MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Ucraina

 

Memoria e sentire comune
Pesach e 25 aprile nel 2022


Emilio Hirsch

 

 

Che la memoria senza testimoni sia difficile da mantenere è un discorso fin troppo battuto. La tradizione ebraica è piena di esempi e basta rivedere davanti agli occhi il Seder di Pesach appena passato, finalmente di nuovo insieme a tutta la famiglia. Abbiamo letto l'Haggadah con rinnovato entusiasmo e ci siamo di nuovo riempiti di passione per un evento forse storico forse no che, trasfigurato dai millenni, ancora riempiamo di nuovi significati positivi. Nella massa oltremodo gigantesca di storie tragiche e luttuose del popolo ebraico, una delle rare vittorie contro l’oppressore ha probabilmente avuto un vantaggio competitivo nell’imprimersi nelle generazioni, in un impianto canonizzato ora più facile da ricordare e tramandare. Certamente il ricordo di un evento così straordinario si è riempito con grande facilità di contenuti costruttivi fortemente condivisi, diventando sostanzialmente un pilastro portante ben al di là della mera liturgia e cardine dell’identità di un popolo. Credenti o no, anche a distanza di migliaia di anni la forza di ripetere “io sono il tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto” è un cardine della coesione del popolo ebraico. Insomma, tra matzot e charoset, Torah e Haggadah, tra simboli e contenuti, l’evento miracoloso della conquista della libertà si è cristallizzato con una potenza d’impatto tale da attraversare i secoli senza una scalfittura. Anzi, neanche quel briciolo di “revisionismo” che ci fa ricordare senza gioire la morte dei nemici ha intaccato il senso completo dell’evento. Al contrario lo ha arricchito di significato facendoci meglio meditare sul piano umano l’impatto di una guerra e di una resistenza culminata nella liberazione.

Le somiglianze di questa antica liberazione con quella più recente dal nazifascismo sono innumerevoli e i confronti tra Pesach e il 25 aprile, viste le usualmente vicine ricorrenze, non si contano. Tuttavia, l’evoluzione del significato sempre meno condiviso del 25 aprile in Italia o del 9 maggio in Russia quest’anno giungono in un’atmosfera rarefatta dall’angoscia e sono quindi ancora una volta da ripensare e da analizzare. Stiamo andando verso la stessa cristallizzazione del positivo, moderato anche dal ricordo dei lutti patiti dal nemico poi vinto oppure ci stiamo muovendo caoticamente verso un'esplosione della memoria che presto cancellerà il ricordo? La gestione della memoria anche nell’Haggadah è strumentalizzata in una direzione. L’uscita dall’Egitto non ha quasi lasciato traccia storica nella millenaria cultura faraonica e questo probabilmente vuole dire che la memoria è di per sé partigiana e la sconfitta da dimenticare. D’altro canto la vittoria è da ricordare se continua a formare un sentimento condiviso e unificante. Se il momento della liberazione dall’oppressione nazifascista deve essere sempre più un inno allo stalinismo, troveremo forza per mantenere quello spirito che ci fa ricordare l’uscita dall’Egitto? Se non ci sforzeremo di dedicare un pensiero ai carnefici perduti nel loro stesso orrore e finalmente sconfitti, saremo in grado di trovare l’equilibrio di giudizio morale che ci fornisce l’Haggadah? Siamo davanti a chi non vuole più celebrare la fine del nazifascismo, una destra prima serpeggiante ma ora sempre più dilagante. A questi fantasmi che riemergono dal passato, urge contrapporre un messaggio in cui la resistenza, un evento ormai davvero lontano dalle guerre di parte, sia cristallizzata in quel simbolo fondante di un mondo nuovo, libero e prospero, a cui neanche loro stessi vorrebbero rinunciare. I problemi di comunicazione di un sentimento idealizzato e condiviso stanno anche sorprendentemente sorgendo dall’altro lato dello schieramento politico. Abbiamo sedicenti eredi dei partigiani, uniti in una associazione oramai rocca di lasciti rancidi e sempre più minoritari, che si pretendono depositari di una memoria a senso unico lontanissima dal sentire democratico. Questi personaggi perduti in solipsismi fuori tempo generalmente ai margini del dibattito culturale sono però i depositari delle celebrazioni. Urge allora anche una forte azione perché di nuovo la memoria resti collettiva e in grado di mantenere un'identità coesa. Non è possibile che tra antifascisti ci si debba distinguere tra chi giustifica l’aggressione liberticida e chi no. Non si può condividere con il 25 aprile e con il 9 maggio un'aggressione al vicino di casa, soprattutto quando questo vicino è intenzionato a prendere la strada della democrazia e della libertà. È necessario ricostruire il filo conduttore dell’Haggadah e considerare come questa sia riuscita a mantenere unità e coesione nel popolo ebraico. Ancora una volta c’è una chiamata all’azione. Prima che il rashà [il malvagio] prevalga nel dialogo e distrugga il consenso sul significato profondo della memoria dobbiamo agire uniti. Ancora e sempre resistenza!

Emilio Hirsch

 

 

 

Share |