del giornale Libero, una signora novantacinquenne di Torino e Donatella Di Cesare. Che cosa hanno in comune? Parlano del presente ma pensano al passato. A un passato ben preciso. La seconda guerra mondiale, guerra ideologica e di civiltà, guerra civile europea. A est - tra l’Oder e il Volga - perfino più che a ovest sui cieli di Londra, le spiagge della Normandia o le montagne del Norditalia.

Ma è lezioso lamentare che il passato non passi. Il passato lo creiamo e ricreiamo noi continuamente, noi che viviamo nel presente. Il passato è sempre presente che racconta se stesso e quello che lo precede. Tuttavia non di un passato generico qui si tratta ma di uno molto particolare, quello della guerra mondiale in generale e di Stalingrado in particolare, momento decisivo per la vittoria antifascista che ancora oggi festeggiamo e onoriamo. O almeno, dovremmo onorare.

La posizione di Putin è stata scandagliata da mesi da analisti di tutto il mondo. Il messaggio del regime di Mosca, che celebra tutti insieme gli zar Ivan il terribile e Pietro il Grande, l’ortodossia bizantina, Stalin e i venti milioni di morti durante l’invasione subita dalla Germania nazista, è chiaro: la Russia combatte una guerra patriottica contro il nazismo. Ieri, oggi, domani. Quello che non è Russia, tanto più se contrasta il suo modello, nel migliore dei casi autocratico, è insomma per questo fatto stesso nazismo. Anche la posizione di Libero e soci non merita che si spendano tante parole. Le abituali sparate del quotidiano dell’estrema destra populista e volgare sono evidentemente strumentali a una propaganda altrettanto scollegata dalla realtà di quella putiniana. Guarda caso, però, seguono gli stessi binari che portano alla guerra antinazista di ottanta anni fa. Spacciando con invidiabile faccia tosta l’invasione russa in Ucraina come crimine comunista oppure come guerra patriottica antinazista, Libero e Putin si dividono le parti in un gioco di realtà virtuale e fanno perciò in fondo la stessa cosa. In una parola: mentono. Non si ripeterà mai abbastanza che i più grandi sostenitori di Putin in Italia da vent’anni a questa parte, da Berlusconi a Salvini, siedono a destra nell’arco parlamentare.

Anche le esternazione dei vari Di Cesare e Travaglio continuano a godere di sproporzionata risonanza sui media. Il combattivo drappello dei “né con Putin né con la Nato” è quello dei pochi e rumorosi alfieri di un movimentismo che si proclama di sinistra ma riesce con puntualità svizzera a perdere la bussola, ritrovandosi in un batter d’occhio in compagnia della molto più folta truppa degli ammiratori di Mosca in nome dell’uomo forte, della “difesa degli interessi della nazione” e dei boots on the ground. Cara professoressa Di Cesare, è bello e importante che il filosofo, invece di ritirarsi nelle aeree dimore dello spirito, sappia tornare nella platonica caverna confrontandosi con la varietà dei fatti che accadono sotto il cielo e tra gli uomini. Ma quando lo fa deve sapere con chiarezza da che parte stare se vuole evitare di fare la figura dell’utile idiota di chi, come Putin, ha un programma di nazionalismo esasperato, aggressione militare, repressione dei diritti e delle opposizioni, complottismo e disfacimento dell’integrazione europea con la sua libera circolazione di merci, persone e idee. Incommentabile per carità di patria l’Anpi pagliarulesca dalle venature americanofobe e naturalmente israelofobe (unico parziale conforto: non è l’unica versione possibile di Anpi). Inqualificabile il vignettismo del solito Vauro che sul Fatto Quotidiano raffigura Zelensky con un naso da propaganda hitleriana e poi si difende dalle fin troppo morbide critiche spiegando di averlo fatto mica perché Zelensky è ebreo ma perché quello lì il naso ce l’ha fatto così (prego, si verifichi con una qualsiasi delle migliaia di foto a disposizione: raramente si incontra un naso dritto e minuto come quello del leader ucraino).

Qualche parola in più va dedicata alla posizione dell’anziana signora torinese. Poiché però a differenza dei sopracitati non è nota merita almeno che la si presenti. Figlia di un contadino delle Langhe emigrato in città, dove consegnava il carbone casa per casa con il suo carretto, è stata la prima in famiglia a studiare fino all’età di tredici anni, per poi cominciare a lavorare come sarta. Ricorda i bombardamenti durante la guerra, quando la famiglia avrebbe voluto sfollare fuori città come tante altre ma era lontana da poterselo permettere. Ricorda gli anni cinquanta, quelli della Dc di Scelba e del marchio di garanzia morale stampato sulla copertina dei fumetti e anche quelli del licenziamento da un giorno all’altro perché, così riferisce, la padrona aveva saputo che si era sposata non in chiesa ma solo civilmente; e del lavoro perso dal marito in fabbrica perché comunista e membro della commissione interna. Ricorda le sfilate del 1° maggio e del 25 aprile, i canti di Milva e Oltre il ponte, i fratelli Cervi, Artom e il Martinetto. Ricorda anche Laika e Gagarin nello spazio, ed era stato bello almeno una volta arrivare prima degli omologhi a stelle e strisce. Ricorda Stalingrado, o meglio il mito di Stalingrado. Che è stata una battaglia terribile e decisiva, ma anche, per decenni, un emblema di resistenza, sacrificio, riscatto. Un sogno. Un simbolo combinato a lungo con quello dell’Unione sovietica plasmando, almeno per lei, non tanto un modello ideologico quanto un modello di affrancamento. Una possibilità di libertà. Di futuro. Per tutti. La promessa sovietica ha cominciato a sgretolarsi dopo la morte di Stalin, poi a franare con l’ingresso dei carri armati a Budapest e a Praga, ma per molti anni ancora tante persone hanno continuato a crederci. Non solo sarte e operai naturalmente, ma anche intellettuali di alto profilo come Emilio Sereni, magnificamente descritto dalla figlia Clara nel Gioco dei regni e fedelissimo al verbo di Mosca molto oltre il lecito. Una simile fedeltà a oltranza commuove e respinge allo stesso tempo. Forse perché la volontà e il suo ottimismo prevalevano sulla ragione. Forse perché il Pci in Italia non ha mai neanche lontanamente provato, dal 1945 in poi, a fare davvero come in Russia, slogan a parte. Hanno voluto continuare a credere, preferendo rinunciare all’intelligenza se necessario pur di non rinunciare al sogno. Ma la dittatura del regime, e non solo gli ormai ben noti crimini di Stalin, si imponeva sempre di più come un fatto.

Spesso è difficile rinunciare ai sogni non solo perché sono più belli della realtà ma anche perché è vero, come dice Prospero nella Tempesta di Shakespeare, che “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. Quello in cui crediamo è parte di noi, è noi al punto da non poter essere semplicemente staccato a piacimento. E questo vale tanto più per un sogno di affrancamento e libertà capace di indicare una direzione nelle asprezze della vita. In questo senso il sogno non è un fatto meno concreto dell’azione. Spesso però si dimentica come continua Prospero: “E la nostra breve vita è cinta di sonno”. Il sonno che produce sogni non sempre aiuta a trovare la strada dell’affrancamento e della libertà. Può altrettanto facilmente sancire nuove forme di prigionia. Diventare incubo. Se ottenebra la ragione genera mostri, come dal titolo del più celebre dei caprichos di Goya. Questo succede quando il sogno invade l’intera vita. Quando rifiuta di guardare la realtà fuori di sé e pretende di essere tutta la realtà senza resti. Quando non ci si vuole svegliare, costi quel che costi. Ma se non è una sveglia efficace la criminale aggressione russa all’Ucraina ci si chiede davvero che cosa altro serva.

Giorgio Berruto

 

   Vignetta di Davì

 

Share |